Un chierico della chiesa, ch'egli aveva lasciata pochi minuti prima, venne a toglierlo da quella contemplazione.

—Don Omobono, disse il chierico, eravate appena partito dalla sagrestia, che il padre Bindi ha mandato a cercare di voi con gran premura.

—Il padre Bindi! disse don Omobono sgusciando gli occhi. Ha cercato di me?

—E con grande premura.

—Eccomi, eccomi; che sua reverenza non abbia da aspettare.

E il prete di vettura, sopravvanzando il chierico, traversò quasi di corsa la piazza, ed entrò con gran furia nel fabbricato del Gesù, per quella porta laterale che mena all'atrio della sagrestia e del chiostro.

La ragione di quella premura si era questa, che padre Bindi era uno dei segretari primari del Padre Generale: a tutti era nota la sua potenza, e don Omobono doveva aspettarsi da quella inattesa chiamata molto bene o molto male.

Salì a tre a tre i gradini della scala, e dal primo laico che incontrò nel corridoio fu guidato, non già nella cella, ma nell'appartamento di padre Bindi. Questi, che era un gesuita lungo e magro, ricevè don Omobono nel suo gabinetto di lavoro, seduto allo scrittoio ingombro di carte, e co' suoi occhiali sul naso.

—Reverenza, reverenza, mormorò più volte il povero prete, strisciando i piedi per terra, e battendosi il petto col mento.

—S'accomodi, don Omobono, sieda qui vicino a me.