—Giaimo, Giaimo!

Così gridò un fanciullino che baloccava sulla porta, ed intanto corse incontro al genitore ed alla sorella. Il chiamato apparve: era uomo tarchiato e di atletiche forme, con barba nera e lunga, calvo, in giubba.

—Oh Bizco, ben tornato! E voi, nipotina?

—Oh zio, buon dì!

III.

Se non ti par fatica, trasportati ora, o lettore, sul largo che sta innanzi al porto, in Patti. Un piroscafo a ruote, il Ciullo d'Alcamo, fuma poco più in là della lanterna, ed una lancia guidata dal capitano sta aspettando l'imbarco dei passeggieri. I quali, aggruppati sulla spiaggia, stringono improvvise amicizie e si augurano a vicenda placido mare. Ad un cenno del più autorevole fra loro, scesero alla gondola, e colle gare consuete di precedenza vi s'assisero. Ultimi a collocarsi, furono una vecchia matrona, una giovinetta pallida e spaurita per la nuova scena, ed un giovine bello ed alto, di elegante e ricercato portamento, riccamente abbigliato. Allorchè tutto fu quieto, la lancia partì, e poco dopo un marinaio l'assicurava alla scala d'imbarco del vapore. Il capitano e il piloto aiutarono i viaggiatori a salire, ed allorquando ebber recate sotto coverta le valigie, raccomandarono la zattera al fianco e sospesero al bordo la scala. Non passò mezz'ora che l'ordine della partenza fu dato, e il Ciullo issata bandiera s'allontanò. Nessun vento agitava le acque, e la bonaccia propizia rallegrava la piccola colonia navigante. A poco a poco Patti si confuse colle nebbie, e non tardarono a scomparire anche i grigi lembi dell'isola. La sera sopraggiunta, i passeggieri lasciarono il cassero e scesero nella sala e nelle cabine coricandosi alcuni, altri leggendo o ciarlando. I due giovani e la vecchia auguratosi il buon riposo si separarono e ciascuno si chiuse nella stanzuccia. Il nostromo e la guardia sedettero ai loro posti, i navighieri si sdraiarono sulle gomene e nelle brande, il capitano passeggiò lunga pezza ed alla fine calò egli pure. Verso mezzanotte tranquillità perfetta regnò nella nave, e la quiete degli uomini e della natura veniva soltanto di ora in ora interrotta dall'all'erta sto del mozzo di trinchetto.

Una notte sul mare risveglia la poesia anco nei cervelli più ottusi. La brezza placida e fresca che increspa la levigata superficie di esso, la luce opaca e serena del cielo, lo sfumar lontano delle isole e della spiaggia, l'immenso orizzonte sconfinato alla vista ed eccelso lassù sotto la volta stellata, il silenzio delle cose, tutto concilia a pacata malinconia ed a meditazione poetica. Lo smisurato volume delle acque che fiottano ai fianchi della nave, il pallido azzurro che sublime diffondesi nell'alto aggiungono maestà alla portentosa scena notturna, e ben aveva ragione il Byron di prediligere la smorta luce della notte ed amare le lagune di Venezia e le scogliere di Grecia allorchè inargentate dal casto raggio della luna gli rinnovavano le fantasie delle fate, e risovvenivangli le leggende della mezza età coi folletti incantatori e le vergini nettunie.

Narra la leggenda che sull'estrema punta del Capo Bianco vivesse nel buio dei tempi una misteriosa sirena, la quale e col canto melodioso e col suono affascinatore innamorava i naviganti, ed attiratili a sè li baciava poi li uccideva. Il lampo dello sguardo, il miele delle labbra, la voluttà delle membra conquidevano i meschini predestinati; e il Poeta continua dicendo che durante l'agonia di essi la selvaggia sirena tripudiava. Ai lamenti ed alle lagrime degli assassinati ella rispondeva con sorrisi e carole; epperò appena morti li gettava a mare pasto eletto all'orco. Più di mille (così la favola) perirono di questa morte, e con essi eziandio un sacerdote del tempio ed un figlio del tiranno; ma l'ira degli Dei scoppiò qual folgore all'annuncio che il loro messaggero era caduto sotto la scure della sirena, ed uno fra d'essi, calato in segreto durante la notte, agguantò la vaga del Capo Bianco e reggendola per le chiome sui venti la trascinò fin sul cratere dell'Etna e in quello precipitolla!

Il Ciullo era già da un'ora passato innanzi a questo Capo e la torre di Milazzo già s'era perduta nel lontano orizzonte, allorchè l'alba sorse. E coll'alba, ridestaronsi anco i passeggieri, i quali salirono il ponte e là fuori all'aperto, alla larga, si ristorarono tutti e se ne rallegrarono insieme. Spirava un'aria tepida e leggera che rifaceva la vita, e la fioca luce del crepuscolo innondando ognor più la vasta faccia del mare mano mano che l'aurora diveniva giorno pigliavano forma e colori le nebbiose spiagge che si scoprivano allo sguardo, e qualcuno salutò con gioia rumorosa le incerte ma eccelse cime dei monti calabresi. Eziandio il gran Faro apparve, e con lui si fecero distinte e spiccate le rive che da Divieto corrono a Cariddi: i delfini guizzavano nelle dorate onde intorn'al battello, e là e qui gli esoceti saltatori spiccavano ameni voli disegnando fuor d'acqua una rapida curva di spruzzi lucentati dai primi raggi del sole montante. Il vapore s'accostava all'isola, e dall'alto del cassero il capitano guidò l'imboccatura dello stretto e comandò la girata a destra.

—Oh il felice mattino, Arrigo!