—Duca, troppo onore!
—Dottor Cipriano—disse il duca—stimo fortuna l'avvicinarvi. So che molto è il vostro ingegno, che grandi sono i meriti vostri, epperò mi consolo davvero d'aver a trattarli con uomo riverito e stimato.
—Duca, i vostri elogi mi confondono. Non mi si convengono, e la vostra cortesia più che inorgoglirmi m'umilia.
—Suvvia, lasciamo le frasi. Grave discorso abbiamo a tenere. Sedete, dottore, siete in casa vostra e questi complimenti mi spiacciono.
Il preside s'avvicinò una sedia e messosi al fianco del vecchio ambasciatore attese che parlasse.
Intanto l'acqua cadeva ancora a rovescioni e la smorta luce della lampada quasi sentisse ribrezzo della bufera dei colli pareva dileguasse e svanisse. Il duca e Cipriano, seduti a lato del tavolo, erano pallidamente rischiarati da quella fioca fiamma, e le loro fredde e rigide figure sembravano due statue da cimitero.
—Dottore! La vostra lettera mi ha giovato, e tengo sicura la chiamata del mio Alberto…
—Non feci, duca, che rendere l'omaggio dovuto al figliuol vostro.
—Le precauzioni da me prese e le raccomandazioni vostre accertano
Alberto… il candidato livornese fu fatto ritirare… questo Polo
Brancato…
—Il Brancato?… non temetelo, duca. Giovane, inesperto, esaltato, traviato da falsi amici e fallace filosofia, egli non può esser tenuto siccome serio competitore.