Il fatto citato dal Rossetti[10] che Pierre Seigneur de Beauveau, il quale verso la fine del secolo XIV fece una traduzione francese in prosa del Filostrato, afferma in modo assoluto che l’autore del poema da lui tradotto era un poeta fiorentino, chiamato Petrarca, non porta davvero nessuna luce sul silenzio del Chaucer in quanto al nome del Boccaccio. Ed anche volendo concluderne, col Tyrwhitt e col Rossetti, che forse il Chaucer, cadendo nello stesso errore di Pierre de Beauveau, credè che delle opere del Boccaccio a lui note fosse autore il Petrarca, non si viene a capo di nulla: anzi la matassa si fa sempre più intricata. Poichè se da una parte, così, si spiegherebbe il caso della storia di Zenobia[11] attribuita al Petrarca, mentre si trova nel De casibus virorum et foeminarum illustrium del Boccaccio, dall’altra rimane sempre più oscuro il mistero di Lollius, citato come autore del Filostrato. Secondo lo Skeat[12] la vera spiegazione di questo enigmatico nome sarebbe quella proposta dal prof. Latham,[13] il quale crede che il Chaucer, intendendo malamente il verso di Orazio: «Troiani belli scriptorem, maxime Lolli[14]» abbia supposto che Lollio fosse uno scrittore latino che avesse trattato della guerra troiana. E questo, secondo il Latham, bastò al poeta per citarlo, senz’altro, come la fonte dell’episodio della guerra di Troia, che egli, invece, aveva attinto al Filostrato. Certamente può sembrare strano il fatto che il Chaucer, il quale aveva tradotto tutto il De Consolatione di Boezio, dimostrando una certa famigliarità con la lingua latina, sia caduto in un errore così grossolano: ma non potrà parere impossibile, quando si pensi che non sarebbe questo il solo. Un altro errore del genere, assai curioso è, per esempio, il pernicibus alis di Virgilio, nella descrizione della Fama (En. IV, 180), tradotto con: ali di pernice. Se quella del prof. Latham è la vera spiegazione, o almeno la più probabile, è lecito concludere che spesso le citazioni del Chaucer sono fatte in mala fede, e forse con lo scopo di nascondere, molto ingenuamente, la verità. E basterebbe, se io non erro, a giustificare questa conclusione che spiegherebbe tutto, la citazione di Stazio alla quale io accenno nella nota 23 della Novella del Cavaliere. Nè si può opporre il fatto che Dante, il Petrarca, ed altri scrittori, sono sempre citati a dovere: poichè, tenuto conto di quanto il Chaucer deve nelle sue opere al Boccaccio, si potrebbe rispondere che in questo caso il poeta delle Canterbury Tales fa come certi scrupolosi debitori, i quali pagano i debiti piccoli, e poi si dimenticano di quelli più grossi. Ma torniamo alla novella del Cavaliere.

Del lunghissimo poema del Boccaccio il Chaucer non ha preso che la materia romanzesca, che molto bene si adattava al racconto fatto da un cavaliere, il quale «ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia.» L’argomento della sua novella è infatti la storia cavalleresca dei due giovani tebani Palemone e Arcita, che dopo una serie di romanzesche avventure si disputano in un grande torneo la bella cognata di Teseo.

L’elemento epico, cioè quanto si riferisce alla guerra dell’eroe ateniese contro le Amazzoni, che nel poema del Boccaccio occupa tutto il primo canto, è escluso dal racconto del Cavaliere. Il quale solo sul principio accenna fugacemente alle gesta di Teseo nella Scizia, ed incomincia la sua novella dal ritorno trionfale di lui in Atene, e precisamente dalla strofe 25 del Libro II della Teseide. Il Chaucer, senza abbandonare mai il disegno generale, secondo il quale è svolta dal Boccaccio l’avventura dei due cavalieri di Tebe, ha notevolmente abbreviato la storia di Palemone e Arcita, che nella sua novella è raccontata in 2250 versi, mentre nella Teseide si estende a 8600 circa. Di questo la critica gli ha dato ampia lode, notando che egli ha dimostrato un sano criterio artistico, e buon gusto, nel lasciare molte delle lunghe e noiose descrizioni del Boccaccio. Se non che si potrebbe domandare, senza togliere nulla al merito del poeta inglese, se ciò si debba proprio al suo buon gusto soltanto, o piuttosto alle esigenze della forma da lui prescelta per la sua storia. E la risposta non mi pare difficile: poichè se il Cavaliere, destinato dalla sorte a incominciare per primo la serie dei racconti di Canterbury, invece di raccontare una novella, avesse preteso di recitare un poema intero in dodici canti, quale è la Teseide, c’era il caso che molti dei suoi compagni di viaggio avessero dovuto rinunziare al proprio racconto; dato che l’oste Harry Bailly, il quale aveva tanto buon senso, non lo avesse obbligato, come fece al Chaucer[15], a cambiare argomento. Del resto il Cavaliere stesso, incominciando la sua novella, dice che dovrà abbreviarne la lunga storia affinchè «nessuno per colpa sua debba rinunziare al proprio racconto.» Ma ben più largamente, dobbiamo confessarlo, il Chaucer avrebbe potuto sfrondare dalla selva epico-romanzesca della Teseide, se troppo spesso non si fosse compiaciuto, anche egli, di quelle lunghe e noiose descrizioni, più tollerabili ad ogni modo in un poema che in un racconto in forma di novella, e di quelle tirate rettoriche, a base di mitologia e di storia sacra, che sono l’indispensabile bagaglio poetico di quasi tutti gli scrittori dell’età di mezzo, in cui si preferiva all’aurea semplicità di Virgilio la gonfia rettorica di Stazio. La minuta descrizione di tutte le figure istoriate nei tre templi del grande anfiteatro destinato al torneo, l’enumerazione delle varie specie di alberi e di piante onde fu eretto il rogo di Arcita, gli epici particolari dei suoi funerali, che il Cavaliere poteva risparmiare ai suoi compagni di via senza punto nuocere all’interesse della sua novella, dimostrano che il Chaucer non si lasciò consigliare sempre dall’arte e dal buon gusto nel far suo il materiale della Teseide.

Con tutto ciò non si può negare, certamente, che egli abbia portato nell’argomento della favola di Palemone e Arcita qualche nota personale, e modificazioni talvolta felici ed opportune come quelle notate, insieme col Tyrwhitt[16], dallo Skeat e dall’Hertzberg[17]. Il Chaucer era troppo poeta nel fondo dell’anima, per fare nella sua novella un semplice sunto in versi dell’originale onde la tolse.

Quanta poesia in questa breve descrizione dei primi albori del mattino:

«The busy larke, messager of daye,
Salueth in hire song the morwe gray;
And fyry Phebus ryseth up so bright,
That all the orient laugheth of the light,
And with his stremes dryeth in the greves
The silver dropes, hongyng on the leeves.»[18]

Per trovare una di queste pennellate così poeticamente sentite e riprodotte dalla natura, bisogna leggere Dante e Shakespeare. Longfellow pensava certo a questi versi, quando in quel suo bellissimo sonetto scriveva del Chaucer:

«He listeneth to the lark

Whose song comes with the sunshine through the dark
Of painted glass in leaden lattice bound:
He listeneth and he laugheth at the sound,
Then writeth in a book...»[19]

La storia del romanzesco amore di Palemone e Arcita fu uno degli argomenti che più allettarono il Chaucer fin da quando ne ebbe conoscenza per la prima volta nella Teseide. E dobbiamo dire che egli ebbe una particolare predilezione anche per il poema del Boccaccio, giacchè reminiscenze e traduzioni della Teseide se ne trovano anche in altri tre suoi componimenti poetici: The Parliament of Fowls, Of Queen Annelida and false Arcite, Troilus and Criseide. Molto prima che nella novella del