Ma venne la lotta di libertà; seguì la emancipazione della Grecia dall’impero Ottomano; il progresso occidentale fa sentire la sua forza oltre i mari; ed ecco anche nuovi modi e nuovi canti s’impossessano delle regioni abbandonate dall’indigeno genio. Colla civiltà novella, Europa comunica anche i suoi tesori musicali, che lenti dapprima colle missioni, colle istituzioni di carità (Vedi retro pag. 87), coi saltimbanco, si diffondono poi rapidamente e signoreggiano colle scuole e i teatri.

A Costantinopoli, dove nel nostro secolo l’arte si svolse specialmente per l’opera di Giuseppe Donizzetti, fratello al fecondo compositore, innumerevoli italiani maestri di canto fiorirono. Fra questi, Zanardi, l’arpista veronese, e G. F. Foschini insegnarono lungo tempo e fruttuosamente in Turchia[73].

Vedremo appresso più recenti maestri e cantori in quella capitale, e i nostri nuovi trionfi nel Cairo.

Chè, colla propagazione dello incivilimento, perfin nelle terre più incolte e degenerate, concorrendo anche le scuole e i teatri, s’aumentano da ogni parte alla scuola madre le richieste degli allievi che le fanno più onore.

Io non appunto, come piacque a qualche statistico, il danno delle nuove erezioni di tanti teatri, alla smania eccessiva del divertirsi, ma piuttosto ne accordo il merito all’agitamento imperioso dell’umano progresso, e questo pure riguardo siccome dato di civiltà[74].

Nelle Indie, riguardo alle quali abbiamo notato per le origini del canto, non estraneo all’antica civiltà di que’ popoli il culto della musica, la quale riduceasi specialmente alla parte vocale, e quindi la conservazione religiosa dei modi consentiti al proprio linguaggio, il corso inesorabile de’ secoli ne avea nonpertanto distrutta quasi ogni traccia[75].

Nemmeno la Persia mandava più êco di quel grido che i suoi cantori aveano spinto, come vedemmo, in Arabia, in Turchia e in Babilonia, la cui storia ricorda perfino il medesimo governatore persiano di quest’ultima, Aunarus, che avvolto in muliebri vestimenta cantava fra i cori delle sue mense.

Gli scopritori penetrati in quelle regioni non trovarono di canto che il monotono lamento d’una oscura decadenza.

Seppero di antichi codici musicali, ma resi rari, e abbandonati. Nè valsero a rianimare quelle spente teorie, le traduzioni e i commenti d’un Mirza-Khan, sotto il patronato di Aazem-Schah, che voltò in persiano i libri: Sangita Ratnakara, Ragarnava, Ragarderpana, Sabbavinoda, e Darpana, antichi trattati musicali indiani.

Le Sangita Damodara e Narayana trovarono custodia perpetua nelle biblioteche della Società scientifica di Bengala e Calcutta. Rarissimi maestri indiani attenevansi ormai a que’ libri divenuti di lingua morta.