Le monografie inserite in questo volume furono tutte comprese nella collezione Custodi, e riescono perciò non difficilmente accessibili agli studiosi. Le differenze fra l'edizione presente e quella del Custodi sono, per altro, dal punto di vista formale, molte e assai notevoli. Giacché il Custodi, pur tanto benemerito, non si contentò di riprodurre fedelmente i testi, ma, giusta il costume allora in voga, volle raffazzonarli, ora ammodernando o italianizzando espressioni antiquate o dialettali, ora rifacendo qualche periodo sgangherato, ora sopprimendo frasi, e qualche volta brani, che non potevano troppo andar d'accordo col linguaggio areligioso degli anni immediatamente prossimi alla Rivoluzione; cadendo talora (come suole avvenire a chiunque s'incammini per cosí pericolosa via) in veri e propri errori d'interpetrazioni, ossia venendo a tradire non solo la forma, ma anche il pensiero dei singoli autori. Documentare minutamente tutto ciò, sarebbe cosa troppo lunga e anche inopportuna, chi pensi che l'interesse degli scritti qui raccolti è scientifico piú che letterario, e che p. e. lo Scaruffi, nell'esporre i propri concetti, si valse dei consigli del giureconsulto Pier Giovanni Ancarani, senza i suggerimenti del quale avrebbe forse evitate talune prolissitá. Basterá quindi asserire che, mercé una diligente collazione, che ha voluto compiere per me l'amico Fausto Nicolini, il quale mi ha aiutato anche nella revisione delle bozze, i testi sono qui riprodotti nella loro veste genuina:—l' Alitinonfo di su la rara edizione di Reggio Emilia, 1582 (una delle piú belle edizioni cinquecentesche, stampata con gran lusso dal tipografo Ercolano Bartoli); il Trattato del Serra, di su la brutta e spropositata, ma rarissima ediz. pubblicata a Napoli, da Lazzaro Scorriggio, nel 1613; il Trattato del Montanari, giusta l'ediz. princeps, incominciata a pubblicare, oltre settant'anni dopo la morte dell'autore, assai bene da Filippo Argelati, e proseguita, come peggio non si sarebbe potuto, da Carlo Casanova, nel sesto volume del De monetis Italiae (Mediolani, MDCCLIX);—correggendo, per i due ultimi, i continui e grossolani errori tipografici, e procurando di rendere di tutti tre, mercé un'accurata e razionale punteggiatura, piú agevole l'intelligenza.
Non adunque la loro raritá, si bene il bisogno di riprodurle in guisa da soddisfare alle odierne esigenze della critica, e, ancora piú, la loro importanza nella storia dell'economia mi ha determinato a scegliere le tre anzidette fra le numerose opere economiche italiane del Cinque e Seicento.
L' Alitinonfo di Gaspare Scaruffi contiene notizie ed osservazioni d'ordine tecnico, familiari all'autore, prima commerciante, poi assaggiatore ed appaltatore della zecca di Reggio; e queste nozioni tecniche egli sagacemente applica al chiarimento di questioni economiche, le quali esamina in taluni principali rispetti con ampia analisi. Propugna l'attuazione d'un sistema monetario sincero, sí che il peso ed il titolo della moneta perfettamente corrispondano al suo contenuto metallico, e primo o fra i primi richiede che sia indicato il titolo ed il peso della moneta sulla moneta stessa. In ogni pezzo si dovrebbero segnare tre numeri: il primo destinato a mostrare quante parti decimali dell'oncia contenga la moneta di metallo fino; il secondo il titolo, in conformitá all'uso valutato a ventiquattresimi per l'oro e dodicesimi per l'argento; il terzo inteso a dichiarare quanti di quei pezzi si taglino da una libbra. Il Ferrara avverte che, se nessuno prima dello Scaruffi aveva proposto che si indicasse anche il titolo, pure fra le monete del 1500 ve ne hanno alcune, nelle quali, oltre al nome, si legge assai chiaramente l'indicazione della lega. Lo Scaruffi ritiene che il bimetallismo a rapporto fisso, uguale in tutti i paesi, risponda meglio d'ogni altro sistema alle esigenze della circolazione, e questo rapporto fisso designa in 1 unitá di peso d'oro per 12 unitá di peso d'argento. Egli pensa che tale rapporto, giá «suggerito dal divino Platone», sempre prevalga di fatto, e dice che potrebbe conservarsi immutabile, ove non si commettessero adulterazioni o falsificazioni monetarie.
L'ultima proposizione rappresenta una aberrazione, non inconsueta però nel secolo XVI, in cui l'influenza delle adulterazioni monetarie era cosí evidente, che molti pensavano che ad essa esclusivamente potesse attribuirsi la variazione di valore del medio circolante. Le cause del rincarimento dei prodotti non furono tosto riconosciute dai contemporanei di quella grande rivoluzione monetaria; ed è noto che il sire di Malestroit scrisse una dissertazione per sostenere come apparente fosse l'aumento dei prezzi, in quanto la medesima quantitá di metallo si scambiava con la stessa quantitá di prodotti, e solo la moneta dello stesso nome conteneva una quantitá minore di metallo fino.
Anche il Bodin, che intese l'efficacia dell'incremento della quantitá della moneta, non rilevò le circostanze che inducevano un mutamento di valore normale dei prodotti. Ed è doveroso soggiungere che, se lo Scaruffi afferma piú volte l'immutabilitá assoluta di quel rapporto in assenza di alterazioni monetarie, implicitamente corregge la rigidezza della sua osservazione sofistica, rilevando come talune condizioni possano attenuare gli effetti delle mutazioni di valore relativo dei due metalli, e comprendendo che la costanza del rapporto di scambio fra l'oro e l'argento è la condizione essenziale di persistenza del bimetallismo.
Il bimetallismo a rapporto variabile è sostanzialmente monometallismo, perché tipo monetario unico è di fatto quel metallo che si ritiene non avere variato di valore. La misurazione delle variazioni di valore relativo suppone una unitá fissa; e, se, per esempio, il rapporto da 1 a 15,50 si dice che passa alla proporzione da 1 a 18, si è implicitamente ammesso che la cagione delle variazioni sia nell'argento, e che quell'obbligazione, la quale si estingueva nel periodo precedente con 1 kg. d'oro o con 15,50 kg. di argento, si estingua nel successivo con 1 kg. d'oro o con 18 kg. d'argento. Che se si fosse ritenuto che la variazione fosse dovuta a circostanze inerenti all'oro, si sarebbe detto che il rapporto passava da 1 a 15,50 all'altro da gr. 860 d'oro a 15,50 d'argento, e che quell'obbligazione, la quale si estingueva nel periodo precedente con 1 kg. d'oro o con 15,50 kg. d'argento, si estingue nel successivo con 860 gr. d'oro o con 15,50 kg. d'argento: nel primo caso, il tipo effettivo della circolazione sarebbe l'oro; nel secondo, l'argento. Quindi, a prescindere da tutte le difficoltá di una variazione legislativa o regolamentare, che seguisse le variazioni effettive di valore relativo dei metalli, sempre un metallo dovrebbe ritenersi come fisso: e se si sceglie l'oro, si ha un sistema monometallico aureo; se l'argento, un sistema monometallico argenteo; se a volta a volta si decide quale dei due ha presentato maggiore stabilitá, si incorre nell'inconveniente dell'alternanza della moneta non solo, ma del tipo stesso monetario. È vero che anche il bimetallismo a rapporto fisso si risolve in monometallismo alternante, perché, quando il rapporto di fatto devia dal rapporto legale, rimane a volta a volta in circolazione il metallo meno apprezzato; ma esso si manterrebbe, se vi fosse la coincidenza fra i due rapporti, e tanto minore è la sua imperfezione, quanto minori e meno frequenti sono tali deviazioni. E lo Scaruffi ha vòlto lo sguardo ad un bimetallismo internazionale con rapporto legale identico nei vari paesi, come il Cernuschi nel secolo XIX ha proposto «il 15-1/2 universale». Anche se tutti i paesi adottassero un sistema bimetallico a rapporto identico, rimarrebbe il metallo piú apprezzato prevalentemente assorbito quale materia per lavori industriali e di ornamento, e non si eviterebbero, quantunque tuttavia in grado attenuato, i danni del doppio tipo. Ma è notevole in uno scrittore del secolo XVI il concetto d'un accordo internazionale monetario, allo scopo di costituire una zecca unica. Né può dirsi, come afferma il Ferrara, che sia stato preceduto dal Bodin in quest'idea, giacché (esattamente osserva il Balletti) il Bodin proponeva un accordo di principi per escludere la moneta divisionaria, laddove lo Scaruffi lo desiderava per ottenere un sistema monetario comune, fondato sopra le stesse basi. Egli paragona il sistema monetario col sistema dei numeri, ed intravede ed in parte dimostra i benefici che si trarrebbero dall'unificazione degli ordinamenti singoli. Qualche particolare ed anche grave errore non diminuisce il merito dello Scaruffi nell'analisi delle condizioni cui il sistema monetario deve rispondere e nella designazione di una lega universale a scopo di unificazione del sistema monetario bimetallico.
Per quel che concerne lo studio d'argomenti minori, pure pregevoli sono parecchi riflessi dello Scaruffi, che vuole le spese di monetazione siano pagate a parte, e non «ricavate dal corpo della moneta». Il che se può sembrare indifferente oggidí, era utile allora ad impedire le esorbitanze della zecca e le confusioni fra l'errore o tolleranza di fabbricazione ed il costo della monetazione in senso stretto.
Certo raggiunse vette intellettuali piú alte di quelle, cui lo Scaruffi pervenne, il professore modenese Geminiano Montanari, matematico, astronomo ed economista, che non solo intorno ai problemi difficili generali e speciali della moneta scrisse con precisione ed esattezza singolari, ma pure rispetto alla piú astratta analisi del valore espose dottrine assai ragguardevoli. Particolarmente rilevò le variazioni quantitative della moneta, l'influenza che l'abbondanza o scarsezza d'essa esercita sopra il valore, ed alla ricerca della zecca, che costituisce di fatto una copiosa domanda di metallo, assegnò la sua giusta efficacia. È vero che la designazione legale della moneta non è elemento influente sul valore di essa, ma la domanda, che uno Stato faccia del metallo per fini di circolazione, ha indubbiamente un temporaneo effetto, e la variazione di valore poi tende a perdurare, se l'accresciuta domanda non può soddisfarsi a costi costanti. La teoria monetaria è nelle sue linee generali svolta egregiamente dal Montanari, di un secolo però posteriore allo Scaruffi. Riguardo al valore della moneta in relazione a quello dei prodotti, tuttavia non evita errori. Afferma che le merci prese insieme valgono quanto l'oro e l'argento. Ora, se anche intende riferirsi soltanto alla parte d'oro e d'argento circolante, e se pure voglia escludere implicitamente il medio circolante creditizio, il Montanari non tiene conto di un altro fattore essenziale: la rapiditá di circolazione, che, a paritá di condizioni, influisce sulla quantitá di moneta occorrente a sopperire ad una determinata entitá di scambi. Delle funzioni della moneta circolante però tratta con precisione. Ma ciò che costituisce per lui titolo principale di eminenza scientifica è l'indagine relativa all'utilitá in funzione della raritá. Egli dimostra come l'utilitá di un bene dipenda, fra l'altro, dalla quantitá disponibile, e come ciascuno determini il suo apprezzamento concreto, non in base all'importanza astratta della ricchezza per la soddisfazione dei bisogni, si bene in base all'effettivo apprezzamento dell'utilitá che si consegue dalla frazione ultima posseduta. Sopratutto quell'apparente dissidio fra valore d'uso e valore di scambio, che fu la pietra d'inciampo di scrittori anche classici, venne chiarito dal Montanari, che può dirsi, nel senso genuino, un precursore di Jevons, Walras e Menger. Non si serve di simboli matematici e nemmeno di esempi aritmetici, ma con spirito matematico illustra tali questioni, e nell'esame del valore subbiettivo e del valore corrente apporta contributi notevolissimi. Gia il Custodi avvertiva che i trattati del Montanari, anteriori a quelli stessi tanto applauditi di Giovanni Locke, li sorpassano di molto per vastitá di dottrina e per profonditá di ragionamento; e noi possiamo aggiungere che, come altri scrittori inglesi contemporanei e posteriori a lui furono antesignani dei grandi teorici del valore normale, egli col Galiani, che scrisse però quasi settant'anni dopo di lui (1751), fu antesignano dei teorici dell'utilitá finale in riguardo all'analisi del valore corrente ed allo studio generale dei fondamenti economici dello scambio.
Posizione intermedia per ragione di tempo fra lo Scaruffi ed il Montanari ha il cosentino Antonio Serra, che pubblicò nel 1613 la monografia ristampata in questo volume. Della quale l'oggetto è limpidamente indicato dal titolo: Cause che fanno abbondare li regni d'oro e d'argento, dove non sono miniere. È quindi un esame dei pagamenti internazionali, diretto a chiarire quando essi avvengano in moneta. Talune principali partite della bilancia commerciale internazionale sono designate dal Serra; e, mentre i contemporanei consideravano quasi esclusivamente le importazioni e le esportazioni, egli si sofferma sopra le industrie istituite ed esercitate all'estero da nazionali, e, se non adopera la frase a noi consueta di «esportazione invisibile», esprime il medesimo concetto, affermando che le merci cosí prodotte e vendute all'estero non si comprendono nell'esportazione dal paese dei produttori, ma sono causa di acquisto di danari, che vengono in possesso dei nazionali e che si ritraggono dalle industrie, le quali si possono fare nel paese d'altri. Inoltre rileva un altro elemento ragguardevolissimo, i guadagni del commercio di intermediazione: esempio tipico era allora costituito da Venezia pel traffico fra Oriente ed Occidente, come oggi dall'Inghilterra pel traffico di tanti paesi europei con le Indie e la Cina. È vero che il Serra riguarda queste partite di relazioni commerciali internazionali come mezzi di accreditamento e rispettivamente addebitamento di danaro; ma egli comprende che tutti gli scambi di prodotti e servigi fra i vari paesi, che sono in rapporto diretto od indiretto, si possono intrecciare fra loro ai fini del pagamento e si compensano, per guisa che l'abbondanza del metallo promana in un paese dall'eccesso degli accreditamenti sugli addebitamenti.
Per aumentare quindi la quantitá dei metalli preziosi in un paese bisogna agire sulle cause che producono accreditamento, e non direttamente sovr'essi, ché sarebbe inutile e dannoso. Anche i mercantilisti del tempo non propugnavano del resto proibizioni dell'esportazione della moneta in linea generale (ed il Serra stesso ammette in qualche caso il divieto dell'esportazione), ma tendevano a promuovere le esportazioni ed a restringere le importazioni, specie di quei paesi verso cui la bilancia commerciale inclinava, come dicevasi, ad essere meno favorevole. Il De Santis, contro cui polemizzava il Serra, era un mercantilista arretrato, ed in tutta la confutazione del concetto di lui, che affermava bastasse stabilire legalmente il rapporto di cambio fra l'oro e l'argento e fra monete d'un paese e quelle di un altro perché il mercato dovesse conformarvisi, il Serra è efficace e corretto; ma, se dá prova di vigoria d'argomentazione, non eccelle per la novitá della dottrina sostenuta, che omai anzi tendeva a divenire prevalente. Ma la sua potenza mentale superiore e la sua originalitá particolarmente si manifestano cosí nella dimostrazione diretta a provare che, solo incoraggiando lo spirito d'impresa e promovendo le industrie, si facilita l'eccesso di esportazioni, come nell'indagine teorica rivolta a scrutare le partite apparenti e non apparenti di scambi internazionali e le loro correlazioni. E, com'è noto, discorrendo dell'industria agricola, il Serra espone la legge dei compensi decrescenti e ne intravede l'importanza. Quanto al commercio internazionale, non ne ravvisa le ragioni essenziali, poiché solo lo attribuisce alle differenze naturali, che inducono una divisione del lavoro territoriale, e non pone mente alla divergenza di costo comparativo delle ricchezze scambiate nei vari paesi. Tuttavia deve soggiungersi che sino al Ricardo la dottrina del costo comparativo non fu applicata agli scambi internazionali: lo stesso Torrens si atteneva alle divergenze inerenti alla varietá di attitudini naturali e sociali, non arrivando al raffronto fra i costi relativi dei prodotti nei vari paesi. Degli effetti della sovrabbondanza di moneta non ha idea precisa il Serra, che non ne scorge le influenze sulla esportazione ed importazione dei prodotti, determinate dal loro rincarimento. Né ha occasione di trattare del problema fondamentale del corso dei cambi, poiché non svolge i rapporti fra i fenomeni commerciali ed il prezzo delle cambiali. Rettamente avverte che i pagamenti mediante titoli di credito suppongono un uso almeno parziale di moneta in linea definitiva. Perspicuamente dimostra che la moneta dev'essere una ricchezza, e prova il carattere naturale di talune delle leggi economiche che la reggono. Quali siano i mezzi per introdurre nel paese le industrie, non scrive, riserbandosi di esporli oralmente ai governanti; e si sa che i suoi consigli non furono ascoltati, anzi egli venne rimandato nelle carceri di Vicaria, nelle quali era detenuto sotto l'accusa di falsa moneta. Ma la mancanza di queste norme non vizia il suo trattato, che è pregevole quale saggio teorico, e non ha intenti pratici immediati; le scarse regole dell'arte, qua e lá enunciate, sono inferite dalle proposizioni dottrinali.