Che fará, in questo stato di cose, quel principe? Se vuol ridurre alla primiera valuta le monete, quando non sia in principio del disordine, trova difficilissimo il ripiego. Tutti i ricchi, e gli stessi suoi consiglieri e magistrati talora, che si trovano aver 4 lire di piú ogni 100 che avevano in cassa, sono di parere che non si faccia quella riduzione od abbassamento di monete, perché concepiscono la perdita di que' quattro per 100 del proprio contante. Chi ha preso in prestito, per esempio, 6000 lire di quel paese da un altro, e l'ha ricevute in tante monete allorché valevano piú, deve aggiungervi 4 per 100 delle stesse monete nel farne la restituzione, per far la stessa valuta di 6000 lire, e si duole di quelle 240 lire ch'ei ci perde. Chi paga pigioni, livelli, affittanze, stride altamente, perché deve pagar tante monete di piú, a compimento de' suoi debiti, di quello prima faceva; e chi vuol redimer censi o francar livelli, non può senza estreme doglianze soffrire di dover restituire piú di quello ne ha ricevuto. Che se per sorte il principe volesse ripigliarsi quella moneta inferiore e restituirla di nuovo alla prima proporzione e valuta, farebbe un atto di giustizia col restituire quel guadagno che avesse fatto nelle prime; e forse la spesa, che ora ci volesse, non gli sarebbe inutile, liberandosi in tal modo dal pregiudizio che ne averebbono ricevuto in perpetuo le sue rendite. Ma sono rari gli esempi di cotali risoluzioni; e non restarebbono per ciò di dolersi quelli che avessero riposto l'altre monete, e d'oro particolarmente, che sarebbono cresciute di prezzo e che ora con loro danno ad essi parerebbe che s'abbassassero. In somma il piú facile e pratico modo, che si trovi in tali congiunture, fu sempre lo stabilirle per sempre al corso presente o ritirarle a basso solo poca parte dell'accrescimento che hanno fatto, e proporzionarle con migliore analogia di prima alla piazza matrice dell'altre zecche, ch'è Genova. Ed ecco che per necessitá crescono sempre mai, o poco ponno scemare; ch'era l'assunto di questo capitolo. Nel quale ho stimato inutile l'apportare, come avrei potuto fare, gli alzamenti da cento o ducento anni in qua in tutti gli Stati d'Europa; perché, non servendo ciò che a provare che cosí segue, ognuno può da sé nel suo paese e negli altri, de' quali avrá cognizione, riconoscere la veritá.
CAPITOLO XVIII
Regole universali per le zecche, e prima dell'osservar la proporzione piú comune tra l'oro e l'argento.
Passeremo finalmente ad andar esponendo le regole piú universali che per governo delle zecche e custodia del commercio e mantenimento delle valute sono piú necessarie, esaminandole piú a minuto che ne' precedenti capitoli non s'ha potuto fare, essendo queste regole come una pratica delle teoriche insegnate. Sará dunque la prima regola: che nel valutar le monete d'oro e d'argento si deve osservar la proporzione che corre piú comune in quella provincia. L'oro e l'argento sono prezzi l'uno dell'altro, come giá si mostrò, e secondo la varia abbondanza dell'uno e dell'altro mutasi la proporzione con che l'uno all'altro si baratta, il che pure si provò sopra: onde ciascuna zecca dovrebbe valutare le monete sue d'oro e d'argento a quella proporzione che ne' prezzi degli argenti e degli ori non coniati comunemente fra' mercanti di quel paese vien osservata; e questa non suol esser giammai molto differente da un paese all'altro, se non sono molto distanti o vi sia qualche circostanza particolare che ne dia l'impulso.
La Spagna riceve i suoi ori ed argenti dall'America, pochissimo essendo in oggi il provento di questi metalli dalle miniere de' suoi regni, che pure, giá molti secoli, erano sí copiose, che rendevano alla repubblica romana solamente in argento 25.000 dramme al giorno, che sono 142.578 marche all'anno, secondo narrano Strabone e Polibio, citati dal Bodeo nel quarto libro De asse, ove riduce questa somma a poco meno di un milione di scudi d'oro all'anno in valuta moderna, ed asserisce essere stata copiosa altresí d'oro, di cui Plinio narra che ne cavavano d'effettivo metallo 20.000 libbre all'anno, quasi tutto dall'Asturia, oltre la quantitá di ferro, rame, piombo e di tutte l'altre cose che rendeva quella provincia; onde la Spagna fu in quel tempo a' romani ciò che in oggi sono le Indie occidentali alla Spagna. Dev'ella dunque conformarsi nelle sue zecche a quelle proporzioni che tra l'oro e l'argento si praticano ne' suoi empori, e, principalmente in Siviglia, ch'è la principale scala delle Indie.
L'Italia riceve oggi la maggior parte di questi metalli anche essa dalla Spagna, tutto che anticamente ne fosse ella stessa feracissima, al dire di Plinio, libro XXXIII, capitolo 4, ove, narrando le ricchezze che dagli altri paesi portavano i romani, dice che « Italiae parcitum est vetere interdicto patrum, alioqui nulla fertilior metallorum quoque erat tellus»; e séguita: «Extat lex censoria ictimulorum auri fodinae in vercellensi agro, qua cavebatur, ne plus quinque millia hominum in opere publicani haberent ». Ma ora appena ne ha ella i vestiggi e le fallaci piú che felici speranze in molte parti, ove ne apparisce qualche segno. Al presente dunque ella dalla Spagna principalmente le riceve, sebbene non poco oro ancora in ongari viene dalla Germania; ond'ella deve conformarsi quant'è possibile alle proporzioni principali di Genova, che può dirsi il vero magazzino di queste preziose paste.
La Germania è fertilissima ancora di metalli, e l'imperadore delle sole miniere delle cittá montane in Ongheria, del 1657, ch'io le visitai, ne traeva d'ordinario 2000 tálari al giorno netti dalle spese, oltre all'oro, che in somma considerabile d'ongari si convertiva; e l'uno e l'altro, battuti nella zecca di Cremnitz, una volta o due al mese, sino a Vienna si mandava. Ma, oltre a queste, ha egli altre miniere in Boemia e Slesia, altre ancora nella Stiria superiore ed altrove; e, quanto agli altri Stati d'Allemagna, ne sono di ricchissime in Baviera e quasi per tutta la Sassonia ed altri Stati. Onde la proporzione dell'oro all'argento in que' paesi sarebbe forse diversa dagli altri Dio sa quanto, se la Germania non avesse commercio con altri Stati. Ma, perché il traffico con l'altre province d'Europa giá si disse che faceva quasi l'effetto de' fluidi che si livellano insieme, quindi è che non può ella dimeno di seguitare la piú comune, od almeno scostarsene ben poco, quanto cioè può ragguagliarsi colle spese del trasporto da una provincia all'altra. Imperciocché, se, per esempio, fosse in Allemagna l'argento piú vile che in Italia, sicché per un'oncia d'oro si avessero colá 16 once d'argento, gli incettatori e mercanti portarebbero colá l'oro a barattare in argento, per portarlo in Italia, ove per una d'oro non s'ha che 14 e 3/4 d'argento, onde vi sarebbe di guadagno un'oncia e 1/4 d'argento ogni oncia d'oro, che sarebbero otto e mezzo e piú per cento, de' quali, sebbene ne andassero 3 o 4 in condotta, sensaria o provvigioni ed altre spese, n'avanza ben tanto che basta. Ma, se non vi fosse guadagno piú di quello portano le spese, non si farebbe questo traffico; e cosí resterebbe l'uno e l'altro metallo in Allemagna a quella proporzione alquanto differente, ma ben poco, dall'italiana. Bene è vero che per causa di questo svario le monete, che accadono per pagamenti da farsi d'un nell'altro paese, fanno aggio, cioè a dire si pagano e vendono da' mercanti certa porzione per cento di piú. Per esempio, se l'oro in Allemagna è piú caro che in Italia, onde si baratti a piú argento che qui non si fa, ed io voglio di Venezia farmi pagare in Vienna la valuta di 1000 ducati in tanti ongari, bisognerá ch'io paghi al mercante di Venezia un tanto di piú quegli ongari della valuta ordinaria, perché in Vienna gli ongari vagliono piú argento che non vagliono in Venezia; e viceversa, chi di Vienna volesse farsi pagare in Venezia 1000 fiorini in tanti ducati, volendo pagargli in Vienna con ongari, converrebbe pagar aggio per li ducati, perché l'ongaro vale manco argento in Venezia che non vale in Vienna.
Supposte dunque tutte queste cose, vien manifesto che la proporzione fra l'oro e l'argento in tutta la cristianitá non può variare di certa misura, ma non può né meno mantenersi affatto uniforme, in quanto le condotte delle paste o delle monete da un luogo all'altro possono necessitare a qualche picciolo svario, atteso che l'argento di pari valuta con una partita di oro tiene 14 volte di piú in circa di peso e circa 26 volte maggior mole dell'oro; perché la valuta di 100 doppie, portata in doppie effettive, pesa solo 27 once scarse e, portata in genovine, pesa 318 once e, per esser l'argento piú leggiero dell'oro in ragione di 100 a cinquantaquattro in circa, occupa 25 volte in circa tanto luogo quanto le 100 doppie suddette. Dal che nasce maggiore spesa nelle condotte, e perciò possono svariare i metalli nella proporzione quanto importa lo svario di esse condotte in Ispagna: valendo la pezza d'argento un quarto di doppia e pesando per 4 doppie, viene ad esser la proporzione di 16 ad uno in circa. Né per altro in Genova sta la proporzione a 14 e 3/4, sí che l'argento v'è piú caro che in Ispagna a ragione di otto e mezzo in circa per 100, se non per le spese e pericoli maggiori che vi sono nel trasporto: onde, in tanta distanza e sí pericolosa di corsari ed altri infortuni, non fa grande svario la proporzione di questi metalli. E perciò fra le cittá d'Italia ne sará tanto meno, e molto meno ancora, perché, senza che gli incettatori lo portino a posta, il commercio delle mercanzie ne conduce da sé quantitá, e a quelle cittá particolarmente che sono mercantili piú dell'altre e che assai piú mercanzie mandano fuori di quelle che comprino dagli altri paesi; come è Venezia, che specialmente dalla Lombardia compra pochissimo e vende molto, e perciò tira a sé gran quantitá dell'uno e dell'altro metallo inviatole da que' mercanti che seco contrattano senza sua spesa di piú. E perciò non doverebbe ella mai scostarsi da quella proporzione che costuma la piazza di Genova, se non quant'ella avesse bisogno per la sua zecca piú d'un metallo che dell'altro. Ma qui è forza ch'io chiami del lettore piú applicata l'attenzione del solito, per trattarsi di sottile, ma importante proposizione.
Se la proporzione di Genova sta a 14 e 3/4, ed in Venezia si vuol battere quantitá di ducati o d'altre monete d'argento, e si vorrebbe perciò aver argento in paese da poter battere il suo bisogno, senza farne venire immediatamente da Genova, nel qual caso costarebbe troppo, si può in non molto tempo farne comparire quantitá, col valutar le monete d'argento, cosí proprie che d'altri Stati, che hanno ne' suoi qualcosetta di piú del solito in proporzione dell'oro, ovvero (che sarebbe lo stesso, e con piú utile del paese) abbassando qualche cosa quelle d'oro del prezzo consueto, sicché la proporzione d'un all'altro tornasse, per esempio, di quattordici e mezzo ad uno. Imperciocché tutti li mercanti delle altre piazze d'Italia, ogn'occasione che avessero di mandar contante effettivo a Venezia, proccurarebbero di mandar argento e non oro; ed eccone per maggior chiarezza un esempio. Se valessero in Venezia le doppie di Spagna solo lire 29.4 e le genovine lire 12, la proporzione di questi metalli raffinati tornarebbe a 14 e mezzo d'argento per una d'oro; e il simile fa Milano prossimamente, eccetto che del guadagno ch'ei fa ne' filippi (ne' quali pagherá bene un giorno l'usura) vi sarebbe differenza uno ogni 59, che non è 2 per 100: onde non potrebbono né milanesi né genovesi mandar a posta genovine a Venezia per tirar oro e far quel guadagno di due scarsi per cento, perché tutto l'aggio si consumerebbe in condotta, provvisioni ed altre spese. Ma nondimeno, occorrendo loro mandar danaro per prezzo di mercanzie venete, o volendo alcuno venire di que' paesi o d'altri a Venezia per suoi interessi, manderebbe piú tosto argento che oro. Perché 1000 genovine, che in Genova vagliono a lire sette e soldi dodici l'una, cioè lire 7600, nelle quali entrano doppie 404-1/4 minuzia piú, in Venezia vagliono lire 12.000; le quali, convertite in doppie, a lire 29.4 l'una, dánno doppie 411 o poco meno. Sicché vi guadagnarebbe la valuta di quasi 7 doppie, e correrebbe alla volta di Venezia, come da sé, piú argento che oro; e tanto fu fatto con la «parte» dei 8 luglio 1665. Sebbene, per mio credere, con troppo svario, perché la proporzione, a che le valutarono, fu di 14 e 1/4 per uno a fatica, e concorse bensí quantitá d'argento, e per qualche anni hanno corso le monete senza nuovo sconcerto; ma finalmente è maturato con evidenti pregiudizi il frutto dell'eccessiva sproporzione, che, congiunta con altre cause, ha sbalzato cosí fuori di sesto, come ancor sono, tutte le monete. Imperciocché da 14-1/4 a 14 e 3/4 vi è un mezzo di differenza, che importa tre e mezzo per cento in circa: onde, per l'abbondanza del guadagno, è concorso tanto argento, che, oltre i molti milioni di ducati battuti con quello, non si vedevano correre per le cittá e lo Stato quasi altro che genovine. Il che ha fatto alzar le doppie da 28 a 30 lire; e, perché il popolo, nell'alzar le monete, non piglia mai le misure giuste, si sono poi sconcertate tutte le altre valute.
Questo ripiego però di scostar alquanto dal giusto la proporzione fra i due ricchi metalli, dando piú valore a quello di cui s'ha bisogno, per eccitarne il concorso, sebbene è il piú praticabile e meno dispendioso al principe, e di piú insensibile, anzi quasi sconosciuto danno a' popoli, non è però affatto innocente, perché ognuno, che vuole di quella cittá far pagar argento fuori, paga un aggio di piú al banchiere per questo svario. E chi ben considera, non vi è altra differenza fra quelle monete che pagano aggio e quelle che si valutano piú del giusto, se non che le monete con l'aggio si ponno considerare cresciute di valuta per quella volta tanto, le altre per sempre; essendo l'aggio delle monete il vero foriero dell'alzamento universale delle medesime, anzi un vero alzamento privato delle valute, una semente de' disordini, che, lasciata lungamente sepolta fra i libri de' mercanti, prorompe finalmente in pubblico abuso. E qui prego chi legge a compatire se, per maggior chiarezza, ripeto nuovamente li medesimi abusi, amplificando questi effetti dell'aggio e dell'alzamento.