Prima di tutto si vedeva una foresta, di vecchi alberi nodosi e senza foglie, irta di orribili rami, abbandonata dagli uomini e dalle belve. E dal fondo pareva si sprigionasse un rumore sordo, come di un uragano che schiantasse tutto. In basso, ai piedi di un colle sorgeva il tempio di Marte bellicoso, tutto d’acciaio brunito, con un’entrata così lunga e stretta, che metteva paura. E di là dentro si scatenava una tale tempesta,[12] che tutte le porte del tempio tremavano. I muri non avevano finestre, per cui penetrasse un raggio a rompere l’oscurità; solo l’ingresso era illuminato dall’aurora boreale[13]. La porta era tutta di diamante, attraversata, per lungo e per largo, da fortissime sbarre di ferro; e di ferro erano anche le grosse[14] colonne che sostenevano il tempio, luccicanti al sole.

Entrando, si vedevano dipinti sul muro l’orribile immagine del delitto, con tutte le sue arti, l’ira feroce, rossa come un tizzo di fuoco, il tagliaborse, e la paura pallida come la morte. C’era l’uomo che ride, e sotto il manto ci ha il coltello, la stalla che brucia con le pecore in mezzo a nuvoli di fumo, il traditore che assassina l’uomo che dorme, la guerra dalle ferite sanguinanti, la rissa che impugnato il coltello sanguinoso minaccia fieramente; e un cupo frastuono regnava in quel luogo di dolore. Si vedeva, quindi, il suicida, coi capelli intrisi nel sangue che gli sgorgava dal cuore lacerato; quegli che muore con un chiodo piantato in mezzo al cervello; e la morte fredda che leva in alto la bocca spalancata. In mezzo al tempio sedeva col volto afflitto e sconsolato, la sventura. Venivano poi il furore sghignazzante nella rabbia, il lamento dei ribelli[15], le grida disperate, e le imprecazioni, la carogna distesa per terra, vicino a un cespuglio, con la gola tagliata, un migliaio di morti caduti in battaglia[16], il tiranno che trascina per forza la preda, la città distrutta: nulla, insomma, ci mancava dei disastri di Marte. C’erano, in mezzo alle fiamme, le navi che danzano sull’acqua[17], il cacciatore strangolato dagli orsi inferociti, la scrofa che divora il bambino nella culla, il cuoco che si è scottato col manico del suo lungo romaiolo, e il carrettiere che travolto dal carro, pel malefico influsso di Marte, cade lungo disteso sotto le ruote.

Venivano, quindi, della grande compagnia di Marte, l’armaiuolo, il fabbricante di archi, e il fabbro che aguzza le spade sull’incudine. Su in alto, sopra le altre figure, si vedeva dentro una torre la Vittoria, seduta trionfalmente, mentre sulla testa le pendeva, da un sottile filo messo a doppio, quella tale spada affilata[18]. Poi v’era dipinta la morte di Giulio Cesare, quella del grande Nerone e di Antonio, i quali allora non erano nemmeno nati; ma già si vedeva quale fine Marte minaccioso destinava loro. Poichè in quel quadro c’era dipinto, come nelle sfere celesti, il destino di ognuno; si vedeva chi doveva essere ucciso, e chi era destinato a morire d’amore. Ma basti un solo esempio tolto dalle antiche storie, giacchè non potrei ricordarli tutti neppure se io volessi.

Sopra un carro si vedeva la statua di Marte tutto armato, con lo sguardo truce e sinistro. Sul corpo gli brillavano due stelle che nelle antiche scritture sono chiamate: una Puella, e l’altra Rubeus[19]. Il Dio delle armi era raffigurato con un lupo, dagli occhi fiammeggianti, ai suoi piedi, nell’atto di divorare un uomo. Questa storia che si trovava lì ad onore e gloria di Marte, era un fine lavoro in matita.

Ora passiamo in fretta al tempio della casta Diana, ed io vi descriverò le caccie e gli esempi di modestia e di pudore che erano dipinti qua e là su le pareti.

Vidi Callisto addolorata, che dall’ira di Diana fu cambiata di donna in orsa, e divenne poi la stella polare. Così, almeno era dipinta, ed io non so dirvi altro. Anche suo figlio, come ognuno poteva vedere, era in figura di stella. C’era Dafne cambiata in albero: dico Dafne la figlia di Peneo, non la dea Diana[20]. Vidi Atteone mutato in cervo per avere osato di guardare Diana nuda, e i cani che non avendolo riconosciuto lo sbranarono vivo. Più oltre, nella stessa parete, si vedeva Atalanta che dava la caccia all’orso insieme con Meleagro e molti altri, puniti tutti da Diana che dette loro affanni e dolori. C’erano istoriati, in fine, molti altri fatti maravigliosi che ora non ho voglia di ricordare.

La Dea stava seduta sopra un cervo, con dei piccoli cani ai suoi piedi, e proprio sotto ai piedi aveva una luna ancora crescente, ma già prossima a calare. Era vestita splendidamente di verde, con l’arco in mano e le freccie nel turcasso, ed aveva gli occhi rivolti in giù, verso il tetro regno di Plutone. Davanti alla dea si vedeva una donna presa dai dolori del parto, la quale non potendo sgravarsi invocava pietosamente Lucina, e diceva: «Abbi compassione di me, tu che meglio d’ogni altro puoi aiutarmi».

Chi dipinse questo quadro era certo un artista molto geniale, e deve avere speso un occhio nei colori.

La lizza, dunque, era pronta; e Teseo, che con tanta profusione di danaro aveva adornato i templi ed il teatro, quando tutto fu finito ne rimase soddisfatto ed ammirava con grande compiacenza.