La Chiesa è stata assai più feroce contro Giuliano che contro qualsiasi degli imperatori che pur l'hanno perseguitata col ferro e col fuoco. Eppure Giuliano, che aveva iniziata una sistematica restituzione del Politeismo, non ha versata, di sua iniziativa, una goccia di sangue per la causa che gli stava a cuore assai più delle sue imprese guerresche e delle sue riforme amministrative. Anzi, come vedremo, proclamava ufficialmente il principio della tolleranza e non voleva le conversioni forzate. Ma la Chiesa era ispirata da un istinto sicuro. Sentiva che la persecuzione, dopo tutto, era una forza per lei ed uno strumento di vittoria. Quanto più perseguitata, tanto più potente. S'era ormai avvezza ad affrontar impavida la violenza, ma essa si arretrò spaventata davanti a questo giovane che, dal trono imperiale, predicava il ritorno al Politeismo, in nome della ragione e della morale. Era una cosa tanto nuova ed inaspettata che essa vi vide un pericolo maggiore di quello che fosse nella realtà. Nessuno dei persecutori del Cristianesimo era mai entrato nel merito del Cristianesimo. Lo si perseguitava perchè lo si credeva pericoloso per la società e per lo Stato, ma nessuno s'incaricava di esaminarlo nelle sue basi filosofiche e storiche. [pg!4] Il lavoro critico di Celso era rimasto presso che isolato. Ora, qui si presentava un imperatore, il nipote di Costantino, il quale si dichiarava apostata del Cristianesimo e pretendeva di giustificare la propria apostasia con la dimostrazione dell'irragionevolezza e della mancanza di base storica di una religione che ormai pareva vittoriosa d'ogni resistenza. Nulla poteva riuscire più offensivo alla Chiesa, la quale s'era già avvezza a dominare sovrana assoluta, ed a cui, pertanto, doveva parere intollerabile ogni discussione sulla sua autorità. Il giavellotto di un Persiano la tolse, in breve, da ogni preoccupazione, ma non cancellò la memoria del paventato ed odioso tentativo, ed essa se ne vendicò condannando il nome di Giuliano all'obbrobrio e la sua storia ed i suoi libri ad un immeritato oblio.

In questo nostro studio, noi cominceremo col dare una rapida occhiata alla vita di Giuliano. Poi esamineremo l'ambiente religioso e filosofico in cui venne a trovarsi. Ci fermeremo più a lungo sull'impresa da lui tentata di restaurare il culto politeista e le antiche idee religiose. Noi troveremo, cammin facendo, molte occasioni di interessanti considerazioni sulla natura dei movimenti religiosi, sugli effetti che producono e sulle ragioni tanto delle loro vittorie quanto delle loro sconfitte.

Giuliano può essere studiato nella sua vita, nel suo spirito, nelle sue azioni, con una larghezza di notizie e con una approssimazione al vero assai maggiore di quanto avvenga generalmente pei personaggi della storia antica. Ciò deriva, in primo luogo, dall'esistenza di tre fonti di singolare importanza, tutte contemporanee [pg!5] al personaggio di cui parlano, e sono le storie di Ammiano Marcellino, i discorsi di Libanio e quelli di Gregorio di Nazianzo; in secondo luogo, e sopra tutto, dalla conservazione degli scritti dello stesso Giuliano, che sono la più interessante rivelazione di quello spirito inquieto.

Ammiano Marcellino, nato da nobile famiglia, in Antiochia, entrò, giovinetto ancora, nella carriera delle armi, ebbe alti uffici, e prese parte ad importanti imprese. Nel 350, fu, dall'imperatore Costanzo, destinato ad accompagnare il generale Ursicino, a cui era affidata la difesa dell'Oriente. Nel 354 venne a Milano, con lo stesso Ursicino, e seguì costui nelle Gallie, onde domare la ribellione di Silvano. Ucciso Silvano, fu rimandato in Oriente dove era ancora quando Giuliano prese il posto di Costanzo. Egli fu un devoto e fedele ammiratore del giovane sovrano e lo accompagnò nella spedizione di Persia. Avvenuta la catastrofe di Giuliano, pare che Ammiano abbandonasse la carriera militare, e si ritirasse a vita riposata in Roma, dove, come sappiamo da una lettera di Libanio, scrisse le sue storie che ci giunsero in condizione frammentizia. Ammiano Marcellino è un testimonio prezioso per la serena imparzialità del suo giudizio. Scrittore mediocre e pesante, dal punto di vista letterario, ma coscienzioso, esatto, espertissimo di cose militari, legato a Giuliano da un'ammirazione affettuosa, che però non gli cela la percezione del vero, anche quando il vero non torna a lode del suo eroe, Ammiano ci ha lasciata una narrazione in cui si può riporre una fede sicura. Se non che, soldato nell'anima, ed uomo d'azione per eccellenza, Ammiano, sebbene non fosse cristiano, non sentiva interesse alcuno per l'opera di restaurazione religiosa, iniziata da Giuliano, e, pertanto, [pg!6] si occupa quasi esclusivamente del capitano e del principe. Il filosofo ed il pontefice non appaiono che di sfuggita nelle pagine dell'onesto storico. Tuttavia, l'imagine del giovane imperatore vien fuori vivente dalla sua schietta pittura, così che il lettore è condotto a risentire per l'eroe, di cui si seguono le gesta, un po' della devozione, pur temperata da qualche rimprovero, a cui s'ispira il narratore nel suo racconto e nei suoi giudizi.

Libanio fu uno dei personaggi più cospicui del mondo ellenico nel secolo quarto. Nativo egli pure, al pari di Ammiano, di Antiochia, Libanio, letterato e retore insigne, empì della sua attività letteraria i grandi centri dell'Oriente, Costantinopoli, Nicomedia, Antiochia, durante i regni di Costanzo, di Giuliano, di Valente e di Teodosio. Professore di retorica, tenne, per incarico governativo, pubblica scuola in ognuna di quelle città, ed a lui accorrevano i giovani, onde addestrarsi in quell'arte tutta formale che costituiva l'insegnamento letterario dell'epoca. Entusiasta amatore delle tradizioni elleniche, Libanio odiava il Cristianesimo e non vedeva la salute del mondo che nel ritorno all'antico. Egli era esclusivamente un letterato, un oratore; mancava affatto di spirito filosofico. I suoi discorsi non sono che esercizi d'eloquenza, assai interessanti per le cose che narra e per la pittura dell'ambiente, ma vuoti di pensiero. Libanio era un abile artefice di frasi. Spirito leggiero, impressionabile, vanitoso, ebbe una vita agitata, combattuto da rivali, costretto a mutar la sede del suo insegnamento da Costantinopoli a Nicomedia, poi di nuovo a Costantinopoli e finalmente ad Antiochia, ora perseguitato, ora esaltato, ma pur sempre vittorioso di tutti e di tutto per la grande fama di cui godeva e per l'autorità [pg!7] di un nome, rispettato da tutti gli uomini colti del suo tempo.

Libanio ora è troppo dimenticato. I suoi scritti numerosissimi, il suo ricco epistolario, conservati, caso raro, in gran parte, sono una delle cose più vive della letteratura antica, e dànno una rappresentazione parlante della società dell'impero d'Oriente, nel secolo quarto. È curioso il vedere come la decadenza dello spirito e della letteratura greca fosse stata meno rapida e meno profonda della decadenza dello spirito e della letteratura latina. Mentre questa si era spenta del tutto, per non risorgere che con gli scrittori ecclesiastici, nell'Oriente erano rimasti accesi dei vivissimi focolari di movimento intellettuale, e si conservavano tradizioni letterarie che rendevano possibile l'apparizione di scrittori come Giuliano e Libanio. Quest'ultimo, spirito, come dissi, superficiale, ma brillante e mosso, molte volte, da un'ispirazione schietta, ci ha lasciati, in quei suoi discorsi, generalmente troppo lunghi e peccanti nella composizione, delle pagine veramente belle e sentite.

Aveva conosciuto Giuliano giovinetto, se non di persona, almeno di fama, ed aveva come tanti altri, riposte le sue speranze in lui. Era, dunque, naturale ch'egli salutasse, con vero entusiasmo, l'astro del nuovo imperatore, appena sorto sull'orizzonte, ed approvasse ed aiutasse, con tutta l'anima, la sua impresa di restaurazione ellenica. Ed è pur naturale che l'improvvisa caduta di tante speranze lo gittasse in una profonda desolazione. Di questi suoi sentimenti di gioia e di dolore Libanio ci lasciò l'eloquente espressione in sette discorsi, di cui quattro scritti durante il breve regno di Giuliano. Due di questi, il Saluto, pronunciato all'entrata di Giuliano in Antiochia, e [pg!8] l'altro All'imperatore console, scritto in occasione del consolato di Giuliano, sono inni di gioia per l'inaugurazione della nuova primavera ellenica, voluta dal geniale imperatore. Altri due di quei discorsi, l'Ambasciata e il Discorso dell'ira, sono destinati a riconciliare l'irritato Giuliano con la frivola e frondeuse Antiochia. Due altri, Il Lamento solitario e la Necrologia, sono gridi di dolore per la morte dell'eroe. La Necrologia è una vera storia di Giuliano. Il piangente Libanio narra lungamente tutta la vita dell'imperatore. È un documento fondamentale per chi voglia studiare Giuliano ed il suo tempo. Il discorso Della vendetta fu scritto sedici anni dopo la morte di Giuliano, e diretto all'imperatore Teodosio, quando questi fu chiamato da Graziano ad assumere l'impero d'Oriente. Libanio, completamente illuso sulle tendenze del giovane e sconosciuto Teodosio, lo eccita a vendicare Giuliano, come solo mezzo per indurre gli Dei a fermare il corso delle calamità che minacciavano l'oscillante impero. Questi discorsi di Libanio sono una miniera di notizie intorno a Giuliano, ma sono sopratutto preziosi come una rappresentazione dell'impressione prodotta da Giuliano, e dall'aura di simpatia e di speranza che lo circondava, lo eccitava, e gl'impediva di percepire la verità. Certo, Libanio è un uomo di partito, un ellenista appassionato, e non ha la piena sicurezza di giudizio che si ammira nel mediocre ma equilibrato Ammiano Marcellino. Tutto quello che dice Libanio deve essere ricevuto con beneficio d'inventario, ed esaminato con un granello di sale, ma, in ogni modo, non è possibile farsi un'idea chiara e precisa di ciò che è stato e di ciò che ha voluto fare Giuliano, se non si leggono gli scritti di questo suo devoto amico ed appassionato ammiratore.

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All'estremità opposta a quella in cui si trova Libanio, noi vediamo Gregorio di Nazianzo, che fa parte, insieme a Basilio ed a Gregorio di Nissa, di quel terzetto di grandi teologi ed oratori, al quale è dovuta la vittoria finale dell'ortodossia nicena. Nato a Nazianzo, in Cappadocia, nel 330, Gregorio era coetaneo di Giuliano, e si trovò insieme a lui in Atene, dove furono condiscepoli di studio. Ma Gregorio era tanto infervorato di Cristianesimo, quanto l'altro d'Ellenismo, e, sebbene Giuliano prudentemente nascondesse le sue tendenze, queste furono indovinate da Gregorio che concepì tosto una viva antipatia pel compagno. Tale antipatia si convertì ben presto in un odio veramente feroce. Gregorio aveva acquistata, come vescovo, ma sopratutto come oratore, un'altissima posizione nel mondo ecclesiastico, e questa posizione, aumentando la sua responsabilità, lo faceva più implacabile pel nemico del Cristianesimo. A ciò si aggiunga che la grande coltura del suo spirito lo rendeva maggiormente sensibile al pericolo che il nuovo genere di guerra, iniziato da Giuliano, creava alla religione cristiana. La morte di Giuliano, che fu per gli ellenisti un colpo terribile e desolante, fu pei Cristiani, e, sopratutto, pei Cristiani letterati e filosofi, come Gregorio, un sollievo inaspettato che li liberava dal più spaventoso degli incubi, ed essi innalzarono un grido di gioia. Nessun grido più esultante e più spietato di quello di Gregorio nei due discorsi infamanti, nelle due colonne infami, come egli stesso li chiama, da lui scritti contro Giuliano, quando ne fu conosciuta la morte. In questi discorsi, Gregorio non è uno storico, e molto meno un giudice; è un polemista terribile, ispirato da un furore che gli toglie del tutto la serenità dell'occhio e del giudizio, ma un [pg!10] polemista dall'ampio volo, e di una eloquenza che trascina. Se Libanio ci rappresenta l'impressione d'esultanza che Giuliano aveva prodotta nel mondo ellenico, Gregorio ci rappresenta ancor più vivamente l'impressione d'orrore prodotta nel mondo cristiano. Le esagerazioni dell'amore e dell'odio, dell'ammirazione e dell'aborrimento si correggono a vicenda, e ne esce una figura rispondente alla verità.