«Quel che si mangia non c'è più» sentenziava la Contessa dopo pranzo, mentre il conte Venceslao faceva ancora la zuppa in un mezzo bicchier di vino, cogli avanzi del pane.—«La roba invece rimane sempre, e si fa buona figura. Già è la moglie che rappresenta l'emblema della famiglia.—Quando esce, se si mostra ben vestita, di tutto punto, mantiene il decoro della casa, mentre, invece, chi viene a ficcare il naso nella nostra pentola per vedere che cosa ci bolle?—Non ho ragione, Lao?»
Il Conte, per tutta risposta, abbassava gli occhi sul suo abito nero, liso e spelato. Ma, secondo l'opinione della Contessa, gli abiti del marito non conferivano nessuna dignità alla famiglia; tanto è vero che il Conte non possedeva, fin dai tempi remoti, altro che quel suo vestito voltato e rivoltato, così ch'era lucido di sotto come di sopra. E poi, anche in questo, la contessa Orsolina sapeva salvare le apparenze al solito, brontolando:
—«Pare impossibile: i letterati non vogliono mai badare alla loro toeletta. Io grido sempre con mio marito, ma non mi riesce di vederlo vestito bene; e anche quando gli fo fare per forza un abito nuovo, non c'è versi che lo voglia mettere e invecchia nell'armadio.»
Ci sono delle persone che fanno come i cani; si conoscono all'odore. Così era successo al conte Venceslao coll'Orsolina, che l'aveva incontrata a Vicenza, dove egli era professore in un istituto privato. E avevan potuto annusarsi a loro agio, chè l'Orsolina era figliuola appunto della padrona di casa, dove il professore era andato in pensione. Tutti e due vani, tutti e due pitocchi, tutti e due erano boriosi di quel titolo, che avrebbero potuto sbatacchiare sul muso «ai plebei arricchiti», e che li avrebbe compensati di tutti gli stenti della lor condizione.
Il conte Venceslao per altro aveva creduto che la sposa dovesse ereditare qualche soldo alla morte della mamma, e l'Orsolina aveva sperato in qualche aiuto dal nobile parentado, che sentiva tanto vantare. Così tutti e due, si erano presi a vicenda come si prende una medicina, che non gusta al palato, ma che si spera, abbia a recar vantaggio.
Invece le speranze furono presto deluse; la mamma era passata a seconde nozze, e il nobile parentado, dopo essersi adoperato perchè il conte Venceslao fosse nominato regio professore e creato cavaliere, faceva il sordo a tutte le altre sollecitazioni. Soltanto una parente di Venezia, che contava cinque dogi nella sua famiglia, regalava ogni tanto all'Orsolina gli abiti smessi, e a Santa Lucia mandava una cassetta di roba per la bimba.
Per tutto ciò eran rimasti delusi e malcontenti, non avendo altro che il titolo da sfoggiare e da godere. Ma l'Orsolina, di tempra più forte, si vendicava della disdetta patita, comandando a bacchetta in casa; il Conte invece, fiacco e disilluso, si lasciava dominare, per non aver di peggio, lamentandosi in cuor suo di non esser nato a buona luna.
Fossero stata gente come ce n'è tanta, con tremila lire potevano sbarcarsela benino. Ma per gli obblighi del nome si trovavano sempre col borsellino asciutto. La loro vita era stentata appunto perchè era tutta d'esteriore, perchè sacrificavano l'essere al parere. E il conte Venceslao, al quale ritornava un po' di buon senso col crescere dei bisogni, sarebbe stato anche disposto, come diceva alla moglie «a molarghe un punto» coi fumi aristocratici; ma invece l'Orsolina, che per mezzo del Provveditore era stata ammessa ai ricevimenti della Prefettessa, teneva duro più che mai.
Con una servetta sola, che passava per bambinaia, essa andava parlando della sua «servitù», e dava ad intendere di tenere una cameriera e una cuoca, che poi «per caso», aveva allora allora licenziate, ogni qualvolta si vedeva in pericolo di esser colta in fallo. Nessuno era ancora riuscito a penetrare in casa Portomanero, nemmeno il signor Provveditore. Colla scusa di essere sempre in cerca di un quartierino conveniente, che non conveniva mai, la Contessa non riceveva nessuno; invece pretendeva che le visite le venissero fatte la sera, in Piazza Brà, al Caffè d'Europa, dove stava per ore intere come in trono, fra il marito stanco e assonnato, che scioglieva le sciarade della Nuova Arena, la bambinaia colla Rosalia sulle ginocchia, e la mezza marenata dinanzi, sul tavolino. E ogni tanto, quando c'era gente, domandava al marito perchè non voleva prendere un gelato, un'acqua o un caffè; e offriva una pasta alla bambinaia; ma il marito non beveva altro che l'acqua fresca della moglie, perchè le altre consumazioni gl'impedivano di dormire; e la serva doveva sempre rispondere con bella maniera:—«Grazie, signora Contessa, ma oggi a pranzo ho mangiato tanto, che non mi c'entra più niente!»