Il canto mortuario del miserere che saliva sulla scala, e di lì a poco il chiarore dei ceri, che apparve oltre il cancello, annunziarono l'arrivo della compagnia di San Giovanni Decollato. I confratelli incappucciati entrarono nel camerone.
Uno dei confratelli teneva inalberato il lugubre vessillo della compagnia, che porta dipinto nel drappo nero una testa recisa. Dietro a lui si schierarono in due file gli altri tutti coi cappucci calati sul volto e i ceri accesi in mano, continuando il loro canto funerario.
Due di essi si staccarono dal nero drappello, e, uniti al secondino Petronio, andarono a prendere Gaetano Tognetti nella sua segreta. Lo trovarono che dormiva: lo risvegliarono, e gli annunziarono che si avvicinava l'ora della sua morte. Egli fu assalito da una spasmodica contrazione dei nervi: quella natura giovane e vigorosa si ribellava all'idea di una immatura e violenta distruzione.
Lo condussero in cappella, per consegnarlo colà ad un gesuita, che doveva essere il suo confessore.
Poscia passarono alla segreta di Monti; esso non dormiva, stava invece pregando. Pregava per la donna che lasciava vedova, pei bambini che lasciava orfanelli.
Durante il tragitto dalla segreta alla cappella, Tognetti, sedato quel primo tumulto del sangue, si rimise in calma, e ai confortatori che lo esortavano ad incontrare la morte rassegnato e da buon cristiano, e a pazientare.
—Pazienza! diceva, sì, avrò finito almeno di tribolare. Io già la grazia non l'ho mai sperata. Sapevo bene che il Papa non me l'avrebbe mai fatta.
Appena giunto nella cappella, fu posto nelle mani del gesuita, che subito lo prese a braccetto, e, presentatogli un crocifisso dinanzi alla faccia, gli chiese per prima cosa se credesse nella passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo.
—Sì, padre, rispose Tognetti: io credo in Nostro Signore, e i miei conti desidero farli direttamente con lui.
Intanto altri confortatori conducevano Monti nella stessa cappella.