—Signor avvocato, proruppe il presidente. Ella passa in un campo estraneo alla difesa, ed io le tolgo la parola.
—Una sola parola mi sia lecito aggiungere, esclamò il difensore. Una vecchia madre, una sposa derelitta, dei piccoli bambini aspettano tremando la vostra decisione. Un detto può farli piombare nella desolazione, un detto può consolare tutti quei cuori angustiati. Quale sarete voi per pronunciare? quale? Io volgo lo sguardo a quella santa immagine del Nazareno, che pende sui vostri capi, e su quelle labbra divine io leggo la parola Perdono. L'ultima voce della sua vita mortale non fu una una prece per quelli stessi che l'avevano crocifisso? Padre, pregò egli, perdonate loro perchè non sanno quel che si fanno. Avrò io bisogno di ripetere le sacrosante parole del Redentore, a voi, che siete i suoi sacerdoti? Non vi stanno esse scolpite a caratteri indelebili nel cuore? Non sono esse il simbolo del vostro ministero, che è tutto di pace e di perdono? E vorrete voi comandare che sia sparso questo sangue, quando il divino Maestro comandò a Pietro di riporre la spada nel fodero? Io non aggiungo altro. Volgetevi a quella immagine, e da quella ricevete l'ispirazione, quando sarete per pronunziare la vostra sentenza.
Il giovane pose fine al suo dire, interrotto dalle lagrime, che calde e copiose gli sgorgavano dal ciglio.
XXV.
La condanna.
Il presidente fe' cenno di ritirarsi alle persone estranee alla deliberazione.
Il relatore, il procuratore del fisco, il difensore, s'incamminarono in silenzio; anche gli uscieri varcarono la soglia, e chiusero le porte.
I giudici rimasero soli col cancelliere, che doveva raccogliere e registrare i voti.
Cosa strana, che rende manifesto la incomprensibile mescolanza degli umani affetti!
Quei dodici prelati, giudici del Supremo Tribunale della Sacra Consulta, scelti fra quanto vi è di più freddo, inesorabile nella curia romana per giudicare le cause di Stato, avvezzi da lunga mano a dettare le sentenze di morte, sordi ad ogni sentimento di pietà o di misericordia, si erano recati al palazzo di Monte Citorio già informati di quanto si attendeva da loro, già conoscenti della causa, e decisi di attenersi in tutto alla relazione fiscale del processo, deliberati insomma di pronunciare la condanna di morte contro Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti. Ebbene, quell'eloquenza calda e sentita del giovane avvocato, quella espansione, quell'accento di verità, quelle lagrime sgorganti dal cuore, erano giunte a passare lo spesso involucro di insensibilità, onde avevano fasciato il petto; essi avevano sentito il contraccolpo di quella commozione: erano inteneriti.