«Signore, fortunato vincitore, e glorioso conquistatore, non è davvero la vostra gloria o la fama vostra che ci affligge: abbiate compassione di noi, e prestateci il vostro soccorso, ve ne scongiuriamo. Movetevi a compassione del nostro dolore e della miseria nostra. Siate così generoso da lasciar cadere una goccia della pietà vostra su noi, povere disgraziate. Pensate che noi tutte eravamo, un giorno, duchesse o regine, ed ora siamo povere donne. Vi abbiamo aspettato per quindici interi giorni, qui nel tempio della Dea Clemenza, per domandarvi il vostro aiuto: voi potete soccorerci, se volete. Io, povera disgraziata, che piango e mi dispero così, sono la moglie di Capaneo, che morì (quel giorno sia maledetto!) a Tebe. Quante voi vedete qui piangere in questo triste abbigliamento, tutte abbiamo perduto il marito là durante l’assedio. Ed ora il vecchio Creonte re di Tebe pieno d’ira e di malvagità, spinto dal dispetto e dalla prepotenza, per fare oltraggio al corpo dei mariti nostri uccisi in battaglia, ha fatto fare una catasta di tutti i morti, e non permetterà assolutamente che sieno sepolti o bruciati: vuole, per disprezzo, che siano lasciati come pasto ai cani.»
A queste parole si lasciarono cadere, senza alcun ritegno, per terra, e cominciarono a gridare pietosamente: «abbiate un po’ di compassione di noi, povere disgraziate, e lasciate che il nostro dolore vi tocchi il cuore.»
Il buon duca, sentendole parlare in questo modo, commosso, saltò giù da cavallo. Nel vederle ridotte dalla nobiltà di una volta a tanta miseria e a tanto avvilimento, gli parve di sentirsi spezzare il cuore ad un tratto; e fattele alzare in piedi, cercò con ogni mezzo di confortarle, e sulla sua lealtà di cavaliere giurò che avrebbe fatto quanto gli era possibile per vendicarle del tiranno Creonte, promettendo loro che tutta la Grecia avrebbe parlato, presto, della fine che per la mano di Teseo farebbe quell’uomo ben meritevole della morte.
E subito, senza porre tempo in mezzo, spiegò le insegne e mosse a cavallo verso Tebe, seguito da tutto il suo esercito. Non volle nemmeno entrare in Atene per riposarsi una mezza giornata, ma quella notte stessa si mise in cammino. Prima di partire fece accompagnare ad Atene la regina Ippolita e la bella sorella di lei, Emilia, perchè lo aspettassero là; quindi senza che io ve la faccia tanto lunga, montò a cavallo, e via per la sua strada.
Nella grande bandiera bianca la figura rubiconda di Marte, con la lancia e lo scudo, risplende così fulgida, che al suo passare tutti i campi scintillano. Vicino alla bandiera segue la insegna di Teseo, tutta d’oro, nella quale è raffigurato il Minotauro da lui ucciso in Creta. Così, dunque, cavalcava il duca conquistatore, accompagnato dal fiore dei cavalieri ateniesi; giunto finalmente a Tebe, scese con garbo da cavallo, e si fermò in un campo ove stabilì di dare battaglia. E per farla corta, venuto alle mani col re di Tebe lo uccise, da prode e leale cavaliere in aperta battaglia, e mise in fuga tutte le sue genti. Quindi prese d’assalto la città, abbattendone le mura, spezzando in ogni luogo sbarre e travi, e restituì alle signore ateniesi i corpi dei loro morti mariti, affinchè facessero loro le debite esequie, secondo il costume d’allora.
Troppo tempo ci vorrebbe per descrivere i pianti e i lamenti che levarono le donne di Atene mentre bruciavano i cadaveri, le cerimonie con cui Teseo, l’illustre conquistatore, prese congedo da loro: ed io ci rinunzio perchè non ho intenzione di andare tanto per le lunghe.
Teseo dunque, questo nobile duca, ucciso Creonte ed espugnata la città di Tebe, non abbandonò mai il campo di battaglia, restandovi perfino a dormire la notte, oramai padrone di fare là il comodo suo. Intanto i soldati dopo la vittoria si abbandonarono al saccheggio, frugando nel mucchio dei cadaveri per spogliarli delle vesti e delle armi. Ora accadde che costoro, in mezzo alla catasta dei morti, trovarono due giovani cavalieri, feriti gravemente in varie parti del corpo, i quali giacevano per terra, l’uno accanto all’altro, vestiti di bellissime e ricche armi. L’uno aveva nome Arcita, l’altro si chiamava Palemone, ed erano tutti e due fra la vita e la morte. Gli araldi, dalla cotta d’armi e dagli abiti che avevano indosso, si accorsero subito che i due giovani appartenevano alla famiglia del re di Tebe, e li riconobbero, precisamente, per figliuoli di due sorelle. Allora gli stessi soldati li trassero fuori dal mucchio dei morti, e li portarono, con molta cura, alla tenda di Teseo, il quale non volle sapere di riscatto, e li fece subito condurre in Atene, perchè fossero rinchiusi per sempre in prigione. Ciò fatto Teseo si mise a cavallo, e se ne ritornò col suo esercito in Atene, incoronato di alloro come un conquistatore, e là finì felice e contento i suoi giorni. Ma senza farla tanto lunga torniamo a Palemone e Arcita, i quali se ne stavan chiusi in una torre nell’angoscia e nel dolore, senza speranza di poterne mai uscire, poichè sapevano bene che non c’era oro che potesse riscattarli.
Dunque, a un giorno per volta, passarono degli anni; quando una mattina di maggio Emilia, più bella in volto del giglio sul verde stelo, più fresca del maggio stesso con tutti i suoi novelli fiori (poichè il suo colore gareggiava con quello della rosa, e non so chi delle due fosse la più bella), una mattina, dicevo, Emilia secondo il solito si alzò e si vestì prima che fosse giorno. Maggio non lascia poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza improvviso dal sonno appena questi gli grida: «levati e fa il tuo dovere».
Emilia dunque ricordandosi che doveva far gli onori a Maggio si alzò. Perchè sappiate com’era abbigliata, aveva indosso una veste nuova, e i bei capelli biondi legati in una lunga treccia le pendevano giù per le spalle. Si divertiva a passeggiare su e giù pel giardino, mentre il sole sorgeva a poco a poco. Coglieva qua e là dei fiori rossi e bianchi, e ne intrecciava una graziosa ghirlanda per la testa, cantando come un angelo del cielo. Per l’appunto era unita al muro di questo giardino la grossa e sicura torre (il carcere principale della cittadella), nella quale erano chiusi i due cavalieri di cui vi ho parlato e dovrò ancora parlarvi.
Era una bella mattina di maggio, e il sole risplendeva nel cielo. Palemone, il povero prigioniero, si era alzato, e col permesso del carceriere era salito secondo il solito, ad una camera su in alto, dalla quale egli scopriva tutta la bella città, e il giardino verdeggiante di rami, dove la bella e giovane Emilia passeggiava per diletto.