So d'aver letto una volta (ma non mi sovviene dove, e, per diligenza fattane, non lo trovo piú) che in uno de' regni mediterranei dell'Africa è sí grande la copia dell'oro e la scarsezza dell'argento, che l'argento val piú dell'oro.

Messer Marco Polo[25] nelle sue relazioni dice che nel regno di Coraian nell'Indie, a' suoi giorni, si davano otto saggi d'argento per uno d'oro perfetto; e nel Corazan, provincia ch'ora appartiene al Mogol e che di molte miniere è abbondante, davano per una sola d'oro sei d'argento; anzi ne' regni di Mian con cinque d'argento s'aveva una d'oro: onde nasceva che venivano di lontani paesi mercanti con argento da barattare in oro, per lo guadagno che vi facevano portandolo al loro paese. In Bengala nell'Indie orientali[26] l'oro vale un sesto piú che in Malaga, perché in Bengala v'ha piú abbondanza d'oro da' regni piú interiori dell'India suoi vicini, che d'argento; e a' giorni nostri vediamo per tutto andarsi mutando la valuta dell'oro a proporzione dell'argento, conforme dall'Indie e da altre parti viene apportato piú dell'uno che dell'altro proporzionatamente. Il che mi fa stupire come Bodino, scrittore intelligente e sottile, si sia impegnato a sostenere che per duemila anni avanti di lui, ed al suo tempo ancora, fosse quasi sempre ed universalmente la proporzione dell'oro all'argento nel valore come da dodici ad uno. Erodoto veramente scrive che ne' suoi giorni si davano tredici d'argento per una d'oro; e Wilebrordo Snellio nel suo libretto De re nummaria raccoglie da piú autori che, quando i romani batterono la prima volta monete d'oro, le ragguagliarono a dieci per uno, mettendo in arbitrio degli etòli stessi il pagare in oro o in argento il tributo, purché per ogni libbra d'oro si valutassero dieci libbre d'argento.

Lo stesso fu a' tempi di Strabone e prima a' tempi di Menandro poeta. A' tempi di Plinio Secondo, che il Budeo nel terzo libro De asse ne ricava, correva l'analogia dell'oro all'argento come di quindici ad uno, imperocché uno «scrupolo» d'oro valeva 20 sesterzi, e però una dramma o denario ne valeva 60; ed all'incontro una dramma d'argento in pari peso valeva 4 sesterzi: e però l'oro all'argento in pari peso valeva quindici volte piú. Ma sotto Arcadia ed Onorio imperadori vediamo che, per legge da loro emanata e registrata nel Codice, libro X, titolo ultimo, fu ragguagliata la libbra d'argento per 5 soldi d'oro. « Iubemus —dice quella legge,— ut pro argenti summa, quam quis thesauris nostris fuerit illaturus, inferendi auri accipiat facultatem, ita ut pro singulis libris argenti quinque solidos inferat ». E perché la libbra pesava 72 soldi per la legge 5, Codice, titolo De susceptoribus del libro X, chiaro consta che 5 soldi d'oro valevano 72 d'argento, che è lo stesso che uno d'oro per 14-2/5 d'argento, ed è quasi la proporzione moderna. Plinio però la trovava del suo tempo come 12 ad uno. E dell'anno 1512 narra lo Snellio suddetto che fosse ella nuovamente di 12 ad uno; ma a suo tempo, che fu 100 anni dopo, la trovò egli come 40 a 3, o sia come 13-1/4 ad uno. E pure nel corso di quel secolo fa di mestieri ch'ella fosse nuovamente diminuita, mentre nell'ordinazione di Ferdinando primo imperadore, fatta l'anno 1559 nella dieta d'Augusta sopra tutte le monete dell'imperio e loro bontá e valuta, cosí d'oro come d'argento, io trovo che li ducati d'oro, detti ongari, di bontá di carati 23-1/3, e di peso a 67 ducati la marca di Colonia, valevano in Allemagna carantani 104 l'uno, che sono carantani 6988 la marca d'ongari; e perciò una marca d'oro fino di 24 carati valeva carantani 7167. Nella medesima ordinazione è costituito il prezzo all'argento fino di 12 once fiorini 10-1/5, che sono carantani 612; onde l'oro valeva piú dell'argento 11 volte e 72/100; il che, sebbene s'approssima al prezzo che voleva stabilire il Bodino di 12 d'argento per una d'oro, pure mostra che dal 1512 in qua ella era anzi scemata.

Che se Giulio Polluce calcola che in Grecia, a tempo che quelle repubbliche fiorivano, un'oncia d'oro valeva una libbra d'argento; ciò non ostante, dalla grande varietá che in diversi tempi s'è veduto in questa proporzione, non può negarsi mal fondata la massima, non solo del Bodino, che, come dissi, ha preteso essere stata quasi sempre per 2000 anni avanti lui quella di 12 ad uno, e dover in avvenire conservarsi tale, ma di Gasparo Scaruffi ancora, che nel suo Alitinonfo pretese d'insegnar il modo di mantener per tutto la moneta agli stessi prezzi per sempre. Ma supponeva che nel mondo non v'avesse difficoltá a questo 12 d'argento per uno d'oro per sempre, e non osservava che, se dall'Indie o dall'altre miniere cominciasse a venir molta piú copia d'oro che prima e molta minor copia d'argento, comincerebbe a barattarsi l'argento coll'oro a nuova proporzione, riducendosi ad 11, a 10 ed anche meno per uno; essendo che non istá in podestá de' principi il regolar sí fattamente le volontá dei sudditi in questa materia, che non siano trasgredite le sue leggi subito fatte, ogni volta che queste esorbitano fuori delle naturali proporzioni. Provi un principe a voler che si barattino per due scudi soli le doppie, e vedrá se, fuor di quei pochi che non avranno altro con che comprar il pane, gli altri non le asconderanno subito; e se chi averá bisogno di doppie non le ne anderá a comprar di nascosto anche per tre, che suol essere il loro prezzo corrente, da chi le averá. Non è dunque vero che fosse per lo passato, né che sia sempre per essere in avvenire, la stessa proporzione di 12 ad uno fra l'oro e l'argento, essendo molto lontani da quello, quasi sempre, che voleva il Bodino, gli esempi addotti e l'odierna esperienza, che in 100 anni da meno di 12 ella è passata quasi a 15 per uno. Certamente in oggi la proporzione piú comune è di 14-4/5 o pure 3/4 per uno, come si mostrerá piú avanti; né altro ha prodotto quest'alterazione se non la quantitá dell'argento venuto dall'America, che l'ha finora versato in Europa in tanta copia dalle inesauste miniere del Potosí e d'altri luoghi, che di continuo si vanno sviscerando, in proporzione delle quali, benché molto oro ancora di quelle parti ne sia venuto, egli è però assai meno di quello averebbe dovuto per mantenersi nella proporzione di 12 per uno. Anzi, se lo stesso Bodino avesse osservata la proporzione che da' suoi detti risulta, quando riferisce, come dicemmo sopra, che dall'America fino al suo tempo erano ormai venuti 100 milioni d'oro e piú di 200 milioni d'argento, averebbe trovato la proporzione assai maggiore di 12 ad uno, essendo che uno scudo d'oro non è che l'ottavo d'un'oncia, o sia d'una pezza da otto, onde 100 milioni d'oro sono 1.200.000 once; ed uno scudo d'argento coronato di quei tempi, che oggi «filippo» o «pezza da otto» si chiama, è prossimamente un'oncia, onde 200 milioni sono per lo meno altrettante once; e per conseguenza era venuto almeno 16 volte piú argento che oro. Che se, ciò nonostante, non per anche valeva piú di 12 ad uno, forse ciò fu perché gran parte di quell'argento a principio s'impiegò, fuori di moneta, in vasi ed utensigli de' grandi. Poteva però accadere che a poco a poco restarebbe piú vile l'argento in proporzione dell'oro; il che pare succedesse anche nella Giudea al tempo di Salomone, quando le flotte, che quel re per lo Mar Rosso mandava ogni tre anni all'Indie d'Ophir e di Tarsis, avevano portata incredibile copia d'oro e d'argento, che racconta il sacro testo che « tanta erat abundantia argenti in Ierusalem quanta et lapidum »; e poco sopra disse che « non erat nec alicuius pretii putabatur argentum in diebus Salomonis, quia classis regis per mare cum classe hiram semel per tres annos ibat in Tarsis, deferens inde aurum et argentum et dentes elephantorum et simias »[27].

Ora, se non fosse ormai lecito, com'è, di passare per favole certe storie di Plinio, che hanno il sembiante di racconti di vecchiarelle, io mi riderei bene da senno della sconsigliata risoluzione di Tiberio, a cui dice questo autore che essendo stato portato un vaso di vetro di cosí fatta natura, che non meno del rame e dell'oro potevasi tirare a martello, onde, caduto in terra senza rompersi, il buon maestro a vista dell'imperadore con un martellino ne racconciò l'ammaccatura della percossa; timoroso il monarca che, pubblicata l'invenzione, non scemasse di pregio l'oro, ne fece tantosto morire ingiustamente l'autore. Se il vetro ordinario e non trattabile a martello era vile rispetto all'oro, vi sarebbe egli per avventura chi mi sapesse dire il perché? Certo che, s'egli è bene men duro e meno lucido alquanto del diamante, nulladimeno il potersene far vasi da bere e prevalersene per tanti altri usi nobili è una prerogativa ben degna di contrapporsi a quella del diamante. Ma fossero pure in tanta copia nel mondo i diamanti come ci è il vetro, e li vedressimo piú vili assai del vetro; attesoché, data la paritá dell'abbondanza, piú stimabile sarebbe quello di essi che di maggior uso fosse, e s'imputarebbe a vizio ed imperfezione del diamante la sua immensa durezza. Dunque la raritá è quella circostanza, che rende piú e meno preziose le cose, che per altre condizioni sono da desiderarsi. E, se cosí è, perché dunque privare il mondo di una sí comoda invenzione del vetro trattabile a martello, con che potevano valersi di vasi tanto piú mondi che non sono i metalli, quanto che trasparenti e lucidi, senza timore che per ogni leggiera percossa andassero irremediabilmente in pezzi? perché rimunerarne sí ingratamente l'inventore colla morte? Che! manco al mondo forse quell'erba, di cui si fanno le ceneri dette «di soda», per fare il vetro, se, oltre la Spagna e le rive dell'Asia e l'Africa bagnate dal Mediterraneo, anche l'Italia in piú luoghi le produce? mancano forse i sassi ne' fiumi, che a compirne la misura si richiedono? E se v'ha copia sí grande di tali ingredienti, che ragione v'era egli di temere che l'oro perdesse il prezzo?

Consta dunque chiaro che, quantunque qualch'altra prerogativa dell'oro sopra l'argento può aver parte nella sua estimazione a paragone di quello, la principalissima cagione però della proporzione, con che si valutano, dalla maggior o minor copia dipende.

[A' giorni nostri in Italia la piazza di Genova, che, per esser la scala della maggior copia degli ori ed argenti che vengono dalla Spagna o dall'Indie, con ragione si deve considerare come norma delle altre, fabbrica le sue doppie di peso danari 6 grani 2-2/3 a bontá di danari 21 grani 18, e le spende lire 23.12 sua moneta; onde ott'once, o sia una marca di tal oro vale lire 741-258/550, e la marca d'oro fino vale lire 818-1378/7975: ed all'incontro ella fabbrica i suoi scudi, detti «genovine», di peso danari 35 in bontá di danari 11 grani 12, e le spende per lire 9.10 sua moneta; onde una marca di genovine vale lire 52-4/35, e la marca d'argento fino vale lire 54-306/805, onde vi vogliono marche 15-1377/30305 di argento fino per far la valuta d'una marca d'oro.

Milano, ch'è l'altra piazza, che ha gran copia d'oro e d'argento che viene dalla Spagna e dall'Indie, batte la sua doppia in bontá di danari 21 grani 21 e peso di danari 5 grani 10, e la spende lire 25.5; onde una marca di tali doppie tiene once 8, e vale lire 895-1/65, ma una marca d'oro fino vale lire 981-10917/11375 moneta di Milano. All'incontro batte il filippo d'argento in bontá d'once 11 danari 10 e peso di danari 22 grani 18, e lo spende lire 7.10, onde una marca di tali filippi vale lire 63-27/91, e contiene d'argento fino once 7 danari 14 grani 16. Ma una marca d'argento fino vale lire 66-6618/12467: dunque vi vogliono in Milano marche d'argento 14-18512/24375 per far la valuta di una marca d'oro[28].]

Di quella di Napoli non fo il calcolo al presente, perché a questi tempi sono in cosí grandi disordini le monete in quel regno, che non ponno dar regola ad altri, e la cercano tuttavia con ansietá per loro.

CAPITOLO V