Ma nel governo di Venezia, essendosi atteso dal principio della sua propagazione a governar bene, avendo per oggetto il beneficio publico, hanno instituito piú e diversi ordini, con farne d'ognora novi, migliorando o togliendo li passati secondo è parso espediente, particolarmente sopra la creazione di magistrati e regimento di quella, che s'è mai ritrovato in altre signorie e republiche simil modo di crear magistrati. E, come l'esperienzia ha dimostrato, non vi è stato dominio o republica al mondo che abbia tanto durato quanto ha durato e dura Venezia, che ancora è vergine, e sono circa mille e ducento anni che è edificata dopo del flagello di Attila. Dico dunque che, essendo l'ordine di creare li magistrati, e in tanta perfezione che è impossibile che alcuno vi si possa creare o per subornazione o compiacenza, come è noto a chi lo sa, né ascende a grado supremo persona che non sia esperimentata, né gli infimi e mediocri, e che in nisciuno di quelli abbia fatto malamente; ed essendo il Conseglio detto de «pregai» il supremo de tutti, come anticamente il senato in Roma, quale ha potestá di fare e disfare legge, guerre e pace (nel quale Conseglio sempre vi sarranno da circa centocinquanta senatori e piú, quali in effetto sono come in vita, e di loro s'è fatta esperienza per li passati magistrati, né vi è magistrato che per un minimo tempo abbia potestá soprema senza il consenso del Conseglio de «pregai»: stando cosí dunque ordinato questo governo, di necessitá séguita che sempre sará un medesimo. Poiché, essendo li senatori di tanto numero e standovi in effetto in vita, non può mai succedere che per morte possano mancare tutti o la maggior parte, sí che quelli che vi entrano, non sapendo quello che li primi teneano per disordine o per rimedio del loro stato, o sapendolo, si vogliano difformare dalla loro opinione. Ma quelli che succedeno sempre ritrovano maggior numero di vecchi senza comparazione, da' quali intendono li disordini passati e presenti e li possibili futuri con li loro remedi; né, volendosi difformare dalla loro opinione, possono fare altra provisione, mentre bisogna che siano in uno concordi, o la maggior parte vinca. E cosí va succedendo da mano in mano; sí che per detta causa sempre si può dire il medesimo governo: lo che importa molto. Come (stando nella comparazione del medico con colui che governa, come si disse di sopra) di piú certa esperienza sará il medico e di migliore riuscita saranno le sue provisioni, quando, avendo governato piú e piú volte un ammalato e conosca la complessione e qualitá di quello, se gli occorrerá governarlo di nuovo; che non sará quel medico che è nuovo circa il governo dell'ammalato, che per coniettura può argomentare la sua complessione e non per esperienza o per la riuscita delli remedi: cosí mi pare che vi sia differenza fra le provisioni che averá da fare uno che governa ed è nuovo nel governo per alcun disordine o nuovo ordine del suo Stato, da quelli che faria uno che è vecchio nel medesimo governo e ha conosciuto li disordini passati e rimedi fatti con gli altri accidenti del suo regno. Sí che, essendosi dechiarato donde procede questo introito e vistosi gli effetti grandi che fa, sará per argomento efficace che non mi sia ingannato doversi preferire questo accidente commune della quantitá degli artifici all'accidente proprio della superabbondanzia della robba. Resta da discorrere sopra l'effetto delle condizioni di Napoli.

CAPITOLO XI

Come, stante le condizioni di Napoli, sia quella povera di oro e argento.

Si come le condizioni che si dissero di Venezia si applicano a esito, e si è declarato donde procede l'introito; cosí all'incontro le condizioni di Napoli importano introito senza esito, e perciò bisogna risolvere con difficultá perché non si ritrova né in tutto né in parte detto introito, come è notorio: lo che è di maggior maraviglia della prima. E, per risolverla, bisogna di necessitá una delle due proposizioni esser falsa: o non concedere esito, o negare l'introito, ché altrimenti implicarebbe contradizione. Quale difficultá generando maraviglia a tutti, e non possendo risolverla detto De Santis d'altra maniera, applicò al cambio alto il mancamento dell'introito e l'accrescimento dell'esito. Della cui opinione si dirá nella seconda parte, e allora si fará chiaro come con ragione vi sia questo in Napoli, dechiarando donde procede il poco e nullo introito, dove corra l'esito, senza che il cambio alto o basso sia in considerazione alcuna.

E, volendo ritrovar la veritá, bisogna conoscere che certezza tengono l'una e l'altra proposizione, e non fare supposizione di cosa non certa e propria: si ha da conoscere la veritá dall'introito, il quale, come si è detto di sopra, secondo l'opinione del detto De Santis, dovria essere ogni anno da milioni cinque, dedutte le robbe che da fuora vi bisognassero, la somma delle quali, secondo il suo parere, può ascendere a ducati seicentomilia, e che l'entrate vendute a forastieri importassero altretante, giaché si è concesso essere esito di robbe fuora da milioni sei e piú: che, togliendone il predetto milione e ducentomilia, che importa della robba che bisogna di fuora, e l'entrate vendute, che si contraponeno per esito, ci dovria restare ogni anno milioni cinquanta. E, perché, come si è detto, si è concesso esservi esito di robbe di milioni sei per fuora, quali si pongono per introito, non occorre disputare se sia o non vero, ma solamente se effettivamente l'introito vi viene o, venendovi, bisogna ritrovar l'esito. Perciò il tutto consiste: se è vero che non vi sia altro esito, e se con effetto vi viene il denaro; ma, perché l'esito è di altra quantitá della predetta somma (ché l'entrate e industrie di forastieri, giunte con le robbe che vengono da fuora, superano di gran lunga la quantitá predetta), seque che l'opinione predetta non sia vera. Dal che resta resoluta la difficultá perché Napoli sia povera d'oro e argento, ancorché vi sia esito di robbe per fuora Regno da circa milioni sei l'anno.

E, per conoscere questo, bisogna avertire prima di che robbe tiene bisogno Napoli da fuora, o siano necessarie o commode o dilettevoli agli uomini di Regno, e considerar bene a che somma possano ascendere e che con effetto ci vengono, perché bisogna necessariamente ponerle per esito: altrimente non occorre ponere per introito le robbe che si estraeno, ché saria giudicare una istessa cosa diversamente.

E, incomminciando, cosa chiara è che in Regno non vi è artificio di lana per panni fini e il vestire vien da fuora (come confessa il detto De Santis nel sesto effetto che dice dover far la pragmatica); e (giudicando all'ingrosso), essendo il Regno da circa un milione di fochi con li franchi e fraudati, facendosi il conto delle persone per ogni foco e quanti possono vestir di panni fini, ché, oltre tutti nobili e mercanti e cittadini ricchi, ogni artegiano mediocre tiene vestiti almeno per le feste de detti panni, e vedasi a quanto ascende un vestito e quanto dura: ché, volendo scandagliare bene, arrivará a milioni tre; ma mi contento si ponga questo esito di panni meno di milioni doi. E a questo vi si agiunga preti e fratri con monaci, quali tutti la maggior parte vestono di panni da fuora, che importa alcuna cosa. Sí che la somma, che si è detto, piú presto poca che soverchia si può dire.

Oltre di questo, il Regno tiene di bisogno di tutte cose di speziarie, dico delli principali semplici, come sono reubarbaro, agarico e altri semplici, e d'alcune cose composte, come sono teriache, mitradi e altre, quali quasi tutte vengano da Venezia.

Cosí ancora tutte cose aromatiche, come pepe, cannella, garofani, noci moscate, zenzero, mirra, incenzo, storace, belzui e infinite altre.

Né meno tiene zuccari a sufficienza, ché, considerando, come si è detto, la grandezza del Regno e il numero di dette cose (e in particulare del pepe, che non vi è foco che sottosopra non ne consumi circa mezzo ducato, e il simile di semplici di speziaria), e cosí fare il conto a proporzione dell'altre cose, che forse ascenderá alla somma delli panni o poco meno.