Battevansi del 1657 in Francia con questo stromento non solo le monete d'oro, ma quelle ancora d'argento, e fra le altre alcune picciole monete da cinque soldi l'una, di bontá poco inferiore alla pezza da otto di Spagna, ma di peso a dodici per una pezza da otto. Fu pensiero d'un mercante di Marsiglia di tentare a mandare in Turchia di questa sorte di monete, e n'inviò come per un saggio due o trecento scudi a un suo fattore a Smirne; il quale seppe sí ben valersi della curiositá de' turchi, che d'un subito di cosí bella moneta s'innamorarono, che le fece loro passare per reali da otto alla pezza, benché in fatti al peso ne andavano dodici. Ed era ben ridicola cosa vedere come, per esser cosí tonde e ben fatte a paragone de' piccioli reali di Spagna, mal tagliati e peggio improntati, i turchi piú volentieri ricevevano quelli che questi, dicendo che quelli di Francia erano intieri e non erano stati tosati come quelli di Spagna. Gran carestie di bilance! Ma di piú, avendo per costume le donne di Levante, particolarmente nell'Asia, di adornarsi il capo attaccando alle loro cuffie zecchini nuovi pendenti intorno al viso, cominciarono le meno ricche ad adornarsi con queste d'argento; e si diffuse sí fattamente la moda, che ormai pareva che in tutto il Levante fosse ogn'altra moneta, fuori che questa, affatto discreditata e poco meno che bandita: onde narra il Taverniere predetto che, ripassando di Persia in Turchia, fu, non so in qual luogo, cosí da certe femmine pregato per questi temini, che non poté aver da mangiare per altra sorte di monete.

Guadagnavano adunque i mercanti francesi 50 per 100 su queste monete; e perciò ne mandavano giá incredibili somme, tirando di lá non piú sete o altre mercanzie, ma pezze da otto, che di nuovo, convertite in temini, colá rimandavano. Ma, non potendo star occulto cosí gran traffico, furono ben presto imitati dagl'inglesi, ollandesi ed italiani. Fu dei primi in Italia un principe di Toscana, al quale ne diede il ricordo un mercante ebreo, al nome del quale ne passarono molte cassette a Livorno, una delle quali finalmente, trattenuta colá per non so qual ragione di contrabbando, diede fors'ella il primo motivo a quel granduca di fabbricarne anch'esso. Ed io mi trovai ben piú volte a consulte col zecchiero d'allora per trovar modo di far quel torchio a bilancia che usavano in Francia, di cui non avevano che debole notizia e solo quasi in embrione allora in Firenze; e non era facile averne disegni né modelli, perché anco in Francia era tenuto segreto. Cosí, dopo molte prove e superate molte difficoltá, si giunse a fabbricare i temini di bellezza niente inferiore a quelli di Francia. Ed allora fu che, battendosi a furia di tal sorta di monete, se ne inviavano a Livorno per cinquanta e sessantamila, e talora fino a centomila pezze da otto la settimana: né altro talvolta arrestava il corso che la mancanza d'argenti, che però per ogni via si proccuravano. Avevano molte altre zecche contrafatto totalmente il conio di Francia, per non incontrare, con la differenza, difficoltá nello spenderli in Turchia; ma la zecca di Firenze volle batterle col vero impronto e nome del suo principe, solo intanto rassomigliando a quelle di Francia, in quanto da un lato avevano le francesi la testa del suo re coronata di corona francese, e queste la testa del granduca coronata della corona di Toscana; quelle dall'altro lato lo scudo di Francia con tre gigli, e queste un simile scudetto con la palla superiore di quelle de' Medici ornata di tre gigli; e le lettere intorno palesavano sinceramente il nome del principe.

Ma finalmente, riempito di questa moneta il Levante, sicché non trovavansi quasi piú pezze da otto, ma per tutto correva temini, cominciarono a dolersi gli altri mercanti d'Europa che non potevano ne' loro contratti ricevere a prezzo di loro mercanzie monete di tanto scapito: onde, sebbene a qualche rumore che ne mosse il bassá del Cairo fu provveduto con buoni donativi a lui medesimo, nondimeno, non potendo piú a lungo durar occulta la cosa, ne giunsero finalmente al gran visir le doglianze, il quale ordinò subito, ma tardi, che non fossero ricevute né spese che a ragione di 12 alla pezza da otto, altrimenti restassero proibite. E cosí restarono di piú batterne le zecche maggiori.

Ma li francesi ben tosto trovarono nuovo ripiego per farci guadagno, battendole a lega piú bassa; nel che ebbero fortuna, ché per qualche tempo i turchi non conobbero la frode, bastando loro vedere quel bel conio. Ma, perché non potevano i mercanti francesi battere cosí alterate tali monete nelle zecche del loro re, s'avvisarono d'andare a farle battere in altre zecche di piccioli principi, che, con qualche porzione del profitto, ne diedero loro il comodo; ed il Taverniere nomina quella della principessa di Dombes, quella d'Oranges e quella d'Avignone, sebbene la croce improntata su quella d'Avignone non piacque a' turchi. Ed in Italia dice egli che ne furono battute a Monaco, Massa ed in altri luoghi di quei feudi imperiali che sono intorno al Genovesato. Ma l'ingordigia del guadagno fece sí che la lega a poco a poco fu di tal modo abbassata, che, arrossendo ben presto di vergogna le monete, scoprirono a' turchi la frode, che da' negozianti italiani particolarmente scoperta, con nuove e giuste doglianze, al gran visir, furono affatto proibite; sebbene anch'egli ebbe poi molto che fare a contentare i soldati che militavano in Candia, co' quali non valse alcuna rimostranza, ancorché vera, del pregiudizio che portavano quelle monete, ché bisognò farne incettare a bella posta a Smirne ed altrove per dar loro le paghe, che in altra moneta non volevano. Ora la quantitá di questa moneta che di cristianitá passò in Turchia a que' tempi, se vero è, come credo, ciò che ne racconta il Taverniere, è ben anco prodigiosa, mentre egli narra che da' soli registri delle dogane de' turchi apparisce non meno di 180 milioni di scudi esserne stati portati; senza le grandi somme, che forse non sono meno d'altrettanto, che sono passate in fraude delle dogane, ben sapendosi quanto facili sieno i contrabbandi delle monete, quanto destri ed astuti per farli i mercanti di mare ed i marinari stessi, ciascun de' quali, nel partire da' porti di Francia, se ne provvedeva di quante poteva in suo particolare per farne profitto. Dimodoché, asportato di Turchia in cristianitá su' princípi un terzo delle loro facoltá in contanti, mentre per otto temini ricevevano una pezza da otto, che pesava dodici, e di poi barattate queste, che pur erano buone, in altrettante false e di lega bassissima, può dirsi aver costato piú a que' paesi questa guerra sorda de' mercanti che la strepitosa e per altro grandissima guerra di Candia.

Finalmente veniamo alle strette col calcolo, e vediamo in fonte la radice del male, se vogliamo restar ben persuasi de' danni che porta seco questo error politico di permettere alle monete forestiere, quantunque buone, d'argento o d'oro, maggiore valuta ne' propri Stati di quello lor si conviene in proporzione dell'altre monete. Correva gli anni addietro in una cittá d'Italia, secondo le pubbliche terminazioni, la doppia d'Italia per quindici lire, e lo scudo veneto ed il fiorentino per cinque lire e tre soldi: lo scudo di Milano per cinque lire. A poco a poco fu da' mercanti introdotto il ducato veneto per tre lire e soldi 8, e, per accreditarlo, gli stessi mercanti lo ricevevano ne' pagamenti de' particolari per lo stesso prezzo. Ora figuriamoci che li mercanti incettatori di monete mandassero a Venezia scudi di Milano, che in quella cittá costavano cinque lire l'uno ed in Venezia valevano lire 9.12, e con questi pigliassero a baratto ducati a lire 6.4, e sia stato, per esempio, il primo capitale, che un tale incettatore v'impiegava, 5000 scudi. Valevano dunque in questa cittá 5000 scudi di Milano 25.000 lire, ma in Venezia valevano 48.000, con le quali si potevano aver a baratto ducati effettivi 7741-29/310, che, portati in quella cittá e spesi a soldi 68 l'uno, importavano 26.322 soldi di 11.7. Ecco dunque che il capitale di lire 25.000 ha guadagnato lire 1132, ch'è quasi 5-1/3 per 100 in poche settimane, che a capo d'anno monta assai piú. Dunque un tal mercante può ben anche, oltre le provvisioni ed aggio che pagherá in Venezia per far il baratto, che ponno importare al piú uno per cento, incettar lo scudo di Milano a qualche baiocco di piú; dal che nasce poi la caristia di tali scudi in quella cittá ed alzamento del loro valore. Ora supponiamo che in quella cittá fossero prima ben regolate tutte le altre monete cosí d'oro come d'argento, giusta la proporzione del loro intrinseco valore e bontá (il che però non era), e che lo stesso fossero in Venezia tutte le monete: dunque quello svario, che si trova in quella cittá tra la valuta del ducato e quella dello scudo di Milano, si troverá con tutte l'altre monete, perché solo il ducato è stato mal valutato, e per conseguenza con tutte le altre monete può fare lo stesso guadagno. E però di lá correvano in abbondanza verso Venezia tutte le monete d'argento e d'oro di giusto peso che v'erano prima, e di Venezia andavano in quella parte altrettanti ducati, mezzi e quarti. E questa è la ragione perché in gran parte dello Stato della Chiesa da qualche anno in qua non si vedevano altro che ducati veneti e testoni scarsi, perché introdottovi anche l'abuso di lasciar correre i testoni ed altre monete, anzi le doppie istesse calanti di molti grani dal giusto peso, non state queste accettate per baratto di ducati nello Stato veneto. E frattanto chi vuole in que' paesi uno scudo fiorentino, veneziano e milanese di giusto peso, gli convien pagarlo a' banchierotti fino cinque lire e cinque baiocchi; ed ora, che sono introdotti li testoni nuovi scarsi dall'antico peso, sará ragguagliato il testone col ducato, ma l'altre monete s'alzeranno.

CAPITOLO XIV

L'introduzione di monete basse e forestiere a prezzo maggiore dell'intrinseca bontá cagiona danno ed alzamento alle monete.

Ogni volta adunque che permette un principe il corso ne' suoi Stati alle monete forestiere d'oro o d'argento a maggiore valuta dell'intrinseca bontá loro, ne viene come necessaria conseguenza, attese le ragioni e l'esperienze addotte nell'antecedente capitolo, l'alzamento delle proprie monete, a cui seguitano i danni spiegati nel decimosecondo capitolo. Ma molto piú ancora e con piú efficaci impulsi s'avvalora il disordine, quando si dá campo a monete basse forestiere d'introdursi copiosamente nello Stato proprio. Imperciocché alle monete d'oro e d'argento è facile correggere l'errore, emendandolo almeno nell'avvenire col valutarle, mediante un editto, a quel prezzo che loro conviene; ma le monete basse non sono capaci d'altra emenda, per lo piú, che d'un bando totale. Perché, se fossero, per esempio, introdotti nello Stato veneto li grossi o traeri tedeschi a cinque soldi l'uno, e valessero solo quattro e un terzo d'intrinseca bontá, il popolo non può senza scomodo tener conto di quel terzo, e però tornerebbero presto a cinque soldi; e que' due terzi di danno ogni cinque montano sin tredici per cento. Molto peggio poi, se la moneta fosse bassissima. E, perché queste si spargono per la plebe e per lo piú compongono il privato peculio de' poveri, se se ne lascia entrar troppa quantitá, diventa pericoloso nonché difficile il proibirle; e, se non si proibiscono, si dá occasione a quelli, che di questo traffico s'approvecchiano, di mandarne maggior quantitá, con la quale, asportando fuori dello Stato le monete migliori, lo impoveriscono irremediabilmente. Perché, quando i mercanti ed altri artigiani cominciano a non tirar altra moneta per la vendita delle loro merci e fatture che di tal sorte di lega bassa, dovendo per pagamenti grossi, e massimamente fuori di paese, provvedersi d'ori e d'argenti buoni, convien loro pagarli piú: onde crescono di valore, e ne seguono le dannose conseguenze negli antecedenti capitoli esaminate.

Quando la Polonia ebbe li giá raccontati danni delle monete del 1658 battute dal suo re e da altri sotto il suo impronto, erano giá introdotte ancora in molta quantitá certe monete basse di Svezia, dette «scilinghi», poco meno che di schietto rame, sparsivi a poco a poco sino da' tempi della regina Cristina. Ma, portatane poi molta quantitá, allorché del 1656 quasi di tutta la Polonia s'erano li svezzesi impadroniti, ond'era impossibile ormai proibirle senza correr rischio di turbolenze popolari, allora fu che gli svezzesi, anche dopo la pace, vi caricarono sí forte la mano, dando li scilinghi a' mercanti di Riga in Livonia a ragione di 108 talleri per 100 di monete buone (cioè a dire di urti vecchi, che erano monete di buona lega e che avevano in sé il valore al quale correvano), che, allettati i mercanti polacchi dal sensibil guadagno di 8 per 100, incettavano gli urti e, barattati in scilinghi, gli spargevano per il regno: tanto che finalmente, tra questi e la nuova moneta regia, restò esausta d'ogni buon metallo la Polonia. Ed è ben da credere che, oltre le zecche regie di Svezia, molti ancora ne contrafacessero a parte, mentre, fatti anche della bontá degli altri, portavano utile si grande a chi gli fabbricava, che poteva darli a 108 per 100 di buona moneta.

Gli ollandesi, con le guerre de' tre Filippi re di Spagna, contrafecero il viglione di Spagna, che vuol dire le monete basse con l'impronto di quella corona, e riempirono sí fattamente la Fiandra e la Spagna stessa, asportandone le doppie e le pezze da otto, che si può dire mantenessero viva la guerra contro que' monarchi con l'oro de' medesimi; anzi forse fu peggiore la guerra che lor fecero con le monete, di quella che facevano con l'armi. La Francia, mentre possedette qualche tempo la Catalogna quaranta anni sono, o sia che non pagasse mai le sue soldatesche colá se non con monete basse, o che in altri modi vi fossero da' mercanti introdotte o da' governatori tollerate, si sa ch'elle erano quasi di rame schietto, perché non tenevano che 26 caratti di fino ogni marca (che non arriva a 40 caratti per libbra) ed erano segnate con impronto diverso da quelle che erano in Francia, ove non erano nemmeno admesse; onde non ritornava in Francia se non la moneta d'oro e d'argento. Con che spogliò si fattamente quello Stato, che, ritornato sotto il re di Spagna, restò quasi corpo esangue, costituito in debolezza tale, che non per anco si può dire sia rimesso dal ricevuto danno. Ma cerchiamo qualche esempio piú prossimo, sebbene di non tanto strepitoso effetto.