Gli si fece l’onor d’assimigliare i suoi canti a rustiche vivande, che abile culinario può talvolta far comparire in mezzo a splendido banchetto per rinfrescare il palato ardente de’ convitati[113].
Di queste vivande peraltro son molto avide le genti, e sembrano ben bruciati davvero i palati per tutto il mondo!
Che il carattere della scuola italiana in generale abbia sensibilmente modificato dopo Rossini, e l’influenza della letteratura straniera e delle nuove teorie su l’arte drammatica musicale abbia eccitati i compositori del paese di Cimarosa alla ricerca di violente espressioni nella passione, trascurando forse le soavi tinte de’ sentimenti amabili e delicati, per quelle oscure de’ più fieri trasporti, io ne convengo: mi unirò altresì a lamentare l’abuso di far procedere quasi a pari passo il canto della voce umana coll’echeggio de’ più volgari strumenti, a scapito della bella scuola, e una certa facilità che sa di negligenza, a danno della elegante varianza.
Ma se il misticismo trovò accesso nella immaginazione serena degl’italiani, lo si deve purtroppo all’andazzo venutoci d’oltremonte, ed alle rivalità suscitate dai pretesi cantori della riforma.
Come i naviganti modificano talvolta a seconda del vento il loro corso, per non restare arrenati, o per trarne partito migliore, così gl’inventori si lasciarono trasportare peccando d’imitazione e di servilismo. Se v’ha censura, questa si dovrebbe rivolgere ai nuovi esempj della vantata riforma, pei quali il carattere melodico si lasciò fuorviare dal naturale suo corso; se v’ha debolezza o decadenza, quest’è soltanto nell’aver ceduto all’altrui imitazione.
Così l’autor della Niobe, della Saffo, e del Buondelmonte, volle esagerarsi per non parere da meno dei declamatori e istrumentalisti complicati che per questi meriti soli pretendevano la palma: mostrò il suo valore, massimamente nell’ultimo suo lavoro, Don Diego di Mendoza; ma peccò necessariamente egli pure d’offesa al bel canto, quando confuse le melodie cogl’artificj[114].
L’autor del Nabuco, variando di stile in stile, venne al Don Carlos, e diede un saggio di saper vincere anche la propria natura per stare a paro dei riformisti; e Verdi, ben più che de’ suoi facili canti, pentirsi dovrebbe d’essersi atteggiato all’altrui foggia.
Bene a ragione Verdi potrebbe ripetersi quello che il vecchio Gluck solea dire di sè a coonestazione delle sue secche e sterili composizioni, meglio che a puro omaggio del vero; cioè: «aversi egli sforzato nel comporre ad obliare che era musicista, interdicendosi tutte le bellezze dell’arte sua che non gli sembrassero necessarie alla traduzione fedele della parola, soffocando i belli slanci della imaginazione per soddisfare alle leggi d’una logica da pedanti!»
Ma d’altra parte, il medesimo Verdi ben può vantarsi d’un altro prodigio.
Chiamato ultimamente (1871) dal munificentissimo Ismail Kedivè d’Egitto a comporre una grand’opera per quelle scene nuovamente a imitazione italiana fabbricate, là, su quelle rive, dove in altri tempi i Tolomei raccoglievano a migliaja gl’indigeni musicisti per celebrare le feste del Nilo[115], e d’onde poscia traevansi a Roma i cantori che meglio corrispondevano allo splendore degli Imperatori e all’allegria de’ Circensi, Verdi scrisse l’Aida.