Arcita, intanto, se n’era tornato, in fretta, in città; e la mattina seguente, prima di giorno, si procurò di nascosto due armature complete, con tutto l’occorrente perchè egli e Palemone potessero misurarsi sul terreno. Montato, quindi, a cavallo con le due armature davanti a sè, si mise in cammino; e così all’ora e nel luogo stabilito i due amici si ritrovarono.
Appena si videro, impallidirono tutti e due. Come il cacciatore Trace appostato con la lancia alla tana del leone o dell’orso, sentendo dal fruscio del bosco avvicinarsi la belva (che rompe sui suoi passi rami e foglie), pensa trepidando: ecco il nemico, o io l’uccido sulla tana, o egli uccide me, se fallisco il colpo; così Arcita e Palemone, pallidi, trepidarono, conoscendo ciascuno il valore dell’altro. Senza nè anche salutarsi indossarono le armi, aiutandosi come due buoni fratelli. Quindi impugnata un’asta bene appuntata e forte, si avanzarono, con lunghi passi, l’uno contro l’altro. Avresti detto, vedendoli combattere che Palemone avesse la ferocia di un leone, e Arcita la fierezza d’una tigre: infuriati come due orsi che hanno la bocca biancheggiante di spuma, menavano tutti e due orribili colpi, immersi nel sangue fino al collo del piede. Ma lasciamo loro che si battono in questo modo, e torniamo a Teseo.
Il destino, ministro di tutte le cose, il quale distribuisce in questo mondo la provvidenza divina, è così potente, che quando gli uomini hanno giurato che una cosa non può accadere se non in un dato modo, un bel giorno accade proprio alla rovescia; e te la do in mille anni, se un’altra volta sola si ripete in quel modo lì. I nostri desiderî, di qualunque genere siano: guerra, pace odio, amore, tutti, senza dubbio, sono guidati dalla mente di Dio. Dico questo a proposito di Teseo, il quale ha una passione così grande per la caccia, specialmente per quella del cervo nel mese di maggio, che l’alba non lo trova mai a letto; ma è sempre pronto a montare a cavallo, con tutto il suo seguito di cacciatori coi corni e i cani. Egli trova nella caccia un divertimento così grande, che il suo maggior diletto, la sua unica ambizione, è l’essere chiamato: la distruzione dei cervi.
Era, come ho già detto, una bella giornata, e Teseo, con l’animo giocondo e pieno di felicità, montato a cavallo con regale pompa, se ne andò a caccia insieme alla sua bella Ippolita e ad Emilia, che indossava un bellissimo abito verde. E s’incamminò verso un piccolo bosco, lì vicino, dove gli era stato detto che c’era un cervo. Quindi si spinse avanti per una pianura, dove seppe che l’animale era solito fuggire presso un ruscello, e seguitò ancora la sua strada in quella direzione. Il duca lo seguì una o due volte, sguinzagliando i cani, che stavano tutti pronti ad un suo cenno; e finalmente giunto in un prato, portando la mano agli occhi, perchè il sole gli permettesse di vedere, scôrse Arcita e Palemone che combattevano infuriati come due tori. Le spade luccicanti volavano per l’aria così terribilmente, che il più piccolo colpo avrebbe abbattuto una querce. Teseo non sapendo chi fossero, diè di sprone al cavallo, e in un salto fu in mezzo a loro, con la sciabola sguainata, e gridò: «Olà! fermi, per la vostra testa. Giuro per Marte, dio potente della guerra, che il primo il quale, davanti a me, tirerà un altro colpo solo, cadrà morto. Chi siete voi che osate venire qui a combattere in questo modo senza un giudice o un ufficiale che diriga l’assalto, come in un leale torneo?»
Palemone rispose subito: «Signore, perchè non dirti, senz’altro, la verità? Tutti e due ci meritiamo la morte: noi siamo due disgraziati prigionieri stanchi della vita; tu che sei nostro signore e nostro giudice, non avere per noi nè compassione nè perdono. Uccidimi pel primo, che mi fai una vera carità, ma uccidi anche il compagno mio. O se tu lo desideri, uccidi lui prima di me; poichè sappi, se non te ne sei accorto, che costui è Arcita, il tuo mortale nemico. Egli fu bandito dal tuo regno sotto la pena della testa: perciò si merita la morte. Sappi che costui venne alla tua porta, e dicendo di chiamarsi Filostrato, riuscì ad ingannarti per molti anni, sì che tu stesso lo hai fatto tuo primo scudiero. Egli ama Emilia.
E giacchè è venuto il giorno della mia morte, faccio intera la mia confessione: io sono quel disgraziato di Palemone, che è fuggito, per sua unica volontà, di prigione. Sono anch’io tuo mortale nemico, ed amo così ardentemente la bella Emilia, che sarei felice di morire davanti a gli occhi suoi. Perciò da me stesso ti chiedo la mia condanna di morte; ma tu uccidi anche il mio compagno, chè tutti e due ci meritiamo di essere uccisi.»
Allora il nobile duca rispose: «La cosa è molto semplice. La vostra stessa bocca confessando tutto, vi ha condannato, ed io non lo dimenticherò. Non c’è, quindi, bisogno di farvi parlare con la tortura, e, per Marte rubicondo[7], voi morrete subito.»
A queste parole (le donne, si sa, fanno presto a commoversi) la regina cominciò a piangere, e con lei Emilia e le altre signore del seguito. Tutte ebbero pietà di quei due giovani, di illustre lignaggio, che solo per amore si battevano a quel modo. E vedendoli così orribilmente feriti e sanguinanti, si volsero a Teseo gridando: «Signore, abbiate compassione almeno di noi». E mettendosi in ginocchio per terra, volevano baciargli i piedi. Un cuore gentile si muove facilmente a pietà: e finalmente si commosse anche Teseo. Sebbene furibondo, da principio, contro i due Tebani, riflettendo, poi, alla colpa che avevano commesso, e alla causa che li aveva spinti, sentì che se l’ira li condannava come rei, la ragione non sapeva fare altro che scusarli. Pensò che chiunque, per amore, avrebbe fatto lo stesso, cercando di scappare, ad ogni costo, di prigione. Ebbe, poi, compassione di tutte quelle donne che piangevano in coro, e ripensando nell’animo generoso al caso dei due prigionieri tebani, diceva fra sè: «Guai a quel sovrano che è senza pietà, ed è un leone tanto con l’uomo pentito e sommesso, quanto con l’uomo superbo e ribelle! Guai a quel sovrano che ad ogni costo vuole mantenere ciò che in un momento di rabbia ha minacciato! Ha poco criterio chi in un caso simile non sa distinguere, e mette sulla stessa bilancia l’orgoglio e l’umiltà.» E tosto, sbollito il primo impeto dell’ira, alzando gli occhi sorridenti da terra disse, a voce alta, queste precise parole:
«Benedicite! Che signore grande e potente è Amore! Tutto vince la sua potenza, e potrebbe, davvero, essere chiamato un Dio pei suoi miracoli. Il cuore degli uomini è in mano sua.
Guardate Arcita e Palemone: fuggiti di prigione, avrebbero potuto vivere, in Tebe, come due re; invece per quanto sicuri di trovare in me un mortale nemico, eccoli un’altra volta qua, condotti, come ciechi, da Amore a cercare la morte. Non vi pare una grande pazzia questa? Chi più matto, in questo mondo, di un uomo innamorato? Guardate un po’ per l’amore di Dio, come sanguinano quei disgraziati! Non vi pare che si siano conciati, tutti e due, per le feste? Ecco come Amore, loro padrone, li ha pagati e compensati dei servizi resi. Eppure andate a levar loro di testa, se vi riesce, che sono due matti, a volere servire Amore ad ogni costo.