Ma le ragioni perché le monete d'oro di maggior finezza sieno tanto ricevute nel mondo, faranno anche tanto piú palese la necessitá di batterle in questo modo per maggior vantaggio della zecca. E queste sono principalmente due.
La prima si è, perché quanto piú fino è un metallo, tanto piú difficile è a' falsari il contraffarlo, non solo perché ogni poco di mistura, che vi sia d'argento o rame, ne muta sensibilmente il colore, ma perché un zecchino e un ongaro di tutta bontá facilmente si piega con le mani, essendo ogni metallo puro assai dolce e facile a ripiegarsi, laddove la mistura lo rende crudo ed inflessibile. Cosí lo stagno e piombo, ambedue flessibili e trattabili a martello quando sono schietti ciascuno da sé, se si mischiano assieme, fanno il peltro piú duro a piegare e piú facile a crepar sotto il martello. Il rame, che, essendo puro, è cosí trattabile, che col martello se ne fanno bellissimi vasi, se punto di stagno abbia seco, diventa duro e crudo in modo, che non d'altro si compongono i bronzi e gli specchi anticamente detti d'acciaio. Insomma ogni mistura de' metalli leva loro la flessibilitá: effetto veramente mirabile; di che nondimeno dissi qualche ragion fisica, se non m'inganno assai probabile, nella mia lettera al serenissimo granduca Ferdinando secondo di gloriosa memoria sopra i vetri temperati, giá molt'anni sono data alla luce. E da questa durezza nasce che gli altri scudi d'oro, detti «mezze doppie», lasciano rompersi piú tosto che piegarsi; e la plebe ed altri, che non hanno pratica sufficiente per conoscerli dal colore o dal paragone, però subito li conoscono, dalla facilitá di piegarsi, per buoni e perfetti. E quindi avviene che, sebbene il credito, che ha sopra ogn'altra moneta d'oro il zecchino, ha allettato l'ingordiggia di molti a contrafarlo, non hanno però mai potuto includervi piú lega di quella che contengono gli ongheri, che sono a bontá di caratti 23 il meno, e la maggior parte sono anche migliori: perché, se piú di un ventiquattresimo di mistura vi fosse, non si potrebbero piegare. Ed al contrario le doppie di qualsissia principe sono state tante volte e in sí fatta maniera falsate, che se ne sono trovate che non contenevano la metá dell'oro dovuto, mentre con artifici detestabili dánno loro il colore, e, sebbene non può mai imitar quello dell'oro piú fino, assai però s'accosta a quello delle doppie ordinarie.
La seconda ragione del maggior credito e valuta delle monete piú fine si è per l'uso di esse in molti lavori, a' quali non è atto il metallo che tiene di mistura. Tant'oro, che si batte in fogli per indorare stucchi, legnami ed altri ornamenti delle chiese, case, carrozze ed altro, tutto è finissimo metallo, senza di che non può per la crudezza battersi nella necessaria sottigliezza: onde il battioro, se non ha zecchini squisiti per battere, è forzato con dispendiosa fattura raffinar l'altre monete, prima di valersene a' suoi lavori. Lo stesso deve dirsi dell'oro, che dagli orefici vien adoperato per indorar i rami o gli argenti; stantecché, se finissimo non sia, non rende nell'operar quel colore piú gradito, che vediamo particolarmente ne' bellissimi dorati d'Augusta.
La stessa ragione però milita ancora nelle monete d'argento. Le genovine, le pezze da otto vecchie, gli scudi d'argento di Firenze e di Venezia sono di cosí bello argento e di cosí limpida bianchezza, che non è cosí facile ingannar con l'arte de' falsari gli occhi almeno de' pratici ed intendenti. La mistura del rame ne scuopre in breve tempo il rossore, quella dello stagno gli leva il peso, il suono e la vivezza del colore; e tutt'altro che abbiano con loro per coprirne la fraude, dura poco tempo a lasciarne conoscere l'inganno, subito, cioè, che ne sia alquanto dall'uso logorata la superficie. Perciò si veggono falsificate piú spesso le monete di basso argento de' principi di Lombardia che li testoni e paoli della Chiesa e della Toscana, piú li ducati veneziani che gli scudi e ducatoni della medesima zecca; essendo verissimo ch'egli è piú facile l'immitar col falso il men buono che il perfetto. E forse la natura, nel produr questi metalli di cosí differenti colori, ebbe mira d'impedire gli inganni che nell'uso, a cui la sovrana provvidenza gli aveva destinati, potevano dall'umana ingordiggia esser introdotti.
Ned è nuova regola ed osservazione di fatto questa, ch'io propongo per utilissima norma delle zecche, di batter le sue monete col piú possibile caratto di finezza; ma fu conosciuta e mantenuta, anzi per legge stabilita sino da'piú antichi secoli. La stabilirono coll'esempio i romani ne' loro secoli migliori, e gl'imperadori stessi; trovandosi le monete d'oro al tempo della repubblica tutte finissime, se qualcuna falsificata ne sia eccettuata, e leggendosi che Cornelio Silla dittatore, per la legge detta Cornelia, ed Augusto, per la legge Giulia, obbligarono i magistrati delle monete a batter oro fino. L'oro delle monete di Vespasiano fu saggiato in Parigi a' tempi di Bodino, e trovato di tale finezza, che per cimento reale non era scemato piú di un settecentottantesimo del tutto, ch'è poco piú di mezzo grano per oncia; cosa insensibile e che vien perduta dallo stesso tormento.
NOTE
[1] Genesi, 13.
[2] Genesi, 20.
[3] PLINIO, VII, 56.
[4] PLUTARCO, in Theseo; PLINIO, XXXIII, 3.