Arcita rispose risentito: «Tu piuttosto sarai un mancatore di fede e non io; anzi sei, e te lo dico chiaramente sul viso. Perchè quella donna io l’ho amata prima di te: vorresti dire di no? Tu l’avevi creduta una dea, quindi il tuo non è amore ma venerazione, mentre io l’amo come creatura umana. E appunto per questo ti ho detto tutto, come ad un cugino il quale aveva giurato di essermi fratello.
Ma supponiamo pure che tu sia stato il primo ad amarla: non conosci il motto di quell’antico saggio il quale disse: “chi può dettare legge ad un amante?” Amore è la legge più potente che un povero mortale abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente di qualunque condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza, malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente, una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata.
Del resto non è nemmeno probabile che tu possa restare per tutta la vita nelle sue grazie, come non vi resterò, certo, neppure io: poichè tu sai, pur troppo, che noi siamo condannati ad una eterna prigionia senza speranza di riscatto.
Noi finiremo, forse, per fare come quei due cani che si leticavano un osso, i quali stettero alle prese un giorno intero, per poi non avere nulla. Perchè mentre si azzuffavano calò in mezzo a loro un nibbio, e si portò via l’osso. Perciò, caro fratello, sarà meglio fare come si suoi dire: “alla corte del re ognun pensa per sè” ecco tutto. Tu ama quella donna quanto ti pare; io per conto mio l’amo e l’amerò sempre: non posso dirti altro davvero. Una volta che dobbiamo rassegnarci tutti e due alla prigione, segua ognuno la sorte che gli tocca.»
Grande e a lungo seguitò ancora la disputa fra loro due, se avessi il tempo di raccontarla, ma andiamo avanti. Per farvela corta, un giorno un duca famoso chiamato Piritoo, compagno di Teseo fin da quando erano bambini, andò in Atene per rivedere il vecchio amico e passare qualche tempo con lui allegramente, come era solito fare ogni tanto, giacchè si volevano tutti e due un gran bene. Si volevano tanto bene, (dicono i libri che parlano di quei tempi,) che quando l’uno di essi morì, non dico bugie, l’altro andò a ritrovarlo fin giù nell’inferno. Ma ora non è mia intenzione scrivere questa storia.
Piritoo, dunque, conosceva benissimo Arcita che aveva veduto crescere d’anno in anno in Tebe, cosicchè gli voleva molto bene: e tanto fece e tanto pregò, che Teseo lo lasciò uscire di prigione. E non solamente non volle nessun riscatto, ma gli lasciò piena libertà di andare dovunque volesse, ad una condizione: che se per caso Arcita fosse còlto di giorno o di notte, anche per un momento, in una città del regno di Teseo, e venisse arrestato, perderebbe la testa con un colpo di sciabola. Questo fu il patto, e non c’era per Arcita altra speranza di rimedio o altra via di scampo. Così egli partì, e s’avviò in fretta verso casa sua. Stia bene attento, però, perchè la sua vita corre un gran pericolo.
Quanto soffre, intanto, il povero Arcita! Si sente la morte nel cuore; piange, si lamenta, si dispera che fa pietà a sentirlo, e pensa di darsi la morte. Poi grida: «Maledetto il giorno che son venuto al mondo! Eccomi condannato ad una prigione più dura di quella di prima: eccomi condannato non dico al purgatorio, ma alle pene dell’inferno. Ah! non avessi mai conosciuto Piritoo: così sarei ancora presso Teseo legato in prigione, ma felice, e non un disgraziato come sono ora. La sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno della sua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato.
Caro cugino Palemone, soggiungeva, tu hai riportato la vittoria in questa avventura: tu puoi godere ancora ed essere felice chiuso in prigione. In prigione? Che dico? In paradiso. La fortuna ha tirato essa stessa i dadi per te, poichè tu godi la vista di Emilia, ed io ne soffro, invece, la lontananza. Tu almeno, che la vedi ogni giorno, e sei un nobile e valoroso cavaliere, puoi sperare che un caso qualunque (visto che la fortuna è così cieca) ti faccia ottenere ciò che desideri. Ma per me che sono esiliato senza speranza di grazia, e mi trovo in mezzo a così grande disperazione che non può darmi aiuto o conforto nè la terra, nè l’acqua, nè il fuoco, nè l’aria, nè altra creatura da loro formata, per me non ci resta che morire dalla disperazione e dal dolore. Addio vita, addio desiderî, addio felicità, addio tutto!
Ma perchè tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in un altro, più di quello che essi stessi possano immaginare? Uno, per esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere che da un momento all’altro ci possono capitare addosso sono tanti, che noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo su questa terra come l’uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone; e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello stesso modo preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.
Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte sbagliamo la strada; questa è la verità. Tutti dobbiamo confessarlo, ed io pel primo, che mi credevo (anzi ne ero certo) di sentirmi felice e contento il giorno in cui fossi uscito di prigione, e invece eccomi qua le mille miglia lontano dalla felicità. O Emilia, se io non debbo rivederti, è finita: io sono un uomo morto!»