Erano passati cinque anni dal principio della reclusione a Macello, quando l'imperatore Costanzo, mosso dalla difficoltà di tenere, nelle sole sue mani, tutto l'impero, cambiava, d'un tratto, di condotta verso i cugini, e chiamava il maggiore, Gallo, all'altissimo ufficio di Cesare, che, secondo la gerarchia stabilita da Diocleziano, voleva dire vice-imperatore, la prima figura nell'impero dopo quella dell'Augusto, del capo supremo. Giuliano, nello stesso tempo, era richiamato a Costantinopoli. Qui, a quel che ci narrano Socrate e Sozomene d'accordo con Libanio, gli si pose al fianco il sofista cristiano Ecebolio, un curioso personaggio, il quale passava, con tutta disinvoltura, dal Cristianesimo all'Ellenismo, a seconda degli umori dell'imperatore regnante[30]. Ecebolio seguiva gli ordini di Costanzo, ed, insieme agli eunuchi di corte, cercava di disciplinare l'ingegno inquieto dell'allievo, e ciò con grande dispiacere di Libanio, il quale avrebbe voluto [pg!34] spargere, lui, il buon seme in quell'anima generosa, e doveva, invece, constatare che un malvagio sofista era stato prezzolato ad infondere nel giovanetto il disprezzo degli dei[31].
Se non che, i progressi di Giuliano negli studi e la simpatia ch'egli destava cominciarono ad insospettire Costanzo. «Temendo, dice Libanio, che una città grande, e che esercitava una grande influenza, non fosse sedotta dalle virtù del giovane, e ne venisse a lui qualche pericolo, si risolve di mandarlo a Nicomedia, che non presentava eguali pericoli, e gli diede facoltà di istruirsi». La paura è cattiva consigliera. Risoluzione più imprudente non poteva esser presa da Costanzo, perchè Nicomedia era allora il focolare principale dell'Ellenismo, e vi dimorava appunto Libanio, il principe dei retori del tempo, il leader, come or si direbbe, del partito ellenista, Libanio che, com'egli stesso dice, aveva preferita la pace serena di Nicomedia alla perigliosa tempesta di Costantinopoli. È vero che Costanzo, nel mandare Giuliano a Nicomedia, gli aveva imposto, dietro i consigli di Ecebolio, di non esser mai presente ai discorsi di Libanio. Ma il giovane entusiasta se li comperava scritti e li leggeva avidamente. Ed il retore, con una scusabile vanità, ci narra che era tanta la prontezza d'ingegno di Giuliano che, malgrado l'imposta separazione del maestro e del discepolo, questi riusciva ad imitarne lo stile, meglio degli scolari che gli stavano d'intorno, così che, anche negli scritti posteriori, si risente la parentela coi suoi[32].
[pg!35]
All'influenza di Libanio un'altra si aggiungeva ancor più efficace, ed era quella dei filosofi neoplatonici, Edesio, Crisanzio, Eusebio, Massimo, il più importante di tutti, i quali vivevano in Nicomedia o in altre non lontane città dell'Asia. Qui è propriamente il momento psicologico della carriera di Giuliano. Presso quei filosofi, che lo iniziavano ad un sistema in cui la conservazione dell'antico si univa alla soddisfazione di quelle esigenze di pensiero che avevano promossa l'apparizione del Cristianesimo, e che poi il Cristianesimo stesso aveva rese più forti, il ventenne Giuliano sentì chiara ed irresistibile la sua vocazione, e si convertì con profondo entusiasmo al culto degli dei. Per quanto la cosa fosse tenuta segreta, pur qualche indizio ne trapelava. «Dalla bocca d'ogni ben pensante, esclama Libanio, s'innalzava la preghiera che quel giovanetto diventasse il signore dell'universo, e fermasse la rovina del mondo e soccorresse gli infermi, lui che sapeva risanarne i mali»[33].
Libanio e Socrate si accordano nell'attribuire al filosofo Massimo il merito, secondo il primo, la colpa, secondo l'altro, della conversione di Giuliano. Massimo era ritenuto come un santo dal politeismo. Eunapio[34] narra che, entrando egli una volta nel tempio di Diana, in Efeso, la statua della dea sorrise di compiacenza, e si accese la lampada ch'essa teneva in mano. Giuliano si esaltava in questa atmosfera di misticismo; ma doveva nascondere i suoi entusiasmi, perchè la notizia di ciò che faceva era giunta a Costanzo, il quale subito se ne insospettiva, e Giuliano, per non [pg!36] cadere in disgrazia, ciò che, sotto Costanzo, voleva dire essere trucidato, dovette riprendere nell'apparenza la vita e gli esercizi del cristiano. Ma il suo spirito era irremissibilmente compromesso nell'Ellenismo. Il seme che il vecchio Mardonio aveva deposto in lui, maturato dall'odio contro il persecutore della sua famiglia, dalla reazione contro il sistema di uggiosa compressione in cui era stato allevato, dal rimpianto delle glorie antiche che andavano svanendo, da un'aspirazione ad un'alta moralità che dal Cristianesimo cortigiano non poteva essere soddisfatta, aveva trovato nel Neoplatonismo dei suoi maestri, mescolanza curiosa, come vedremo a suo tempo, di razionalismo platonico e di misticismo superstizioso, l'ambiente opportuno per svolgersi e crescere, così da soffocare ogni altro rampollo intellettuale che in lui fosse stato trapiantato. Dal soggiorno in Nicomedia, nel 351, al giorno in cui partendo dalla Gallia, ribelle contro Costanzo, apertamente invocava gli dei dell'antico Olimpo, dovevano passare ben dieci anni. Ma, in questi dieci anni, il politeista ellenico, che rimase nascosto in Giuliano, attingeva, dal segreto, un crescente fervore, e non cessava un istante dal corroborarsi con maggiore fermezza nella presa risoluzione.
❦
Giuliano rimase, per tre anni, tranquillo, assorto negli studi, quando nel 354, improvvisamente, si vide di nuovo travolto nei pericoli e nelle agitazioni. Costanzo, riprendendo le antiche abitudini, e prestando orecchio alle insinuazioni dei cortigiani che lo circondavano, faceva assassinare, a Pola, Gallo, il fratellastro [pg!37] di Giuliano, da lui, tre anni prima, chiamato alla dignità di Cesare. Nel suo manifesto agli Ateniesi, Giuliano parla, con ardente indignazione, di questo delitto di Costanzo. Egli ammette che Gallo fosse uomo rozzo e violento, ma ne attribuisce, come vedemmo, la causa all'educazione che aveva ricevuto. In ogni modo ciò non scusa la scelleraggine di Costanzo, il quale «per le istigazioni di un eunuco, di un ciambellano, e più ancora per quella del capo dei cuochi, consegnò ai suoi più feroci nemici, perchè lo uccidessero, il cugino, il Cesare, il marito di una sua sorella, il padre della nipotina, del quale egli stesso aveva prima sposata la sorella, al quale era legato da tanti doveri di parentela!»[35]. Lo sdegno di Giuliano è naturale e spiegabile. Però, per essere completamente nel vero, bisogna aggiungere, ciò che Giuliano tace od, in parte, attenua, onde colorire a suo modo il quadro, che Gallo era un vero Costantiniano, un uomo di una crudeltà stolta e sfrenata, il quale, nei pochi anni in cui ha governato l'Oriente, avendo al fianco la moglie Costantina, un vero demonio, degna figlia di Costantino e degna sorella di Costanzo, aveva sparso a torrenti il sangue. Ammiano dice che fra i due fratelli, Gallo e Giuliano, correva la medesima differenza che era corsa fra i figli di Vespasiano, di cui Tito era un esempio mirabile di temperanza e di saggezza, Domiziano un mostro di ferocia[36].
Era naturale che Costanzo, avendo ucciso Gallo, non volesse lasciar libero Giuliano, e ne temesse le possibili vendette. Infatti, lo chiamava a Milano e lo [pg!38] teneva sette mesi sotto rigorosa custodia, e non sarebbe, certo, sfuggito alla morte, sebbene da gran tempo non avesse avuto relazioni col fratello, se, come egli ci dice «qualche dio, volendo salvarlo, non gli avesse procurata la benevolenza della bella e gentile Eusebia»[37]. L'intervento di Eusebia, la moglie dell'imperatore, dà un'aria romanzesca a questa parte della vita di Giuliano. L'entusiasmo con cui il perseguitato principe parla della sua protettrice, e il coraggio con cui essa seppe difenderlo dai numerosi nemici che Giuliano aveva fra i cortigiani di Costanzo, fanno credere che non solo la causa della giustizia e della pietà, virtù sconosciute alla corte dell'imperatore, ma un affetto più profondo e personale muovesse Eusebia nella sua provvidenziale iniziativa. Ammiano ci narra, lui pure[38], che Giuliano sarebbe certamente perito, per le nefande istigazioni dei cortigiani — nefando adsentatorum cœtu perisset urgenter — se, per un'ispirazione divina, non fosse intervenuta Eusebia. Costei primieramente ottiene che Giuliano sia allontanato da Milano e mandato, per qualche tempo, a Como, poi finalmente riesce a persuadere Costanzo a concedergli un'udienza. La cosa non era facile perchè Costanzo stesso non pareva inchinevole al colloquio col cugino, e poi perchè il maestro del palazzo, eunuco potentissimo presso l'imperatore e nemico acerrimo di Giuliano, cercava di tirar le cose in lungo, pel timore che i due cugini nel vedersi, si riconciliassero[39]. Pare che, nell'udienza, Giuliano, certo, con l'aiuto [pg!39] di Eusebia che aveva preparato il terreno, riuscisse a scolparsi[40]. Il fatto è che fu rimandato libero, e che gli si permise di andare a ritirarsi in un piccolo podere di Bitinia, ereditato dalla madre, il solo possesso che gli fosse rimasto, perchè l'onesto Costanzo — ὁ καλὸς Κωνστάντιος — dopo avergli ucciso il padre, gli aveva portati via tutti i beni paterni[41]. Ma qui non finiscono i benefici di Eusebia che teneva, sul suo protetto, gli occhi aperti. Giuliano era in viaggio per la Bitinia, quando, egli non sa precisamente il come, ma crede per le calunnie del suo nemico, si riaccendono i sospetti nell'animo di Costanzo. Eusebia ne prende occasione per rendere a Giuliano un nuovo servizio e, per lui, il più gradito. Ottiene dal marito che muti la destinazione del possibile pretendente, ed invece di mandarlo nel lontano Oriente dove potrebbe preparare la vendetta di Gallo, lo condanni a domicilio coatto ad Atene. Era davvero un correre incontro al desiderio di Giuliano. Il giovane entusiasta punto non si incaricava di politica imperiale, non aveva nè ambizioni di regno, nè desiderio di ricchezze e di vendette. Egli non chiedeva che di poter sprofondarsi ne' suoi studi, non aveva che una passione, quella dei libri, non aveva che un'intensa aspirazione, vedere la Grecia, la sua vera patria, ch'egli amava di intenso affetto[42]; la sede ancora brillante di quella coltura ellenica a cui egli aveva dedicata la sua vita.
Giuliano non fu lasciato che pochi mesi ad Atene, [pg!40] ma questi pochi mesi hanno avuto, come lo affermano i suoi contemporanei, una grande influenza sull'animo suo. Egli teneva ancora celate le sue convinzioni religiose, ma ciò non gli impediva di infervorarsi negli studi ed anche nella conoscenza dei Misteri, che costituivano il principale atto di culto di quel simbolismo politeista di cui Giuliano voleva fare la religione del mondo. Eunapio, Socrate e Sozomene insistono tutti sull'importanza che ebbe, nella vita di Giuliano, la sua dimora in Atene. Ma i due narratori più autorevoli ed interessanti sono, come sempre, Libanio e Gregorio. Libanio dice che, presentatosi Giuliano ai professori di Atene, e offertosi ad un esperimento, si trovò che ne sapeva più dei maestri, così che «solo di tutti i giovani che accorrevano ad Atene, ne ripartiva, avendo insegnato più che imparato. Pertanto si vedevano continuamente intorno a lui degli sciami di giovani, di vecchi, di filosofi, di retori. A lui guardavano anche gli dei, ben sapendo ch'egli avrebbe risollevato il patrio culto. Quando parlava era, insieme, ammirabile e modesto, poichè, checchè dicesse, subito arrossiva. Di questa sua mansuetudine tutti godevano, e i migliori traevano profitto dai suoi insegnamenti. E il giovinetto aveva intenzione di vivere e di morire in Atene, e ciò gli pareva il colmo della felicità»[43].
Nulla di più curioso che il contrapporre a questo ritratto disegnato da Libanio il ritratto disegnato da Gregorio. Costui, che, come sappiamo, era coetaneo di Giuliano, si trovava pure ad Atene, per addestrarsi, nell'università letteraria di quella città, in quell'arte oratoria ch'egli doveva, più tardi, adoperare, [pg!41] con tanta genialità, a difesa dell'ortodossia nicena. Gregorio e Giuliano erano condiscepoli; il futuro teologo, vivendo al fianco del futuro apostata, aveva agevole occasione di scrutarne l'animo e di studiarlo in ogni sua mossa, per quanto Giuliano cercasse ancora di tener celate le tendenze e le convinzioni già in lui radicate. Nel ritratto disegnato da Gregorio è evidente l'intenzione ostile del pittore che vuol darci un'imagine odiosa. Ma, con tutto questo, a me non pare che il ritratto possa dirsi una caricatura. C'è un'espressione di verità nella figura che balza fuori dalle pagine del polemista. La vita così singolare ed agitata di Giuliano, le contraddizioni di cui è piena, la subitaneità delle sue risoluzioni, il suo eroismo disperato, la versatilità inquieta del suo ingegno, si accordano, forse, assai meglio coll'imagine turbata, enigmatica, un po' convulsa che ci presenta Gregorio che coll'imagine serena e sorridente tratteggiata da Libanio. «Io — dice Gregorio, scrivendo dopo la morte di Giuliano — aveva, già da tempo, sospettato di lui, fin da quando mi trovavo in Atene. Era egli venuto colà, poco dopo la catastrofe di suo fratello, avendone ottenuta licenza dall'imperatore. Due erano i motivi che gli facevano desiderare quel soggiorno; il primo, il lodevole, era di conoscere la Grecia e le sue scuole, l'altro, che non si diceva e che solo a pochi era noto, era di conferire segretamente coi sacerdoti e con gli impostori, poichè l'empietà non si sentiva ancor sicura del fatto suo. Fu allora appunto che io divenni un sagace indovino del carattere di lui, quantunque io non sia di coloro che hanno a ciò una naturale disposizione. Ma mi aveva fatto indovino l'anomalia del suo contegno e la singolarità delle sue distrazioni. A me parevano [pg!42] indicare nulla di buono il collo dondolante, le spalle agitate, l'occhio vagabondo, che intorno intorno guardava, e che aveva in sè qualche cosa del maniaco, il piede vacillante e che sembrava mal lo reggesse, le narici spiranti orgoglio e disprezzo, i lineamenti del volto ridicoli ed altezzosi, il riso immoderato e scoppiettante, i cenni di assenso e di diniego senza ragione, la parola che s'interrompeva ed a cui sembrava mancasse il fiato, le domande disordinate e irragionevoli, non migliori le risposte, intralciantisi le une le altre, senz'ordine di ragionamento. Ma perchè discendere a tanti particolari? Io lo vidi prima che agisse quale poi lo conobbi nell'azione. E, se fossero presenti alcuni di coloro che allora mi ascoltavano, attesterebbero senza esitanza la verità di ciò che dico. E ricorderebbero che, alla vista di quegli indizii, io esclamai: Quale mostro l'impero romano nutre nel suo seno! — Ma allora io fui chiamato ed imprecato falso profeta!»[44]. Che vi sia, in questa descrizione, una buona dose di esagerazione, non è dubbio. Essa contrasta troppo recisamente, non solo con quanto dice Libanio, ma, ciò che più importa, con la descrizione dell'onesto ed imparziale Ammiano. Ma, lo ripeto, vi deve essere anche qualche cosa di vero. La figura di Giuliano qui è vivente. Se non che, Gregorio vuol vedere le manifestazioni di un mattoide in ciò che altro non era se non il contegno sospettoso di un uomo che doveva gelosamente celare i suoi sentimenti, di un uomo che si sapeva circondato da nemici, di un uomo in cui la prudenza, consigliata dalla ragione, si trovava in lotta costante con l'audacia naturale [pg!43] dell'anima. Ma come è drammatico ed interessante l'incontro, nella scuola di Atene, di questi due giovani, destinati a diventare terribilmente nemici l'uno dell'altro, e che già si spiavano a vicenda con quell'acume che dà l'odio istintivo. Se Gregorio fu singolarmente sagace, Giuliano, al quale la già lunga esperienza della sua vita tribolata acuiva la prontezza dell'ingegno, non lo sarà stato meno del suo condiscepolo, e, certo, avrà presentito in Gregorio uno dei futuri difensori del Cristianesimo. Il suo contegno inquieto, tutto a scatti ed a mosse incoerenti, era probabilmente, almeno in parte, un artifizio per nascondere agli occhi scrutatori del compagno il segreto della sua anima di ellenista fervente, i suoi propositi e le sue speranze.