— Ma, scusate, e vostra sorella? Avete una sorella, la marchesa Tarvis!... Perchè non andate a chiedere alla marchesa Tarvis un simile consiglio? — Rosana, così dicendo, afferra di nuovo le molle e ricomincia a picchiare, a tartassare, a scheggiare il povero tizzone fumoso che sembra gemere sotto i colpi, con un gorgoglio di bollicine d'aria.

— Dio, Dio! Ci siamo! — pensa in cuor suo. Ma come mai avrebbe ella potuto prevedere che la dichiarazione amorosa di Lelio facesse un viaggio così straordinario?... Dovesse arrivare, nientemeno, fin dalla Cina?

— Non avete nessuno al mondo che vi voglia bene? — ripiglia dopo un momento. — E la marchesa Tarvis? Povera marchesa! Avete dimenticato vostra sorella!

— Oh le sorelle... Sono come i fratelli! — esclama il giovinotto scrollando il capo gravemente, come se queste parole che non dicono nulla, nascondessero un concetto profondo e doloroso. Un lungo silenzio, poi ricomincia con accento prima umile, supplichevole, ma che a mano a mano diventa risoluto, imperioso:

— Voi sola dovete decidere; mi dovete dire sì o no. Vi prego, vi prego... Vi prego! Sì o no? Devo andare?... Devo andare?

— Ma sì! Andate! Tanto più se credete di divertirvi! — risponde Rosana con impazienza, quasi con ira.

Com'è insistente, quel Lelio! È opprimente! Ma d'altra parte, finchè non c'è in ballo altro che la Cina, deve fingere di non capire e non può offendersi!

Ella si rimette a sedere, ma i piedini fanno saltare sempre più nervosamente i merletti del falpalà. Ad un tratto, con uno scatto improvviso, si alza di nuovo per suonare e per chiamare Fabrizio.

Si alza subito anche Lelio, ma senza scostarsi dal canapè. Fissa Rosana, prima attonito, sbalordito; poi diventando serio, assume un'aria quasi di rimprovero.

— Decidete. Dovete decidere.