La repubblica fiorentina costumò ancora a' suoi tempi il fuoco a' falsari: onde il suo poeta Dante introduce un maestro Adamo, monetario falso, che aveva, ad istanza de' conti di Romena, contrafatto il conio de' zecchini gigliati che, da un lato il giglio, dall'altro il san Giovanni Battista tenevano; e fa ch'egli dica a Vergilio:
Ivi è Romena, da dov'io falsai la lega sugellata del Battista, per cui il corpo lá su arso lasciai.
E poco piú sotto, parlando de' conti di Romena, dice lo stesso mastro Adamo:
Io son per lor tra sí fatta famiglia, e m'indussero a batter i fiorini, che avevan tre caratti di mondiglia.
Ma il peggio è che i soldati alzano da loro stessi la valuta alle monete migliori, cambiandole quasi per forza a maggior prezzo; e si trovano principi che non solo lasciano correre il disordine, ma l'autorizzano col suo pagare eglino stessi gli stipendi dei soldati a' prezzi abusivi che sono stati introdotti, allettati dal vantaggio che sente in quel principio l'erario: ma ne pagano di poi un'usura ben grande nella diminuzione delle entrate regie, ch'è una necessaria conseguenza dell'alzamento stesso, come si dimostrò sopra il capitolo decimosecondo. Cosí nel 1605 li ministri pontifici diedero gran valore al zecchino, perché ne avevano per pagare le soldatesche.
Non è gran cosa che chi maneggia le casse di guerra proccuri di vantaggiarsi per questa via, ch'è tanto usata anco in tempi di pace. Io non disapprovo però che quel principe, che ha il suo esercito a campeggiare in paese nemico e che spera lungo tempo mantenerlo, s'avantaggi col far correre tra soldati monete a maggior valuta, perché in questo modo egli fa il danno a' suoi nemici. Ma bisogna bene che egli proccuri preservar bene gli Stati propri da questo male, non permettendo che ci ritornino quelle monete istesse se non al prezzo giusto, come sarebbe facile che avvenisse il contrario, con suo maggior danno che non fu l'utile. Né miglior cautela ci so vedere, quanto quella di mandar qualche specie di monete che resta bandita ne' propri Stati, come fecero i francesi nella Catalogna, ove (come si è detto sopra in altra occasione) mandarono monete men buone con impronto diverso da quelle che usavano in Francia, e con incredibil guadagno; senza che abbiano potuto gli spagnuoli, dopo riavuta quella provincia, rimandar in Francia il morbo, proscrivendo quelle monete, perché non conosciute in Francia, anzi bandite fors'anche colá: onde ha provato il danno tutta la nazione stessa catalana, che non aveva altra moneta. E sino al giorno d'oggi, che sono giá scorsi quarant'anni, ne vanno capitando grosse somme in Italia, in vendita a peso di rame, di cui non ponno altro fare che andarlo fondendo in varie zecche per far monete basse, non tornando la spesa a separarne col fuoco quel poco argento che vi è, che non arriva a un quarantesimo di tutto. Che se avessero li francesi spinto in Catalogna dello stesso viglione che correva in Francia, ove non poteva esser rifiutato, e' sarebbesi riempito il regno di quella moneta bassa, con altrettanto suo pregiudizio quanto ne ha fatto alla Catalogna stessa. Cosí, se ci ha qualche provincia povera e lontana dalle contribuzioni, dalla quale non ricavasse di gran lunga la spesa di quella, se si permetterá che le sue monete crescano di valore in quel paese, ne averá l'utile di far sussister la sua armata con meno spesa; perché i soldati, che spendono a quei tanti soldi lo scudo a quanto gli è dato, non fanno caso se 30 lire, che essi hanno, per esempio, al mese, non fanno che due scudi e mezzo, che a casa sua farebbero tre. Qui ancora fa bisogno avvertir bene, perché il principe diminuisce nello stesso tempo l'entrate che si tiravano da quel paese; e se la soldatesca non ci trova il suo conto, o vede di non poter sussistere, si corrono altri pericoli, come li corse la Polonia ne' mentovati accidenti del 1658 e seguenti.
S'alzano similmente le monete senza colpa molte volte di chi governa, ma per sola colpa degli Stati vicini. È cosa non affatto impossibile, ma molto difficile l'impedire che questo morbo non si comunichi, come peste, da uno Stato in un altro, particolarmente quando la corruzione delle migliori regole è sparsa in uno Stato grande e mercantile. Qualche politico riguardo alle volte tiene il freno all'autoritá d'un principe, onde non s'arrischia di proibire ne' suoi Stati una moneta d'altro principe prepotente. Ciò particolarmente succeder può in quelle monete che in molte zecche si battono col medesimo nome, peso e bontá in circa, come sono le doppie e gli scudi. Certa cosa è che non tutti gli scudi d'argento di Milano, Modona, Parma, Mantova, Roma ed altre zecche d'Italia non sono d'una stessa bontá, benché la differenza sia poca. Può darsi caso che un principe grande batta a peso e bontá minore del consueto, e gli altri, che da quello o rilevano i feudi o dipendono per divozione, non ardiscono proibirle; onde fa loro di mestieri tollerare ne' loro Stati l'alzamento delle monete, che dall'introduzione di quelle inferiori al consueto necessariamente suol nascere. Giá si disse di sopra che del 1540 Carlo quinto batté gli scudi d'oro di Castiglia ed altri a minor bontá e peso del consueto. Molti furono i principi che lo imitarono, battendoli anzi peggiori di quelli di Carlo; con che s'imborsarono per sé il guadagno che, senza questo ripiego, averebbono fatto i ministri imperiali. Ma gli uni e gli altri videro alzar di prezzo le altre monete, a perpetuo danno dell'entrate loro.
Quegli Stati, che hanno continuo e quasi necessario commercio fra loro, bisognerebbe che stassero sempre uniti e concordi ne' prezzi delle monete e le mantenessero alla debita proporzione: altrimenti ogni disordine, che nasca in uno, subito influisce nell'altro a pregiudizio del traffico. Onde non è maraviglia se sono state piú d'una volta guerre mortali fra' principi per causa delle monete, come quando Pietro d'Aragona il quarto guerreggiò contro il re di Maiorica, per aver questo battuto monete inferiori di bontá alla valuta che correvano ed infettati li suoi regni. Ed ai re d'Aragona stessi fu con iscomunica proibito da Innocenzo terzo il batter monete piú leggiere del solito a danno de' sudditi; anzi nella coronazione giurarono quei sovrani, fra l'altre cose, di non mutare le antiche leggi delle monete.
Succede ancora spesse volte che uno Stato non può bandire le monete d'un altro Stato, non giá per riguardo de' principi prepotenti, ma per non privarsi d'un traffico, senza di cui quello perirebbe. La Puglia suol mandare gran parte de' suoi ogli a Venezia, e le sono pagati con buone monete, perché non costumò giammai la serenissima repubblica mutar d'un iota la bontá ed il peso delle sue. Ma, se questo suo commercio fosse con alcun principe che avesse mutato la lega de' suoi scudi o d'altre monete d'oro o d'argento, e volesse spenderle alla valuta dell'altre, può esser che fossero tali le congiunture de' tempi, che non sapessero in Puglia a chi altri vendere i suoi ogli ed accettassero quelle monete con discapito. Che se da' suoi sovrani non sará poscia provveduto acciò non si spendano se non al giusto valore, faranno alzar di prezzo le migliori, ed i sudditi, che non conosceranno che l'accettar cosí quelle monete sia lo stesso che vender l'oglio a tanto minor prezzo, s'ingegneranno di spenderle secondo il valor abusivo a che le hanno prese, con pubblico pregiudizio. Lo stesso può succedere alla Romagna ed altre province, che, prive di traffico mercantile, non traggono altro danaro che dalla vendita de' grani ed altri frutti de' terreni.
Ma sopra tutto s'alzano le monete ogni volta che per qualche accidente si muta in universale la proporzione fra l'oro e l'argento. Perché, se, per esempio, corre in quest'anno la proporzione loro come uno a 14 e tre quarti, e cápiti d'improvviso molta quantitá d'argento e non venga se non poco oro in Italia, o viceversa s'apra la congiuntura di mandar l'oro in Levante con qualche maggior profitto del solito, subito cominciano le doppie ed altre monete d'oro a far aggio grande ed esser barattate da' mercanti per piú argento del solito; onde crescono di valuta in proporzione di quelle d'argento, di modo che si daranno 15 once e forse piú d'argento per una d'oro. E se le zecche non muteranno proporzione alle sue monete, conformandole alla nuova misura corrente tra l'oro e l'argento, le vedranno alzare da sé; ed appena cominciano a pigliare un po' di moto, gli incettatori lor dánno tali spinte, che le fanno balzare al di lá della misura.