E un fatto attestato persino nei rapporti militari del generale pontificio ministro Kanzler, che alla rivoluzione romana mancarono le armi promesse dal Comitato nazionale, in cui sconsigliatamente fidando migliaia di giovani, si esposero contro le truppe regolari, nella sicurezza, tradita, che sarebbero loro state distribuite le armi al momento d'incominciare la lotta; invece furono inermi ed abbandonati! Niuno al mondo potrebbe accusarci di mendaci nel ricordare che facciamo questa verità dolorosa pur troppo di tradimenti, ma storica.
Risoluto il mezzo delle mine, studiando nella carta topografica di Roma, si designavano i luoghi ove poterle, con gli ostacoli minori possibili, collocare, ed ove stazionassero soltanto gli esteri, osservando per altro che i circonvicini non ne risentissero danno. I progetti si fermarono sopra le due caserme di Serristori e di Cimarra, tenuta dai zuavi la prima, dai legionari di Antibo la seconda.
Inutile qui sarebbe ripetere i varii tentativi, i molti sperimenti, sempre riusciti invano, per minare, secondo le regole dell'arte, le due caserme. Interessa bensì a sapersi, che i più attivi negli studii e nella direzione pratica di esse furono i due romani Giuseppe Ansiglioni e Giulio Silvestri, dichiarati assenti, con l'ingegnere Giuseppe Bossi, romano, e Giuseppe Monti, muratore di Fermo, intrepido esecutore, entrambi arrestati. Lo scoppio di una mina «era addivenuto necessario, essendosi divulgato che un gran rimbombo dovea essere il segnale della rivolta, stabilita per le ore otto circa di detto giorno 22 ottobre prossimo passato» ed inoltre la sfida erasi già data, gittato apertamente il guanto.
Del modo come fu eseguita la mina a Serristori dirà, meglio che ogni altro studiato racconto, la confessione genuina dell'esecutore Giuseppe Monti, il quale fu per accidentalità arrestato nelle ore pomeridiane del 24 ottobre nell'osteria dell'altro arrestato Domenico Lucci, dove si condusse la forza per requisire alcune accette nascoste in cantina e preparate per la sommossa.
Monti avea avuti poi abboccamenti coll'Ansiglioni, col Silvestri, e con un tal Perfetti, e talvolta erasi incontrato col Cucchi. Ansiglioni lo istigava con le minaccie, e lo allettava con promesse le più vantaggiose. Nel giorno 22 ottobre fu combinato che egli, all'operazione nella caserma Serristori, avrebbe avuti a compagni un tal giovine Peppe, e due soldati di linea, dei quali uno caporale. (Forse erano due congiurati vestiti alla militare). Peppe era quegli che doveva aprire la porta, di cui avea falsificata la chiave, d'un locale terreno sottostante alla caserma Serristori: i due soldati lo avrebbero aiutato portandovi dentro due barili di polvere: che, presi dalla bottega d'uno stagnaro al vicolo della Campanella in Panico, il Monti dovea collocare al posto e incendiare. La divisa militare serviva ad allontanare i sospetti, perchè quel locale terreno era tenuto ad uso di magazzeno del Corpo pontificio del Genio. Infatti, Monti, Peppe ed i due veri o finti soldati, andarono al luogo designato; a Monti vennero date da un incognito circa tre libbre di polvere sciolta per versarla in un foglio di latta, preparato dall'Ansiglioni, per mettere in comunicazione i due barili, i quali presi su dai due soldati li adagiarono in una vettura di piazza che avevano a loro disposizione, e, salitivi sopra i quattro congiurati, si diressero verso la caserma Serristori. Si fermarono sulla vicina piazza di Scossa-Cavalli. Soltanto Monti discese dal legno, diede al vetturino uno scudo, gl'inculcò di accostarsi bene presso la caserma Serristori, alla seconda porta.
Il giovane Peppe aprì in un batter d'occhio; i soldati del pari in un batter d'occhio portarono dentro i barili colla polvere; il legno partì. Avvisato Monti, che attendeva sulla piazza Scossa-Cavalli, essere tutto pronto, e che a lui toccava di fare il resto, chiese se coi barili avessero messo dentro il foglio di latta che era nel legno, al che risposero averlo dimenticato. I soldati suggerirono che si poteva supplire con un mattone, dei quali ve n'era un mucchio nell'interno del locale, ed il giovane Peppe andò a prendere un pezzo d'esca lungo circa un mezzo palmo. Egli, Monti, entrò nel locale apertogli, chiuse dietro a sè la porta, accese un fosforo, e colla languida luce del principio di esso e dello zolfo adocchiò dove stavano i due barili colla polvere e dove i mattoni; smorzò il fosforo per impedire che si accendesse lo zeppo e spandesse troppa luce; trascinò i barili fino nel mezzo della munizione, li congiunse palpando così all'oscuro, ne congiunse le bocche in modo che poco distassero l'una dall'altra. Sempre col sussidio del fosforo appena acceso e quasi sull'istante smorzato, raccolse un mattone dal mucchio che avea visto, lo collocò tra una bocca e l'altra dei barili; raccolse colla mano dal barile pieno (l'altro ne conteneva appena un terzo) la polvere accostandola all'orlo del mattone, versò su questo l'altra polvere che avea ricevuto, vi applicò la striscia di esca, fermandola con un sassetto perchè non cadesse, accese un ultimo fosforo, e con questo l'esca, e via richiudendo la porta.
Quindi andato sulla piazza Scossa-Cavalli, lo seguirono i soldati ed il giovine Peppe, e lì per lì consegnò ad uno dei soldati scudi trenta in boni di Banca per dividerseli insieme!!… Lasciati sulla piazza anzidetta gl'indicati tre individui, senza sapere dove si recassero, si diresse egli verso Borgo Vecchio, e, come fu alla metà di quel borgo, intese lo scoppio dei barili di polvere dalla parte della caserma Serristori, che fece rintronare tutti i luoghi circonvicini; al che fu preso da forte terrore. L'orologio segnava le ore sette in punto, e conobbe che dalla esplosione all'avere appiccato il fuoco all'esca ci saranno corsi circa cinque minuti. La notte questo sciagurato, cui mancò il coraggio di trattenersi nella propria casa in Trastevere, la passò in un lettino della casa alla Rotonda, ove alloggiava l'Ansiglioni, il quale nella mattina seguente del 23 ottobre gli regalò scudi dieci!! Giuda vendette Cristo per trenta danari; Ansiglioni, in nome della redenzione d'Italia una, della vita di ventisette infelici, sepolti nelle rovine di Serristori, e del ferimento di dieci altri, ricompensa quattro sciagurati con dieci scudi cadauno!!… È vero però che fu consolato dai complimenti, di gratulazioni del generale, il quale fecegli ancora dire che si era preparato un felice avvenire, non avrebbe più campato di braccia, avrebbe fatto il padrone, non gli sarebbe più mancato niente. Ed in fatto dall'ottobre 1867 ad oggi, la sorte di questo disgraziato è invidiabile!… e l'avvenire di lui lo sarà più ancora!…
Basta alla storia della catastrofe funesta della caserma quanto venne narrato sin qui. Rendere conto minuto della parte che vi presero gli altri correi sarebbe una ripetizione superflua. La confessione dell'ingegnere Bossi, che tutta si aggira sugli studii e sulle sperienze per tentare con risultato giammai ottenuto le mine, se prova la correità sua e di altri negli attentati e nella rivoluzione, non isparge di maggior luce la verità delle cose esposte.
Per questo delitto della mina Serristori, la legge chiama a sindacato: Francesco Cucchi di Bergamo, Giuseppe Ansiglioni e Giulio Silvestri, romani (dichiarati assenti), Cesare Perfetti, Angelo Tognetti, Giovanni Borzelli, romani (contumaci), e gli arrestati Giuseppe Bossi, Gaetano Tognetti, romani, Giuseppe Monti di Fermo, Giuseppe Moresi, Achille Semprebene, romani, e Luigi Claudili di Piedilugo.
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