Il Chaucer nella sua novella non si discosta quasi mai dal testo del Petrarca: e lo segue così scrupolosamente, anche nei particolari più minuti, che il racconto del Chierico si potrebbe chiamare una traduzione poetica della prosa latina petrarchesca. Non c’è una frase, non una sola parola nella novella del Chaucer, che possa fare supporre, anche lontanamente, che egli avesse letto o conosciuto in qualche modo la novella del Boccaccio. Unica indiscutibile fonte è il Petrarca: ed io non saprei, a questo proposito, come qualificare l’assurda asserzione del Klein, il quale dice che il racconto del Chierico di Oxford «è un miscuglio di Boccaccio, Petrarca e Maria di Francia»[53] aggiungendo a questo non pochi altri spropositi, che, con tutto il rispetto dovuto ad un critico tedesco, non vale neppure la pena di rilevare. Per quanto però il Chaucer traduca molto spesso quasi letteralmente dal Petrarca, la sua natura di poeta e le sue qualità di osservatore e conoscitore profondo dell’animo umano, spiccano in questa novella anche più che in altre, dove la materia del racconto è più originale e indipendente. Quando Gualtieri dopo avere detto a Griselda che il papa gli ha permesso di prendersi un’altra moglie, la caccia di casa, e le ingiunge con amara irrisione di riprendersi la dote che aveva portato, il Petrarca segue e traduce il Boccaccio, il quale così fa rispondere dalla povera pastorella al crudele signore di Saluzzo: «Comandatemi che io quella dote me ne porti che io ci recai, alla qual cosa fare, nè a voi pagator nè a me borsa bisognerà nè somiere, per ciò che uscito di mente non m’è che ignuda m’aveste.» Il Chaucer con un linguaggio profondamente umano, che rende anche più commovente la risposta di Griselda dice: «In quanto alla concessione che mi fate di lasciarmi andar via con la dote che vi ho portato, capisco bene che voi intendete parlare dei miei poveri cenci, che non erano niente di bello davvero: ma nonostante ben difficilmente io potrei ora ritrovarli. Buon Dio! a sentirvi parlare, e a guardarvi, sembravate così buono e gentile il giorno del nostro matrimonio!» Non è un senso di intima ribellione che fa scattare la povera e ingenua pastorella: in quella esclamazione è mirabilmente compendiato tutto il suo dolore e tutto il suo stupore, davanti a tanta e così inaudita crudeltà di animo. Con quanta verità di sentimento, alle semplici parole: «Audito ergo non tam filiae tacite redeuntis quam comitum strepitu occurrit in limine: et seminudam antiqua veste cooperuit»[54] onde il Petrarca descrive il primo incontro di Griselda, scalza e in camicia, col vecchio padre, il Chierico di Oxford sostituisce quest’altre nel suo racconto: «Il povero vecchio, avendo sentito che la sua figliuola ritornava a casa in quel modo, in fretta in fretta le andò incontro, portando seco la vecchia veste che essa aveva lasciato, e piangendo amaramente, cercava di coprirla alla meglio con quella.» La fiera invettiva al popolo incostante e mutevole come la luna, i commoventi particolari della pietosa scena fra Griselda e i suoi figliuoli, il congedo originalissimo, e di un sapore veramente moderno, col quale il Chierico, finito il suo racconto, si rivolge agli uomini che hanno moglie, e alle donne che hanno marito, ed altre finezze ed arguzie che ognuno potrà facilmente riscontrare da sè, basterebbero da soli a giustificare le lodi e l’ammirazione di tutti i critici più autorevoli dell’Inghilterra, per questa novella, che nel suo genere è forse la più bella fra le Canterbury Tales.

Le «celesti sofferenze» di Griselda, dalla novella del Decamerone in poi, furono imitate e riprodotte in quasi tutte le più importanti forme letterarie antiche e moderne: la rappresentazione sacra, la ballata, la novella, il poema, la commedia, la tragedia, e perfino, ai giorni nostri, il melodramma, si disputarono questa storia, che ha goduto una popolarità lunghissima e quasi senza interruzione. E non solo in Italia, ma anche presso le altre letterature d’Europa, specialmente in Francia in Inghilterra e in Germania, sbocciò attorno alla ideale figura di Griselda una vera fioritura poetica.[55] Se il Boccaccio, come sembra, non si può considerare l’inventore di questa fortunata storia, egli ha tuttavia il grandissimo merito di averne dato, nella sua novella, la prima redazione scritta che si conosca: e nessuno può invidiargli e negargli la gloria di averne creato quel capolavoro di semplicità e di sentimento, che tanta luce di arte e di poesia irradiò fin dal suo nascere.

Venuto il turno del Mercante d’Indulgenze, le persone più civili e bene educate[56] che si trovavano nella gioconda brigata di Canterbury, avendo capito subito, strada facendo, che razza di prete scapestrato e libertino egli era, e forse avendone già avuto abbastanza del licenzioso racconto della donna di Bath, e di qualche altro, non meno scurrile ed osceno, dei novellatori che lo avevano preceduto, misero le mani avanti: e lo pregarono di non dire sguaiataggini. Ed egli, mantenendo la sua promessa, racconta infatti una storia moralissima, e piena di savi avvertimenti[57]. La fonte di questo racconto del Mercante d’Indulgenze è sconosciuta: le sue linee generali si ritrovano in una novella del Novellino[58], nella quale un santo romito avendo scoperto in una selva un tesoro, fugge per non essere tentato da quello. Ed incontrati tre briganti che lo fermano, dice loro come egli fuggisse perchè aveva alle spalle la Morte, indicando ad essi il luogo dove giaceva il tesoro. I tre malfattori trovato il tesoro, decidono che uno di loro vada in città a vendere una piccola parte dell’oro che hanno scoperto, e ne compri da mangiare e da bere per tutti e tre, mentre gli altri restano a far la guardia. Quello che va in città mette il veleno nelle vivande e nel vino che porta ai suoi compagni, per ucciderli e restare egli solo padrone di tutto il tesoro. Appena tornato, però, è ucciso dagli altri due, che avevano deciso di disfarsi di lui, per dividere fra loro solamente le ricchezze trovate. Ma avendo poi mangiato e bevuto delle vivande e del vino che erano avvelenati, muoiono, come l’altro, vittime della loro cupidigia.

Per quanto le somiglianze e i punti di contatto fra questo racconto e quello del Chaucer siano piuttosto notevoli, non si può, in modo assoluto, affermare che il Novellino sia la fonte diretta alla quale il poeta delle Canterbury Tales ha attinto la storia del Mercante d’Indulgenze[59]. È probabile, invece, che la fonte immediata sia qualche antico fabliau francese andato perduto[60], dal quale forse il racconto passò anche al Novellino. Un particolare diverso e molto interessante pel significato altamente poetico, è nella novella del Chaucer questo: che il santo romito dell’antica novella italiana, il quale rappresenta la virtù morale e cristiana, e nell’oro vede e fugge la morte dell’anima, è cambiato in un vecchio decrepito, che indarno chiede di morire e domanda pace per le stanche sue ossa: poichè egli è la Morte. Dura condanna: dare altrui la morte, cioè il riposo del corpo, senza poter morire! Il Ward paragonando questo vecchio della novella chauceriana all’Ebreo errante della leggenda, nota che tale concezione è degna di un poeta[61]. Il racconto secondo il Liebrecht (Orient. und Occid., I, 654) ha origine orientale, e ricorre anche nelle Mille e una notte[62]. L’avventura, per il suo carattere altamente morale, entrò nelle sacre rappresentazioni, e la troviamo infatti nella Rappresentazione di S. Antonio. Dal Novellino passò, in versioni differenti, ad altri testi, fra i quali a quello latino del Morlini[63].

Il Chaucer aveva temperamento e natura di poeta: e senza dubbio le peggiori e più noiose sue novelle sono le uniche due scritte in prosa, dalle quali non bisogna certamente giudicarlo nè come poeta nè come scrittore di prosa. Egli ha, tuttavia, notevoli qualità di prosatore. Oltre l’osservazione arguta, la visione delle cose sempre pronta e giusta, la frase sbrigliata e incisiva, il Chaucer possiede la quadratura artistica del discorso e del racconto in prosa. E queste sue qualità egli dimostra più specialmente in questa novella, nella quale non il sentimento nè la poesia della storia di Costanza e di Griselda è da ammirare, ma la perfetta tessitura del racconto, dove nulla è superfluo, tutto è al suo posto e naturale, anche nei più minuti particolari.

Il Cantare di Ser Thopas è una satira, fatta con molto spirito e con fino accorgimento, dei romanzi cavallereschi, i quali in versi rozzi e privi, generalmente, di qualunque senso d’arte, narravano le più inverosimili e barocche avventure di qualche famoso cavaliere. Questi antichi cantari, goffi nella forma e pieni di particolari inutili e spesso grotteschi, erano divenuti popolarissimi in Inghilterra, ed avevano finito per guastare, o meglio falsare, il gusto letterario della incolta età del Chaucer. Il quale, dotato di quell’intelletto d’arte che come un improvviso sprazzo di vivida luce illuminò la buia notte della sua patria, fu naturalmente spinto a deridere una forma di poesia così vacua e convenzionale. Voler fare per questo del Chaucer un precursore del Cervantes, come ad alcuno piacque, sarebbe, senza dubbio, una esagerazione non giustificabile: ma prendere sul serio le avventure di Ser Thopas, e negare la satira e la parodia, sarebbe errore gravissimo e un voler disconoscere al Chaucer una delle più spiccate qualità del suo ingegno. Il poeta non intende di screditare la cavalleria, e la poesia cavalleresca in generale: anzi egli stesso dimostra una speciale predilezione per il racconto romanzesco, e si compiace di avventure cavalleresche, come nella Novella del Cavaliere e nella bellissima e fantastica storia di Cambuscan, re di Tartaria, raccontata dallo Scudiero. Egli mette in ridicolo una forma speciale e determinata di poesia, caduta nelle mani del popolo e di poeti rozzi ed incolti, nella quale alla barbarie della lingua e alla volgarità del verso e della rima facevano riscontro frivolezze e stravaganze d’ogni genere. E questo è precisamente il racconto cavalleresco in strofe di sei versi, rimati a a b a a b, dei quali il primo, il secondo, il quarto e il quinto, sono ottonari completi:

il terzo e il sesto hanno questo schema:

oppure quest’altro: