—Egli ci sfugge! gridò una voce. Fuoco!

E subito dopo i colpi dei moschetti echeggiarono in quella mesta solitudine.

Curzio, colpito da cinque o sei colpi, cadde supino. Non gli rimase che un istante di vita: il tempo di rivolgere un pensiero a sua madre, e un'ultima invocazione al Dio dell'avvenire.

Quando i soldati giunsero al luogo dov'era caduto lo trovarono cadavere.

Le trame tenebrose del principe Rizzi e del suo sicario avevano ricevuto il loro compimento.

Era vicina la notte: pochi soldati rimasero a far guardia al morto che si sarebbe trasportato l'indomani. Gli altri ritornarono in città.

Dopo la mezzanotte un soldato boemo stava di sentinella presso il cadavere, mentre i suoi compagni dormivano avvolti nei loro pastrani sotto un riparo di frasche. Stanco e un poco avvinazzato, egli andava sonnecchiando, finchè postosi a sedere sopra un sasso si lasciò vincere da quel torpore, che è una cosa di mezzo fra il sonno e la veglia.

Il buon boemo vagava da qualche istante in quella indecisa regione che sta fra i sogni e la vita reale, quando è svegliato del tutto da un rumore indistinto: spalanca gli occhi, balza in piedi, e vede vagamente in quell'ombra un braccio del morto alzato che ricade, e nello stesso tempo sente qualche cosa strisciar via tra l'erbe del terreno e le frasche.

Restò colpito da un improvviso terrore. Le fole superstiziose da cui fu cullata la sua infanzia diventano in quel momento realtà spaventose; vuol gridare e non può, vuol camminare, e non lo reggono le gambe. Trema come per freddo, e gli battono i denti.

Quando venne il caporale per toglierlo di sentinella, lo trovò in quello stato, fu deriso da tutti come pauroso, e alla mattina fu portato all'ospedale con una febbre gagliarda.