Ancorché basti per il mio proposito quanto si è provato, che, essendo vera la conclusione ed esperienza, non saria vera la sua massima che l'altezza del cambio sia causa della penuria; con tutto ciò per maggior chiarezza, conforme ho promesso, se discorrerá se siano vere la conclusione ed esperienza. E, incomminciando dall'esperienza, la quale par che mova piú della ragione, tenendo piú del senso e quella dell'intelletto, dico che, se bene mi bastaria negare, per essere suo fondamento detto assunto; con tutto ciò mi contento pigliare il peso di provare il contrario.

Cosa notoria è che quindeci, venti o trent'anni adietro, dato che il cambio fusse basso, mai vennero li detti denari della estrazione della robba in Regno in contanti, e in consequenzia mai abbondò di moneta, poiché, come si è provato nella prima parte, non vi è altra causa di aver denari in Regno. Lo che fa conoscere chiaro la somma, che per conto di detta robba sola saria venuta in Regno, oltre di quella, che per il guadagno nascea al mercante per la bassezza del cambio, come dice che saria venuta in Regno: quale somma in anni quindeci, a sei milioni l'anno, importaria novanta milioni. Sí che, se fusse vera la esperienza, oltre li denari che fussero stati prima in Regno nell'anno 1595, per li detti anni quindeci soli vi sariano stati li milioni novanta: quali tutti doveano essere in Regno, giaché, come esso confessa, dalla Maestá cattolica non solo non se ne cava moneta dal Regno, ma ve se ne invia; né meno sariano uscite le monete per le robbe che vengono da fuora e per l'entrate che tengono forastieri, stante la bassezza. Lo che quanto sia erroneo e falso non occorre dirlo, ché né in detto tempo, né prima, né mai vi si ritrovò né la predetta somma né la decima parte. Lo che basti a provare li continui fallimenti de' banchi, li quali non son falliti né per malizia né per disgrazia, eccetto che, avendo impiegato li denari in mercanzia, quando si ha voluto cavare alcuna somma, in breve, di cento o ducentomilia docati, per la carestia di contanti, che non han possuto ritrovare per gli altri banchi (ché, se vi fussero stati, averiano avuto credito; ma, per la carestia che vi era, ognuno steva sopra la sua), son falliti. Ché se in detto tempo in banchi vi fussero stati solo tre o doi milioni di contanti e meno, al securo non saria successo fallimento. E a chi non bastasse questa prova, potria far diligenza e vedere nelle casce maggiori de' banchi in quel tempo che contanti vi erano, ché ritrovará che né tre né doi e forse meno uno ve ne era di milioni; ché, se bene ve ne fussero stati diece e venti e trenta nell'anno 1590, meno arrivaria alla proporzione che vi dovea essere a rispetto della quantitá predetta. Veritá dunque certissima è che non sia vera la detta esperienza, ma imaginaria; e questa, reale e tanto differente dalla predetta, che è contraria. Oltre di ciò si può conoscere, questa sua abbondanza in detto tempo e penuria nell'altro, dall'argento che è venuto in zecca dall'anno 1581 indietro, nel qual tempo si permesse che si spendessero ordinariamente le monete spagnole, quale prima non si spendeano, ma andavano in zecca con tutte l'altre forastiere, che veneano in alcuna quantitá mediocre: ché mai si ritrovará esservi venuto ordinariamente, non che sei milioni, o quattro, o uno, ma sottosopra, per il calculo che ho fatto fare dall'anno 1548 insin alli 1582, repartendo tutta la summa a tutti l'anni, viene libre d'argento ventinovemilia centosessantasette che sono venute in zecca, quale, riducendole in valuta di monete, sono trecento e seimiliaducentocinquantatré ducati l'anno. E, se a questo mi si dicesse che questa poca somma saria a rispetto della moneta venuta in zecca, ma non per questo séguita che non sia venuta altra somma nel Regno, rispondo che la detta prova conclude benissimo che non è venuta altra somma in Regno, non solo a rispetto delle robbe che si estraeno, ma per ogni altro rispetto, mentre non si spendea non solo moneta forastiera d'altri prencipi, ma meno la spagnola, quale ha corso dopo il bando del prencipe di Pietraperzia, in quel tempo viceré in Regno, sí che di necessitá tutta andava in zecca. Perciò conclude benissimo che mai in Regno, ancorché il cambio fusse basso, ci è venuta la somma che dice, ma né la quarta né la decima parte. E, se si dicesse che questa poca summa è a rispetto delli molti anni che si è fatto il calculo, incomminciando dall'anno 1548, dico che poca e nulla differenza vi è fra gli anni primi e ultimi, e, se vi è differenza, vi è di maggior summa nei primi. E, per conoscere come l'altezza e bassezza del cambio non importa cosa alcuna per detto effetto, ho fatto fare il calculo dalli 1582 insin alli 1590, che, secondo lui, il cambio era basso, e dalli 1590 insin alli 1605, che, come dice, il cambio era alto, dell'argento venuto in zecca; e, partita la summa dalli 1582 insin alli 1590, son venuti ogni anno libre d'argento doimiliaseicentotrentasei, che, convertendosi in denari, sono docati ventisettemiliaseicentosessantaotto, nel qual tempo il cambio era basso; e per tutto il calculo dall'anno 1590 insin all'anno 1605, nel qual tempo il cambio era alto, viene per ogni anno libre d'argento ventiunamiliacentoquarantadue, quali, redotte in denari, sono ducati ducentotredicimiliatrecentonovantauno: qual calculo dimostra che non solamente nel tempo del cambio basso il Regno non abbondava di moneta, ma era tutto l'opposito. E, se si dicesse che in quel tempo correva la moneta spagnola in Regno, sí che non conclude la prova, tutto questo si concede: ma correa ancora dalli 1590 insin alli 1605, nel qual tempo il cambio era alto e andava tanta quantitá esorbitante in zecca, a rispetto del tempo nel quale il cambio era basso. E, se ancora si difficultasse e si dicesse che le monete andate in zecca in questo tempo erano monete che si trovavano nell'istesso Regno per farne mezzi carlini, nel tempo predetto dalli 1582 alli 1590 era il medesimo che si faceano mezzi carlini, e, se vi fusse stata moneta, si avriano fatte, come si fecero, della poca. Come dunque non si ha da concedere per coniettura certa, presunzione vera e prova ancora, che non sia vera l'esperienza che il Regno abbondasse di moneta nel tempo che egli dice che era il cambio basso, vedendosi tutto l'opposito? E, si bene quanto si è detto sia bastante e superabbondante, e a lui toccava provare il suo assunto con ragione ed esperienza reale e non imaginaria e non con sola affirmazione, pure vi ho voluto aggiungere questa altra prova: che, concedendoli che, nel tempo del cambio basso, anni quindeci e trenta adietro, come lui dice, venessero non solo li denari dell'estrazione della robba, e non ne uscissero di contanti, senza numerarvi ancora quelli che a rispetto del guadagno veneano (che almeno, come si è detto, senza li denari che vi erano in Regno, sariano milioni novanta nell'anno 1590), domando: se tanti denari erano in Regno, come incominciò il cambio alto? dove andôrno questi novanta milioni? Altro non può dire che, come il cambio fu alto, che si estrassero per il guadagno col farli ritornare per cambio in Napoli: e in questo si è risposto nel primo capo, che di necessitá bisogna che ritornassero in Regno con vantaggio. Ma lascio considerare a chi non è in tutto senza giudicio se simili pensieri siano o possano essere veri. E da questa risposta si viene a tutti gli altri inconvenienti, che si sono dati in detto luoco: che non solo andariano al presente girando per l'aria li novanta milioni, ma insin al suo tempo delli 1605 sariano arrivati alli milioni centoottanta, e al presente sariano ducentoventicinque o trenta che andariano volando per li cambi, e li uomini del Regno li avriano da riscotere da forastieri; lo che quanto sia lontano non pur dal vero, ma dal credibile e imaginabile, non m'affatigo di mostrarlo. Sí che è piú certo della certezza l'esperienza non esser vera, come lo dimostra l'altro che dice che in quel tempo il Regno abbondava di moneta di Fiorenza, Milano e Roma. Si risponde che, fuor di Roma, che in alcuna volta ve ne è stata alcuna picciola quantitá per altro rispetto particulare, in tutto il Regno d'altri luochi non vi si ritrovará, non che quantitá d'alcuna considerazione, ma neanco docati diecemilia e meno forse cinque o doi.

CAPITOLO IV

Se è vera la ragione che il cambio alto dia guadagno a chi vuol portare denari in Regno per cambio e non in contanti e per tal rispetto non vengano contanti.

Giá si è fatto conoscere non esser vero l'assunto seu conclusione sua maggiore, che il cambio alto fusse causa della penuria e il basso della abbondanza in Regno delli denari quali doveano venire per l'estrazione della robba; ed esser falsa, ancorché la ragione o conclusione, che per il guadagno del cambiare ognuno volesse portare denari per cambio e non in contanti, e l'esperienza, che quindici, venti, trenta anni adietro, che il cambio era basso, abbondasse il Regno di monete, fussero vere; e similmente la detta esperienza essere falsa. Resta solamente di conoscere se la ragione o conclusione predetta sia vera, cioè se, stante l'altezza del cambio di Napoli, vi sia il guadagno di diece per cento e piú, come dice, che per tal rispetto li denari si cambiano e non si portano in contanti. Al che forse mi si potria dire, da che li piace stare in errore e non vuol cercar la certezza, che non occorre questo disputare, essendo chiarissimo che, essendo il cambio alto, vi sia il guadagno. Al che rispondo che in potestá mia non è altro che farli conoscere l'errore, volendolo conoscere, e, non volendolo conoscere, lasciarvelo dentro, come dice san Giovanni: «Chi sta nelle spurcizie vi stia ancora». E che questa sua ragione e proposizione sia falsa, appare dalla medesima sua asserzione. Poiché, se è vero che quindeci, venti anni adietro in Napoli si dava grana 118 insin a 125 per un scudo di oro di Roma, e per un scudo di lire sette e mezza di Fiorenza grana 112 insin a 116, e per un scudo di marche di Piacenza il simile di quel di Roma; e in quel tempo dice che il cambio era basso, e da dodici in quindici anni in qua il cambio è alterato, ché in Roma si è dato e dá il scudo d'oro e in Regno si riscote grana centotrentacinque, insin a 40 e 45, e il simile per il scudo di marche di Piacenza, e per il scudo di Fiorenza si riscote grana centoventicinque insin a centotrenta; il che si dice esser causa che ognuno che vorrebbe comprar robba porta denari per cambio e non in contanti, poiché per un scudo non potria riscotere piú di carlini tredici e per cambio ne riscote quattordici e piú, e cosí per il scudo di Fiorenza di lire sette e mezza, la cui valuta dice essere carlini dodici, ne riscote tredici: se tutto questo fusse vero, non occorreria disputare. Ma non è altrimenti vero l'ultimo, che da dodici o quindici anni in qua, portandosi un scudo d'oro di Roma o di marche di Piacenza, se ne riscotesse carlini tredici, ché se ne riscoteano non solo carlini tredici e mezzo in quattordici, ma quattordici e mezzo e quindeci, cosí come dura ancora ed è noto a ciascuno, e che il prezzo del scudo è andato sempre variando e crescendo insin a carlini quindeci; sí che non solo non vi è il guadagno predetto nel cambiare, ma il contrario. Né questo errore lo defenda, che la pragmatica stabilisce il prezzo del scudo d'oro in carlini tredici, perché dall'uso non s'osserva, né credo che egli o altri avesse dato o volesse dare li scudi, né in quel tempo né al presente, per carlini tredici. Né mi può negare che, portandosi scudi di marche di Piacenza o d'oro di Roma, quali vagliano carlini tredici e forse meno nell'una e nell'altra parte, che non avria il medesimo guadagno e utile che avria nel cambio, e all'incontro nulla guadagnarebbe estraendo scudi da Regno per le parti predette per farli dopo ritornare per cambio, valendo il scudo in Napoli il prezzo che si è detto. E il simile si dice del scudo di lire sette e mezza di Fiorenza, quale d'argento è vero che valea in Napoli carlini dodici e meno, ma d'oro valea piú di tredici. Sí che l'inganno consiste in questo: che il prezzo del scudo d'oro in Napoli è alterato e cresciuto, e nelli detti luochi è stato quasi sempre il medesimo, né mai il scudo in Napoli è corso per moneta, ma per mercanzia, e perciò è andato crescendo, e il cambio che si fa dalle piazze predette con Napoli si fa d'oro in argento e non da oro in oro o d'argento in argento; e per necessitá dall'alterazione del prezzo dell'oro nasce l'alterazione del cambio, come si vede da quel che egli dice, che quindeci, venti anni adietro, che il cambio era basso, era per la causa predetta, che lo prezzo del scudo era meno di quel che è cresciuto dopo. E che il prezzo del scudo d'oro sia andato sempre crescendo non solo per l'uso, ma per disposizione di pragmatica, si vede dalle pragmatiche istesse fatte in diversi tempi, che sempre l'han cresciuto; sí che resta chiaro che, facendo il conto della moneta propria che si cambia, che sono li scudi d'oro, se si portasse di contanti, piú presto si guadagnaria che perderia in Regno, a rispetto di quel che dice guadagnare nel cambio. E perché, essendoci questo guadagno in portarvi scudi, non ve ne vengano, e che possa causare questo disordine, per non essere del mio intento, lo lascio, e forse se ne accennerá a basso, quando si trattará che giovi al Regno crescere il valore della moneta. Per ora basti conoscere che questa altezza di cambio nella sua ragione propria non dá guadagno alcuno, e, se ve ne è, è per altro rispetto e disordine; e il medesimo e maggiore è in portarvi la moneta istessa del cambio, che sono li scudi, e non per detta causa. Resta dunque concluso per ogni via che l'altezza o bassezza del cambio non importa cosa alcuna per far venire o non venire li denari in contanti in Regno per l'estrazione della robba, non che sia la sola e unica causa, come egli dice; ché, per quel che potria importare a rispetto dell'accidente del trafico, si dirá forse a basso. Sí che, non vi restando difficultá alcuna per questa veritá, si passará a discutere l'altre ragioni e consequenzie per confirmazione di detta conclusione addotte.

CAPITOLO V

Delle prime ragioni e consequenze che deduce dalla altezza e bassezza del cambio, con le cause che non fanno essere denari in Regno.

Gli effetti, che dice Marco Antonio de Santis immediatamente seguitare dal cambio alto e basso, sono:

Prima: l'uno faccia entrare, l'altro uscire li contanti dal Regno. Al quale non occorre rispondervi altrimenti, ché di sopra si è detto in abbondanza e l'esperienza l'ha dimostrato.

Secondo: che li prencipi d'Italia nel tempo del cambio basso cavavano denari da' loro tesori. Questo è mero pensiero piú che veritá. E che siano tre le cause principali che faccino povero di denari il Regno: cioè che per le robbe che si comprano in Regno non vengano denari, e per quelle che il Regno compra ne mandi o escano fuora, e la terza per l'utile che si ha nell'estraere per fare ritornare per cambio: di tutte queste cause non occorre discorrere. Ché dell'ultima si è provato non importare cosa alcuna e, se fusse vera, farli utile. La prima e seconda sono vere e si possono redurre in una sola, cioè che la causa perché il Regno sia povero di denari è che, mancando gli accidenti che possono fare abbondare li regni d'oro e argento, e non vi essendo fuorché l'accidente della superabbondanzia della robba che si estrae per fuora, li denari, che dovriano venire per detta robba, non vengono. E la causa perché non vengono, né sia necessario venire, si è provato nella prima parte; e in questa seconda non importare per tale effetto cosa alcuna l'altezza o bassezza del cambio.