Coloro che governano in vece del Pontefice, conoscendone intimamente il carattere, blandiscono la sua vanità in tutti i modi. Una turba di fanatici intuona incessantemente un coro inesausto di lodi sul suo sistema di governo, che è appunto quello che piace ai dominatori gesuiti. Ed egli, vecchio acciaccato, e indebolito nelle facoltà della mente siccome nelle fibre, si compiace della definizione dei dommi, della pubblicazione dei memorandi, e della convocazione dei concilii, come di cose che devono raccomandare il suo nome alla posterità, sogno supremo e vaneggiamento dell'anima sua. E dopo un ricevimento di ufficiali, o una rivista di artiglierie sui prati della Farnesina, passa a far pompa dei paramenti levitici, nelle feste sontuose del Vaticano, o nelle visite dei conventi: e in mezzo a quelle soddisfazioni dell'amor proprio, a quegli orgogliuzzi, a quelle superbie puerili, passa contento l'ultimo avanzo della sua vita, senza badare più che tanto al sangue e alle lagrime che si spargono in suo nome.

A quel vegliardo dal cuore appassito, non resta vivo altro sentimento di quel medesimo che lo faceva caracollare baldanzosamente sul suo cavallo parato negli anni primi della giovinezza. Solamente l'oggetto della sua vanità è mutato: l'impulso è lo stesso.

Entriamo a vederlo; entriamo in quel sublime palazzo del Vaticano, che è quasi un Panteon dell'arte italiana; che ha per appartamenti le stanze dipinte da Raffaello, e per oratorio la Cappella Sistina, e per museo domestico il Belvedere; che racchiude insieme la Trasfigurazione e il Giudizio Universale, l'Apollo e il Laocoonte.

Entriamo. Passiamo per l'atrio custodito dagli alabardieri svizzeri, traversiamo il cortile vigilato dai palatini, percorriamo le anticamere gremite di guardie nobili, di prelati, di camerieri segreti, di _scopatori_¹, di bussolanti, di servidorame alto e basso; arriviamo alle stanze intime di Sua Santità. Ecco una camera parata da un damasco cremisi, che rimanda una tinta rossastra su tutti gli oggetti; e cremisini sono anche i divani, le seggiole, i tappeti che coprono le tavole; e rosso è il cortinaggio delle finestre, e rosso è il riflesso degli specchi. Si direbbe un lago di sangue.

¹ Così è chiamata una delle cariche più onorifiche della corte romana.

Un uomo solo, un vecchio pingue e grasso, sta genuflesso in un inginocchiatoio ornato da cuscini di velluto; egli è coperto da una veste bianca, che gli scende fino ai piedi, adorna di finissima trina e coperta da un ampio bavero circolare. Tiene giunte le mani e levata la testa, e lo sguardo rivolto verso un bassorilievo di marmo bianco infisso alla parete, dinanzi al quale, sta accesa una lampada. E testa e sguardo sembrano atteggiati al raccoglimento religioso.

Così pregava il Papa nella mattina del 18 ottobre 1868, e sotto le sue ginocchia, sopra un cuscino dell'inginocchiatoio, stava un foglio di carta ripiegato. Quel foglio era la sentenza, colla quale due giorni innanzi il Tribunale Supremo della Sacra Consulta aveva condannati a morte Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti.

Ogni volta che il sanguinario tribunale emana una sentenza di morte, perchè questa possa eseguirsi è necessario che il Pontefice la faccia seguire dalla sua approvazione. Epperciò ognuna di quelle sentenze, dopo pronunciata, viene trasmessa dal presidente della Sacra Consulta nelle mani di Sua Santità, perchè si degni approvarla.

In tale occasione i pontefici sogliono mettersi in orazione colla sentenza sotto le ginocchia, invocando, come dicono, la ispirazione divina, per decidersi ad approvare la condanna, oppure a far grazia della vita ai condannati.

Papa Pio IX stava dunque in quella mattina inginocchiato sulla sentenza di Monti e Tognetti.