Ma, prima di addentrarci in questo studio sulla vita e sullo spirito di Giuliano, guardiamo ancora alla singolarità del fenomeno storico ch'egli ci presenta. Da mezzo secolo il Cristianesimo aveva trionfato. Quattro imperatori, Costantino e i suoi tre figli, lo avevano abbracciato e ne erano diventati i fervidi sostenitori. La [pg!19] Chiesa aveva prese le abitudini di dominatrice assoluta ed ormai più non si contestavano i suoi diritti. La somma del movimento politico ed intellettuale pareva fosse nelle mani dei suoi vescovi. La stessa profonda divisione fra l'ortodossia atanasiana e l'Arianesimo era indizio di un organismo già abbastanza forte e sicuro per darsi il lusso di scissure e di traviamenti che erano indizio di vitalità esuberante. Se, nelle campagne, con la tenacità delle popolazioni lontane dai focolari dove si elabora il pensiero, si perdurava nel culto antico, nelle grandi città i templi erano abbandonati e l'immensa maggioranza degli abitanti era convertita al Cristianesimo. Tutto, infine, indicava una condizione di cose che pareva rendesse inammissibile un ritorno al passato, la ripresa di una posizione che si doveva credere definitivamente abbandonata. Quand'ecco, ascende al trono dei Cesari un giovane imperatore, unico erede di quella famiglia imperiale, a cui il Cristianesimo doveva il suo riconoscimento ufficiale, e questo giovane si accinge alla restaurazione del Politeismo ellenico. Egli è guidato non già da un intento puramente politico, come gli antichi persecutori, ma, bensì, da un concetto razionale. Egli conosce a fondo il Cristianesimo in cui è nato ed educato, e conosce a fondo l'Ellenismo a cui lo hanno iniziato le sue letture e lo studio dei neoplatonici del suo tempo. Egli vede e constata gli effetti reali che il Cristianesimo ha avuto per la moralità del mondo in cui vive, e, da tutto ciò, deduce la conseguenza che l'Ellenismo è preferibile al Cristianesimo, e che il suo dovere d'imperatore è di favorire il ritorno all'antico e d'impedire il diffondersi di una religione che portava con sè la distruzione di una gloriosa civiltà. Ora, quando noi riflettiamo che Giuliano aveva [pg!20] un ingegno forte e nutrito, un animo eroico, un carattere, per eccellenza, virtuoso, non possiamo attribuire ad un capriccio, ad una leggerezza o all'impulso di tendenze viziose quella sua strana risoluzione. Noi siamo condotti a pensare che sia stata il frutto di un ponderato proposito che trovava nelle condizioni dell'ambiente la sua spiegazione ed anche, in parte, la sua giustificazione. Per venire in chiaro sulla genesi di sì strano fenomeno, noi dobbiamo entrare nell'analisi della vita di Giuliano e delle idee che dominavano nel suo spirito ricercatore ed inquieto.

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[LA VITA DI GIULIANO]

Flavio Claudio Giuliano, nacque nel 331, in Costantinopoli, da Giulio Costanzo, fratello dell'imperatore Costantino e da Basilina, che apparteneva ad una nobile famiglia bitinica, congiunta con uno dei principi della Chiesa, Eusebio, vescovo prima di Nicomedia, poi di Costantinopoli. La madre moriva pochi mesi dopo la nascita del figlio, che perdeva anche il padre, quando appena aveva compiuti i sei anni. L'imperatore Costantino, morendo nel 337, lasciava tre figli, Costantino, Costanzo e Costante. Questi tre figli, degni di un padre il quale, sebbene avesse abbracciato il Cristianesimo, eguagliava per la disinvoltura nei delitti domestici, i più efferati dei suoi predecessori[13], iniziarono il regno con lo sterminio dei parenti, di Giulio Costanzo, loro zio e padre di Giuliano, del figlio maggiore di costui, di un altro zio, e di tre cugini, figli di un altro fratello di Costantino.

La responsabilità di tali delitti pesa tutta su Costanzo, [pg!22] a cui era toccato il governo dell'Oriente e che risiedeva a Costantinopoli, dove avvenne la strage. Costanzo ha cercato più tardi di scusarsi di quell'orribile misfatto, di cui si pentiva, attribuendone la causa ad una rivolta militare[14]. Ma la scusa non è ammissibile, perchè l'esercito non aveva nessun interesse nella scomparsa di quegli eventuali pretendenti, mentre Costanzo, per natura sospettoso di tutti e di tutto, e traviato da cortigiani che volevano guadagnarsene l'animo e la fiducia, doveva facilmente essere indotto ad un delitto che, del resto, era nelle tradizioni della famiglia. E, se anche si volesse tener per valida la frase di Eutropio, il quale dice che la cosa avvenne Costantio sinente potius quam iubente, è chiaro che si avrebbe affermata una di quelle ipocrisie che salvano le apparenze, ma lasciano intatta la realtà.

Non furono risparmiati, in questo eccidio, che i due ultimi figli di Giulio Costanzo, Gallo e Giuliano, ritenuti, pel momento, innocui per la loro tenera età. «Costantino — scrive Libanio — morì di malattia, ma la spada fece strage di tutta la sua famiglia, tanto dei padri quanto dei figli. Il fratellastro di Giuliano, maggiore d'anni di lui, scampò dall'eccidio, salvato da un'infermità che si credeva gli avrebbe data la morte, Giuliano dall'età, perchè appena slattato»[15]. Qui c'è una grave inesattezza, perchè Giuliano, nato nel 331, aveva sei anni alla morte di Costantino.

Quei tre scellerati Costantiniani vennero ben presto alle mani fra di loro. Costantino fu ucciso nel 340. [pg!23] Rimasero Costante che tenne per sè l'Occidente, e Costanzo che regnò sull'Oriente, finchè, ucciso anche Costante dall'usurpatore Magnenzio nel 350, Costanzo ebbe nelle sue mani tutto l'impero.

Durante questi tragici avvenimenti, il piccolo Giuliano cresceva a Costantinopoli, presso la famiglia materna, educato, come narra Ammiano, sotto la direzione del vescovo Eusebio di cui era lontano parente[16]. Se non che, assai più che l'influenza del vescovo, sentì quella del pedagogo a cui fu affidato all'età di sette anni, ed a cui, certo, è dovuta la prima piega del suo spirito impressionabile e vivace. Quel pedagogo era un eunuco, già vecchio assai, che l'avo di Giuliano, come questi ci narra nel Misobarba[17], aveva dato maestro a Basilina, la madre di Giuliano, [pg!24] quando era fanciulla, onde guidarla nella lettura di Omero e di Esiodo. Mardonio, così si chiamava, doveva essere un letterato pieno di ammirazione per la coltura e per le tradizioni elleniche. Libanio lo chiama «insigne custode di sapienza»[18]. Nella frivola e cristiana Costantinopoli, costui cercava di avviare il discepolo all'esercizio delle più severe virtù, opponendo alle abitudini corrotte e molli del mondo in cui viveva il rigore ideale della filosofia e della saggezza ellenica.

Ma qui noi lasceremo la parola allo stesso Giuliano, il quale, nel Misobarba, ci fa una vivace descrizione del sistema educativo, tenuto con lui dal suo pedagogo. Onde dare al lettore la possibilità di comprendere, nel suo vero significato, questo brano interessante, dobbiamo dirgli, precorrendo le future analisi, che il Misobarba è una satira pungente diretta dallo sdegnato imperatore contro gli abitanti di Antiochia, a cui egli era venuto in uggia per la severità dei suoi costumi. Non bisogna, dunque, dimenticare che il discorso di Giuliano è ironico dalla prima all'ultima parola. «A me — dice Giuliano agli Antiochesi, deplorando ironicamente l'educazione avuta — l'abitudine non permette di lanciare d'ogni parte tenere occhiate, onde parervi bello, non nell'anima, ma nel volto. Eppure, voi avete ragione! I molli costumi sono la vera bellezza dell'anima. Ma il mio pedagogo mi insegnò a tenere gli occhi a terra, quando andavo a scuola. Io non vidi mai teatro prima che avessi il mento chiomato più del capo. E mai, per fatto mio, ma, tre o quattro volte, per ordine dell'imperatore mio parente. Perdonatemi dunque. Io offro al vostro [pg!25] odio chi lo merita più di me, il mio uggioso pedagogo, il quale, anche allora, già mi contristava, insegnandomi a battere una sola strada. Egli è il vero colpevole del contrasto in cui mi trovo con voi, perchè egli elaborava e quasi scolpiva, nell'anima mia, ciò che allora non era affatto di mio gusto, ma che, a forza d'insistere, finì per farmi parer gradito, abituandomi a chiamare serietà l'essere rozzo, saggezza l'essere insensibile, e forza d'animo il resistere alle passioni, e il non trovarvi piacere alcuno. Figuratevi che, spesso, per Giove e per le Muse, quel mio pedagogo, mi ammoniva, quando era ancor fanciulletto, dicendomi: — Non lasciarti trascinare dai tuoi coetanei, che frequentano i teatri, ad appassionarti per gli spettacoli. Ami le corse dei cavalli? Ve ne ha una bellissima in Omero. Prendi il libro e leggi. Ti parlano di mimi e di danzatori? Lascia dire. Danzano assai meglio i giovanetti Feaci. E là tu troverai il citarista Femio ed il cantore Demodoco. E il leggere, in Omero, certe descrizioni d'alberi è più dilettevole che il vederli nel vero. Io vidi a Delo, presso l'ara d'Apollo, un rampollo giovinetto di palma erigersi al cielo. E leggerai della selvosa isola di Calipso, dell'antro di Circe, e del giardino di Alcinoo. Tu ben sai che nulla di più bello potrai mai vedere.

«Forse, voi desiderate che io vi dica il nome e l'origine di quel mio pedagogo. Egli era barbaro, per gli dei e per le dee. Scita d'origine, ed aveva il nome di colui che persuase Serse a far guerra alla Grecia. Portava quella qualifica, tanto onorata e rispettata venti mesi or sono, ora adoperata per offesa e per disprezzo, voglio dire ch'egli era eunuco, allevato dal mio avo, onde spiegasse a [pg!26] mia madre i poemi di Omero e di Esiodo... Avevo sette anni quando fui dato a costui. Da quel giorno, egli mi educò, seguendo sempre un sol metodo d'insegnamento. E, non volendo, egli stesso, conoscerne altri, e non permettendolo a me, riuscì a rendermi odioso a voi tutti. Ma ora, finalmente, se vi pare, libiamo alla sua memoria e facciamo pace. Egli non sapeva che io sarei venuto a voi, nè, dato anche che io venissi, che avrei avuto un tanto impero, quale me lo diedero gli dei, facendo violenza, credetemelo, ed a chi doveva trasmetterlo, ed a chi doveva riceverlo... Ma si faccia la volontà degli dei. Forse se il pedagogo avesse previsto tutto ciò, avrebbe preso qualche provvedimento, affinchè io potessi sembrarvi aggraziato. Ma ora come mi sarebbe possibile deporre e dimenticare quelle rozze abitudini che furono coltivate in me? L'abitudine, si dice, è una seconda natura. Combattere la natura, è grave cosa, distruggere il lavoro di trent'anni è più grave ancora, sopratutto quando è stato compiuto con tanta fermezza. — E sia così — imagina Giuliano che gli rispondano gli Antiochesi — ma perchè mai ti viene in mente di ingerirti negli affari e di far da giudice? Certo anche questo non ti insegnò il pedagogo, il quale non sapeva che tu avresti regnato. — Mi ammaestrò — risponde Giuliano con acerba ironia — quel vecchio esecrabile, che voi, ben a ragione, vituperate, come il vero responsale della mia condotta[19]. Ma sappiate che lui pure era ingannato da [pg!27] altri. Certo, più volte, nella commedia, giunsero a voi questi nomi, Platone, Socrate, Aristotele, Teofrasto. Ebbene, quel vecchio stolido, persuaso da costoro, persuase me pure, quando era giovinetto ed amante dello studio, che, se io fossi diventato, in ogni cosa, loro imitatore, sarei, insieme, diventato migliore di ogni altro uomo»[20]. Da questo brano tanto interessante ed avvivato dalla più pungente ironia, risulta che il vecchio Mardonio educava il suo allievo imperiale in un'aura di puro ellenismo. Nessun precetto, nessun esempio cristiano era posto davanti al fanciullo, il quale si abituava a vedere l'origine di ogni virtù negli insegnamenti degli antichi poeti e pensatori del Politeismo, e la causa della decadenza, della corruzione e del vizio nel prevalere del Cristianesimo, quale a lui si rivelava nel mondo ecclesiastico e cortigiano di Costantinopoli. Questa educazione spiega il nascere delle prime tendenze del fanciullo, ed è la chiave della frase di Ammiano che ci dice come: a rudimentis pueritiæ primis inclinatior erat erga numinum cultum, paulatimque adulescens desiderio rei flagrabat[21].