Quegli uomini, che, caduti talora in cattiva disposizione di salute, non ponno soffrire le regole che loro prescrive il prudente fisico, e che anzi tutto ciò che loro piace si figuran salubre, e come diceva Tacito: « Imminentium periculorum remedia putant ipsa pericula », onde si bevono poco a poco volontariamente la morte e per lo meno si rendono perpetua l'infermitá, sono, per mio credere, poco dissimili a quei principi, che, pensandosi far guadagno sulle lor zecche, si lasciano indurre, dalle offerte de' partitanti o da' ricordi di poco in questa parte intendenti consiglieri, a dar mano a quel presente lucro che sembra loro evidente e palpabile, e permettere errori massimi nelle zecche medesime e nelle monete, che fanno balzar di subito le valute d'ori e d'argenti piú alto; e non si avvedono esser molto maggiore il pregiudizio che a' lor popoli ed al proprio erario ne risulta, di quello che sia stato l'utile che ne hanno incautamente ricavato.
Per render chiara questa proporzione, ch'è quella che dá il peso a tutta questa opera, mi basta portar alcuni de' piú freschi esempi, de' quali non per anco è smarrita dalla mente degli uomini la memoria. Erano, del 1658, terminate le guerre de' svezzesi, brandemburghesi e transilvani contro la Polonia; e, ritornato Casimiro su quel trono, poco prima quasi perduto, attendeva nella pace a risarcire dalle passate tempeste l'abbattuta nave di quel regno. Era l'erario regio esausto, eran vuote le borse de' nobili, falliti e dispersi gran parte de' mercanti, le campagne per piú anni incolte non avevano reso alcun tributo a' suoi signori; il regno tutto insomma, fra le orridezze delle passate incursioni e campeggiamenti, involto in orrido squallore. Il peggior de' mali si era un corpo numeroso di soldatesca, creditore di molte paghe del passato e di non poca e pur necessaria spesa in avvenire, malcontenta e strepitante. Per far danaro da soddisfarla, fu pensato dar mano a batter nuove monete, e perciò destinati nuovi zecchieri; e da questi e da altri fu proposto al re il dannoso ricordo di batter moneta con le solite impronte, ma di lega inferiore, affine di continuare, e col guadagno della prima battuta comprar argenti e, coniandoli in monete, crescendo gli utili, provvedere con essi a' bisogni del regno. L'occasione di comprar argenti era pronta, perché i nobili, che per ritornare alla corte e comparir con decoro erano esausti di soldi, dissotterravano le argenterie loro, giá sepolte avanti la guerra per esentarle dalle rapine nemiche, e supplivano con esse alle necessitá in che gli aveva posti la mancanza delle loro raccolte ed entrate, onde le portavano in abbondanza alla zecca. Nondimeno s'opposero molti, e fra gli altri i danzicani, che, sí per esser la cittá loro il maggior emporio di Polonia, sí per esser su' confini, di dove ogni loro negozio era da un lato bensí con i polacchi, ma dall'altro con svezzesi, danesi, ollandesi ed altre estere nazioni, meglio degli altri intendevano i danni che avvenire ne potevano, perché prima degli altri li provavano; e con scritture sensatissime (alcuna delle quali ho appresso di me) rappresentarono al re dover esser questa una nuova rovina del regno. Ma, o non intese le ragioni o cosí forzato dalla necessitá, crudel tiranna anco de' regi, batté Casimiro per piú milioni di tali monete; che, non considerate, a principio furono ricevute e spese, come se la mala condizion loro nulla importasse, mentre a quel prezzo correvano a cui dalla regia autoritá erano state tassate. Né si dolsero tampoco le soldatesche, se non quando, men d'un anno dipoi, cominciarono le nuove monete col proprio rossore a confessare il loro mancamento, e tutt'a un tempo vedersi il regno esausto quasi del tutto d'ogni altra moneta buona, mercé che, non accettata la nuova moneta dagli esteri se non per quanto valeva, che era appunto la metá di quanto in Polonia era valutata, chi aveva a portar soldi fuori di Polonia, cercava ongari, taleri e urti vecchi, che perciò quasi tutti fuori di regno erano ormai passati; anzi que' pochi ch'erano restati, chi ne aveva bisogno, li pagava molto piú del primo valore. Ed in questo modo si alzarono le monete buone in breve tempo a tal segno, che finalmente l'ongaro, che prima sei fiorini valeva, giunse a valerne dodici. Allora fu che s'accorsero non aver piú in tutto il regno se non la metá delle sostanze che prima vi erano in contanti, perché que' fiorini, che erano stati ricevuti per la sesta parte d'un ducato d'oro o sia d'un ongaro, erano divenuti la duodecima parte del medesimo; e perciò erano restati di valore solo la metá di prima. Concorreva alla rovina delle monete, e per conseguenza del regno tutto, la malizia di molti ancor esteri, che, veduto il guadagno grande che faceva da principio il re su quelle monete, ne batterono quantitá incredibile di nascosto con gli stessi impronti e della stessa lega; onde non era possibile di ricusarle per false, né distinguerle da quelle del re medesimo, perché erano della stessa bontá. Anzi continuarono gli svezzesi a mandar de' loro scilinghi, ch'è moneta bassissima, la quale, sebbene era con l'impronto svezzese, correva però ormai copiosa per la Polonia, introdottavi a poco a poco fin da' tempi avanti le guerre, che non era possibile bandirla senza grandissimo pregiudizio di tutta la povertá, che non averebbe sofferto d'esserne priva. Cosí dunque, asportato fuori del regno quasi tutto il buon metallo, restò la Polonia, e i suoi abitanti tutti, con la metá solo del primo valsente; mentre i fiorini ed altre monete regie ed i scilinghi giá non valevan piú che la metá di prima, mentre per aver un ongaro d'oro o un talero di buon argento vi bisognava il doppio di quella piú trista moneta. Per figurarsi qual fosse il danno e quanta la confusione di que' popoli in un sí strano emergente, basta solo concepire ciò che sarebbe, se d'improvviso ci fosse la metá delle borse e de' scrigni di ciascuno levata. Li mercanti, particolarmente lucchesi, fiorentini ed altri, che colá dimoravano trafficando con drapperie italiane ed altre merci, furono forzati alzar di prezzo le loro mercanzie. Ma, prima d'alzarle, ne patí strane convulsioni la mercatura stessa: mentre, avvezzi li nobili a pagar sei fiorini l'auna la drapperia di seta per vestirsi, non potevano soffrire di pagarla dodici, con tutto che prima e poi fosse sempre un solo ongaro, né poteva il mercante darla per meno; onde gran parte, e massime de' piú poveri, se la passava senza comprarne. Li nobili stessi, che riscuotevano le entrate loro a fiorini, trovavansi con la metá delle primiere entrate, mentre per far 1000 ongari bastavano giá seimila fiorini d'affittanze, ed ora meno di dodicimila non ci volevano a farne il cumulo. Le pubbliche gravezze, che pure a fiorini si contavano, non rendevano piú al re ed alla repubblica se non la metá di prima; ed il volerle crescere a quei popoli, pur troppo afflitti dalle passate guerre, era, per lo timore di sollevazioni e tumulti, cosa impossibile. Le soldatesche, che si videro restato lo stipendio, benché sotto nome della stessa quantitá de' fiorini, la metá sola del suo valor vero primiero, s'ammutinarono e diedero campo alle discordie intestine, ben fastidiose di quel regno, che tanto angustiarono l'animo di quel buon re Casimiro. Anzi, ne' progetti d'aggiustamento fra esse milizie ed il sovrano, proponevano sempre per primo capitolo delle pretese soddisfazioni le teste degli italiani zecchieri ed altri ministri, creduti autori della trista moneta. Della serie di quelle turbolenze non accade giá farne racconto, perché ella è ormai nota nelle storie appresso piú autori, essendosi alla malcontentezza delle soldatesche per le monete mescolata l'ambizione e l'interesse de' grandi, con pericolo di total sovversione del governo. Insomma le debolezze, nelle quali s'andò precipitando da questi disordini quell'importante e vasta monarchia, benché cominciate dalle guerre svezzesi, non hanno finito senza la perdita della Podolia e dell'Ucrania, di cui s'impadronirono i turchi con piú fortuna che valore, mentre ebbero a fronte un regno che altre volte, sano ed unito, averebbe ben facilmente fiaccate le corna alla lor luna. Ma che? in questo stato d'infermitá e disunione, non poté se non cedere una parte per non perdere il tutto.
Ma egli è cosí universalmente vero che l'alzamento delle monete apporta infiniti danni a' principi ed a' popoli insieme, che io, senza addurne altri esempi in questo luogo (perché ne' seguenti capitoli averò nuova occasione di farlo), non voglio con altro provar la mia proposizione, che con ridurla a calcolo, e mostrarne, come suol dirsi, col dito manifesti gli effetti.
Le gravezze, tributi, decime, dazi ed ogn'altra imposizione, che i principi da' suoi popoli riscuotono universalmente, sono costituite in moneta minuta o immaginaria del paese. Se pagano estimo i campi, devon per quelli pagarsi tanti soldi o tante lire o tanti baiocchi al campo, allo stiolo, biolca o tornatura di terreno. Se il vino, se il formento paga dazio, contasi questo in ragione di tanti soldi o quattrini la libbra. Le mercanzie tutte, terriere o forestiere che siano, pagano a tanti soldi la libbra o tante lire il cento. Se si paga un tanto per bocca, come sul Padovano pagano i contadini, ed è chiamato il «dazio del boccatico», assegnato dalla serenissima repubblica per dote dello Studio pubblico, pagano quei contadini 28 soldi per testa l'anno. Che, se tanto pagavano quando il zecchino valeva cento soldi quant'ora ch'egli ne vale 400, è manifesto che non si cava ora che un quarto dell'oro che anticamente soleva ritrarsene. Insomma sempre sono contate l'entrate del principe a ragione di monete minute o d'immaginarie, che torna lo stesso. Se dunque le monete reali d'argento e d'oro crescono di valutazione, che altro è quanto che scemar di valore (come nell'antecedente capitolo si mostrò) le valute immaginarie e le monete inferiori, e per conseguenza scemar le pubbliche entrate? Non è egli vero che, se con uno scudo d'argento di dieci paoli io pagai in Modona, mia patria, molt'anni sono, il dazio della macinatura di 4 sacchi di grano, in ragione, per esempio, di 45 di que' bolognini il sacco, in tempo che lo scudo valeva nove lire: ora, ch'egli ne vale undici e cinque bolognini, con un simile scudo pagherò il dazio per cinque sacchi? E, se cosí è, non ha egli quel principe serenissimo perduta la quinta parte di quell'entrata nel suo Stato a causa dell'alzamento, che hanno fatto nel suo Stato istesso le monete d'argento e d'oro da quel tempo in qua? che pure non è molto, perché ho memoria che del 1648 lo scudo predetto non valeva che otto lire sole, ed ora val, come dissi, undici lire ed un quarto. Ma e le altre gabelle, le altre entrate tutte di quel principe non sono elleno da quel tempo in qua scemate con la stessa proporzione che è cresciuta la valuta delle monete? Or vadano i suoi ministri, e quelli in particolare, se vivi fossero, che, giá tempo, tante volte hanno consigliato affittare ad ebrei o ad altri partitanti battiture d'un tanto di monete di lega peggiore del consueto, allettandosi il principe con l'offerta che faceva il partitante di qualche migliaio di doppie al suo erario; o quelli che hanno indotto il principe stesso a far batter in proprio conto, additandogli il profitto ch'era per trarne su la liga del metallo: e scandaglino bene se l'utile, si può dir momentaneo, che ne trassero per una volta sola que' principi, che allora vivevano, sia paragonabile al danno che n'hanno ricevuto in perpetuo nelle loro entrate.
Il serenissimo Francesco secondo, vivente, intese giá ne' primi anni del suo felice governo che al passo del fiume Panaro su' confini di Modona e di Bologna, ch'è di sua ragione, facevano que' barcaiuoli pagare un testone ogni carrozza da nolo, che erano allora tre lire e tre bolognini di quella moneta; ma che questo dazio o pedagio non era stato da' principi anteriori costituito se non in 45 bolognini soli, e che la varietá da' 45 a' 63 era nata perché a que' primi tempi il testone non valeva che 45 bolognini; e, sebbene il testone è moneta bolognese, non modonese, avevano que' passatori sempre esatto un testone e non 45 bolognini: onde, sebbene avevano sempre esatto solo un testone e non piú, nondimeno era cresciuto il dazio da 45 a 63, contandolo a moneta minuta modonese. Né valse alcuna rimostranza d'interesse, che facesse qualche ministro a quell'ottimo principe, benché giovanetto allora di quindici anni; ché ordinò che non si facesse pagar piú de' soliti 45 bolognini, e fosse qual si volesse il danno dell'erario. Giusto insieme e pio principe! Ma frattanto, se si fosse mantenuta all'antico posto la valuta de' testoni e delle altre monete d'argento, egli averebbe tuttora, d'ogni dieci carrozze che passano quel fiume, una doppia d'oro; che, sostenendo a 45 bolognini l'una il pedagio, non bastano 14 carrozze: onde ha perduto poco meno del terzo di quell'entrata.
Ora lo stesso, che di quello Stato ho fatto vedere, di tutti gli altri può dirsi, ne' quali tanto scemano le entrate pubbliche sempre, quanto crescono le valute delle monete d'oro e d'argento. E non è solo danno del principe questo accrescimento, ma della maggior parte de' sudditi ancora; anzi non so quasi se fra tutti ne sieno altri che non ne sentano il danno, fuor di que' mercanti, che stanno su l'incetta delle monete e che ne attraggono a se medesimi il profitto nel modo che si dirá piú avanti. Conciossiaché tutti quelli che posseggono censi, livelli ed altre entrate annue, che sono loro pagate a contanti, vanno del continuo perdendo tanto delle entrate loro effettive quant'è l'accrescimento delle monete.
Fu comprato da un mio antenato un censo di 3000 scudi di Modona, da lire cinque e soldi tre l'uno, in tempo che la doppia valeva 22 lire e mezza della stessa moneta, e fu pattuito col censario che egli ne pagarebbe il frutto in ragione di sei per cento all'anno: onde era un'entrata di 180 scudi all'anno in moneta suddetta. Fu sborsato il prezzo in doppie d'Italia, e importò lire 15.450, che erano doppie 686 e lire 15, e li frutti importavano 927 lire l'anno, che erano doppie 41 e piú lire 4 e mezza. Se fosse al presente nelle mie mani quel censo, io trarrei le stesse 927 lire all'anno, come prima; ma, perché le doppie oggidí vagliono 34 lire l'una, mi pagarebbono con doppie 27 con piú lire 9, che sarebbono doppie quasi 14 ch'io averei di meno all'anno d'entrata di quel censo. E, volendo i censuari francarlo, potrebbono farlo con sole doppie 454 e piú lire 14: che farebbero bensí la somma di prima di lire 15.450, ch'ei fu pagato a moneta immaginaria; ma sarebbono 232 doppie effettive in circa di meno del primo pagamento. Ecco dunque quanto scemano le entrate che si riscuotono in livelli, pigioni, censi ed altri simili pagamenti. E frattanto quel gentiluomo, che deve mantenere con quelle il decoro della sua nascita, spende la stessa quantitá d'oro in vestirsi e far le sue livree che prima spendeva, e per conseguenza tante di quelle lire di piú quante piú l'oro stesso ne vale; mercecché il mercante, che di fuori fa venir sue mercanzie, non le può dare in minor prezzo in ragion d'oro di quello che prima valevano.
Cosí dall'alzamento delle monete riceve danno il principe, ricevono danno i sudditi nell'entrate ed averi loro, e impoverisce la nobiltá, onde non può far le solite spese, e perciò ne patiscono ancora tutti gli ordini inferiori, e non solo la mercatura, ma anco le arti; ed insomma tutto il popolo ne sente gravi pregiudizi, sino talora all'esterminio delle arti stesse, che sono il mantenimento delle cittá. Conciossiacché al crescere delle monete non crescono giá i mercanti il prezzo delle giornate o delle manifatture de' poveri artigiani, che nella fabbrica di loro merci lavorano. Quel tessitore di seta, che soleva esser pagato in ragione di tre lire il braccio per sua fattura del velluto, mentre valeva 9 lire in quel paese lo scudo d'argento; ora, ch'egli ne vale, per esempio, dodici, ancora è pagato a tre lire il braccio, sicché gli conviene tessere quattro braccia per uno scudo, che con sole tre braccia lo guadagnava. E pure le sue spese per mantenimento della sua famiglia crescono ogni giorno, sí perché molte mercanzie crescono di valore, sí perché il principe, a cui vanno di piú passo passo scemando l'entrate, non perde occasione di aggiungere gravezze, ove possa, per supplire ancor egli alle sue spese. Cosí non può piú il tessitore mantenersi, se, per far presto, non tralascia della solita diligenza di sua arte; onde il velluto si fa peggiore. Scansa quanto può il mercante di crescer salario al tessitore, perché, pur troppo usati i compratori a provvedersene al solito prezzo, ricusano di pagarlo piú del consueto; onde, per poter senza scapito venderlo a quel prezzo, chiude quanto può gli occhi alle fatture degli operari, purché campino anch'essi: ma intanto, e per questo e per la caccia che si fanno l'un l'altro i mercanti, dando la mercanzia a miglior prezzo per esitarla, ella divien a poco a poco peggiore e si scredita fuor di paese; onde scemano l'occasioni e l'arti s'abbandonano, ed i mercanti e la cittá tutta ne patiscono. Lo stesso può considerarsi ne' tintori, che, se seguitano a tingere in grana a' prezzi di prima e non ne tranno utile proporzionato, scemano la dose alle tinte e le fanno peggiori; il che ne' cremisi è pur troppo manifesto. Né sono le altre mercanzie esenti di questo tarlo. Chi ha memoria ciò che fossero giá i cappelli di tutto-castore 70 anni sono in Venezia, veda ciò che sono al tempo d'oggi, che vagliono poco meno ducati immaginari di prima, ma assai meno d'oro; e s'accorgerá che in quelli, che «di tutto-castore» si chiamano, adesso non è tanto pelo di castore vero quanto n'era in quelli che «mezzo-castore» si dimandavano.
Ma non finirei mai, se volessi ad una ad una numerare le cose nelle quali questo accrescimento delle monete influisce disordini e danni, perché gl'influisce in tutte; benché io non nieghi ancora che altre cagioni, e per avventura talvolta piú gravi, concorrano alla rovina delle arti: di che non è qui luogo di favellare. Anzi, se dritto guardiamo, anco l'entrate de' terreni stessi e delle possessioni, all'alzarsi delle monete, scemano non meno a danno del patrone che del colono; imperciocché quell'uva, que' frutti, que' polli ed altri comestibili, che vengono alla piazza, non restano di valere il medesimo numero di soldi che prima valevano, con tutto che tanti soldi vadano di piú a fare uno scudo d'oro od uno scudo d'argento. La plebe ed i contadini non sanno distinguere cosí al sottile il loro conto, come i mercanti, per valutare le sue cose e sue fatiche proporzionatamente all'oro e non alla moneta bassa ed immaginaria, contano alle solite sue lire immaginarie; e, ridotte poi quell'entrate dall'immaginario valore a quello dell'oro e dell'argento, ch'è il vero e piú essenziale valore delle cose, vagliono meno di prima. E lo stesso deve dirsi de' pagamenti d'opere a giornata de' poveretti.
Ma qui alcuno mi dirá che il grosso dell'entrate e de' campi consiste principalmente ne' grani, e che questi non soggiaciono a questa mutazione di prezzo, perché la mercanzia del formento ha sempre comunicazione coi paesi confinanti; sicché, quando negli Stati esteri vicini il formento val piú oro che non vale nel nostro paese, subito ne concorre parte del nostro in quella parte; il che fa che ancor nel nostro paese cresca il prezzo: onde, siccome l'altre mercanzie forestiere crescono di prezzo al crescere delle monete, cosí crescerá anco il valor de' grani; e però né il patrone, né il contadino averá in questa parte danno dalle monete. Io rispondo che concedo per vero che il prezzo del formento non resta piú vile sensibilmente per crescere le monete; ma, se il contadino dovrá, come pur di spesso deve, con li danari che cava de' polli, frutti, opere a giornata e simili, comprarsi il pane, e le monete cresciute hanno fatto crescere il grano, tanto maggiore è il danno suo, perché guadagna meno e spende piú.