| [380] | Il prof. R. D'Alfonso, in un suo saggio sugli scritti di Giuliano
di cui non venni a conoscenza se non dopo pubblicato il
mio libro, saggio che, per la padronanza delle fonti e per l'acume
e l'imparzialità del giudizio, è un eccellente contributo agli studii
giulianei, sostiene una tesi che a me pare un poco arrischiata, la
tesi, cioè, che i panegirici di Costanzo siano stati scritti da Giuliano
con un'intenzione d'ironia, così che, invece d'essere l'espressione
di un opportunismo deplorevole, sarebbero un attacco acerbo, per
quanto velato, contro il nuovo e sempre infido protettore. Ora,
che Giuliano, nel segreto del suo pensiero, non prendesse sul
serio le lodi smaccate ch'egli profonde al cugino, è cosa indubitabile.
Ma ciò non basta a dare al suo discorso il carattere
dell'ironia. Bisognerebbe, per questo, che, avendo qualche interesse
a lasciar trasparire il suo vero pensiero, avesse scritto
in modo che gli uditori o i lettori potessero coglierlo sotto una
parola che dice l'opposto di ciò ch'egli intende. Ora, questi panegirici
furono scritti nella luna di miele della conciliazione di
Giuliano con Costanzo, il primo, probabilmente durante il suo
soggiorno a Milano, il secondo, in Gallia, alla vigilia di una
delle sue prime campagne. Giuliano aveva accettata la sua nuova
posizione che faceva di lui il secondo personaggio dell'impero.
Ciò posto, egli doveva ragionevolmente desiderare di consolidar la
sua base e di guadagnarsi sempre più il favore dell'imperatore,
o, almeno, di dissipare i sospetti che ancora potevano nascondersi
nell'animo suo. Quale leggerezza sarebbe mai stata la sua, se,
proprio nel momento in cui riceveva da Costanzo l'ufficio di Cesare,
e lo teneva in suo nome, egli lo avesse offeso con le punzecchiature
di una trasparente ironia! I due panegirici sono
scritti, e in parte sono giustificabili, per lo scopo di sradicare la
diffidenza che la coscienza delle proprie perverse azioni doveva
destare in Costanzo. Il punto più delicato, nei reciproci rapporti
fra i due cugini, doveva essere il ricordo della strage perpetrata
da Costanzo, alla morte di Costantino, del padre e dei parenti
di Giuliano. Ebbene, nel suo primo discorso, questi prende
nettamente posizione, ripetendo in proprio nome la scusa sotto
cui Costanzo attenuava il delitto. Giuliano parla dei saggi provvedimenti
presi da Costanzo nell'assumere l'impero, e poi soggiunge
questa frase: «se non che, forzato dalle circostanze,
contro tua volontà non impedisti agli altri di commettere degli
eccessi. — πλήν εἴ που βιασθεὶς ὑπὸ τῶν καιρῶν ἄκων ἑτέρους ἐξαμαρτανεῖν οὐ διεκώλυσας» (Iulian., 19). Come dimostrammo
nella nostra trattazione, questa scusa non scusava affatto
Costanzo, ma, in ogni modo, gli dava la scappatoia per la quale
sfuggire al biasimo, gittando sugli altri la responsabilità del
misfatto. Questa spiegazione era ufficialmente ammessa, era una
specie di dogma che, alla corte di Costanzo, bisognava accettare
ad occhi chiusi. Giuliano, come lo dice nel manifesto agli Ateniesi,
non ci credeva affatto. Ma ciò non toglie che la sua dichiarazione,
al momento in cui l'ha fatta, dovesse essere considerata
come una garanzia ch'egli dimenticava il passato, e
deponeva ogni pensiero di vendetta, ogni sentimento di collera
e d'orrore. Compiuto questo passo, che per Giuliano doveva essere
il più difficile e ripugnante, al riconoscimento ipocrita della virtù
di Costanzo, egli entrava, a vele spiegate e senza ostacoli, nelle
acque della retorica adulatrice del suo tempo, e riempiva lo
schema del panegirico ufficiale con una materia che, meno che
per qualche punto del secondo panegirico, si trovava già confezionata
nei magazzeni retorici della scuola.
Ma, se egli non era sincero, voleva esser creduto tale, e,
pertanto, l'intenzione ironica, a mio parere, deve essere esclusa
dai suoi discorsi. Fino alla battaglia di Strasburgo, Giuliano
credette di poter vivere in un pacifico componimento con Costanzo.
E, dal canto suo, cercava d'infondere nell'animo del cugino
la fiducia in lui e nell'opera sua e coi fatti e con le parole.
Certo, Giuliano, nei suoi scritti posteriori vuole farci credere
che, fino dal primo giorno, mentre egli passava trionfante, nel
cocchio imperiale, per le vie di Milano, egli aveva il presentimento
della verità e la certezza del tradimento di Costanzo.
Ma noi non dobbiamo prendere alla lettera tutto ciò che l'abile
polemista dice in sua difesa. E, d'altronde, dobbiamo fare una
larga parte agli effetti della prospettiva storica, la quale diminuisce
le distanze e ci fa vedere in iscorcio degli avvenimenti
che, nella realtà, si distendono su di una lunga via. Credo, pertanto,
di poter concludere che i due panegirici, sono stati scritti
da Giuliano, nell'intento reale di far cosa grata a Costanzo, e
rispecchiano un momento determinato della vita del nostro eroe.
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