La voce si tacque, e subito dopo un'altra, non meno maschia della prima, ma più giovanile, più ardente, proruppe dall'altro lato della grotta:
—Io, figlio di Roma, in nome di tutti risponderò.
Un mormorio di approvazione successe a quella parole. E Tognetti, che aveva riconosciuta quella voce, sussultò dal piacere, e stretta vivamente la mano di Monti, che aveva vicino, gli disse all'orecchio:
—Ascolta, ascolta! È Curzio che parla.
E Curzio, ch'era esso infatti, così riprese il suo dire:
—Io non dovrei rispondere colle parole. Tra poco Roma risponderà coll'azione, col sangue: ma io non posso lasciar cadere quest'accusa di codardia. Dite codarda Roma perchè non è insorta ancora! Ma non sapete che a Roma manca il suo sangue più caldo e più puro, e invece di quel sangue le circola nelle vene una tabe immonda e non sua? Che sono nove anni che i suoi figli migliori emigrano continuamente, e vanno ad accrescere le file dell'esercito italiano, e sono nove anni che piovono in seno a lei sciami di stranieri reazionari e feroci? Roma non si è ancora mossa! Ma ridatele, per Dio, il suo sangue, le sue forze! Sbrattatela una volta di questa canaglia cosmopolita, e allora, allora vedrete che cosa le sta nel cuore. No, la gente che oggi circola entro le sue sacre mura non sono i figli di Roma; questi voi li troverete là fuori, colla camicia rossa, col fucile del volontario. Coloro che ci circondano da ogni parte, coloro che ci stanno sopra a opprimerci il respiro, a soffocare ogni tentativo, a schiacciare ogni anelito del nostro cuore, sono i satelliti della reazione mondiale, sono le spie e i poliziotti d'ogni paese. Non è la soldatesca straniera che ci tiene schiavi, che paralizza le nostre forze. È questo fecciume di chierici e di delatori, che ha resa la nostra eterna città la cloaca dell'orbe intero. È questa melma, che ci avvolge, c'imprigiona, ci mozza il fiato. Un popolo inerme ma generoso può insorgere contro una truppa agguerrita: ma come guardarsi le spalle dal tradimento, quando vi sta intorno una turba infinita di delatori o di birri? E costoro non sono romani, per Iddio! Tenetelo a mente, sono i clericali di tutta la terra, che hanno piantata la loro cittadella qui, nel cuore d'Italia. Questa è la nostra situazione; per questo furono finora sventati i nostri intendimenti; per questo, Dio nol voglia, ma io temo che il nostro tentativo sarà soffocato nel sangue. Io lo temo, sì, perchè so che siamo circuiti, spiati, e per ogni buon cittadino romano v'hanno cento delatori forestieri che lo tengono d'occhio. Non importa, noi daremo tutte le nostre forze, tutta la nostra vita per la patria, protesteremo almeno colla morte contro il governo dei preti. Il plebiscito di Roma sarà scritto, non foss'altro, col sangue de' suoi cittadini cadenti sotto il piombo de' mercenari stranieri, o sotto la mannaja del pontefice. All'armi, all'armi dunque, o veri Romani! In questo supremo momento taccia ogni rancore; tutti siamo concordi in un solo volere. Mostriamo all'Italia, al mondo intero che non vogliamo, no, non vogliamo essere sudditi di un sacerdote coronato, che insulta il Vangelo e la croce di Cristo!
Curzio aveva pronunziato il suo discorso con quella foga irresistibile della passione che trascina invincibilmente gli uditori. Tutto l'entusiasmo dell'amor patrio e dell'abnegazione era impresso nelle sue parole. Pareva che in lui rivivesse lo spirito di quel grande di cui portava il nome.
Il fremito che percorse l'assemblea fece comprendere che quel fervido impulso si era rapidamente trasfuso a commuovere tutti gli astanti.
—Andiamo, dunque!
—Alle armi!