Tragittato il ponte e fatto gran tratto di cammino per quella valle, costeggiando il fiume Lambro e rimontando verso le sue sorgenti, passarono presso le diroccate mura del Castello di Barni, indi montarono a Magreglio, ove nel casolare d'un povero pastore presero cibo e riposo. Di là per un dirupato sentiero che serpeggiando sul monte s'accosta alla grotta detta la Menaresta, in cui sono le misteriose scaturigini del Lambro, fiume ch'è tutto della bella terra Lombarda, formato dall'acque colà fluenti a brevi intervalli, oltrepassarono la montagna che fiancheggia a ponente il lago di Lecco, e scesi a Vassenna, che era già d'assai inoltrato il giorno, noleggiata una barca, vi salirono, e Falco ordinò ai rematori vogassero alla volta di Musso.

Seppero navigando da uno de' barcaiuoli che quel mattino stesso sull'alba s'era udito dalla parte di Lecco un gran rumore di spari di bombarde che aveva continuato sin presso al mezzodì, dal che Falco e Gabriele arguirono essere accaduto uno scontro tra Gian Giacomo ed i Ducali, onde chiesero premurosamente se si fossero vedute grosse navi retrocedere di là, e se si fosse parimenti inteso in quel giorno rimbombo d'artiglierie dalla parte di Bellaggio. Il Barcajuolo rispose che non eransi veduti passare che pochi battelli provenienti da Lecco, e che s'era ben sentito dire da alcuni pescatori di Menaggio che il giorno antecedente s'erano in quelle sponde azzuffati quei di Musso con quei di Como, ma che nulla s'era quel giorno udito che annunziasse essere avvenuto un combattimento presso Bellaggio: questi detti misero di buon animo tanto il Montanaro di Nesso quanto il giovine Medici, poichè entrambi pensarono che non essendo retrocessa alcuna nave del Castellano da Lecco, fosse indizio che egli avesse riportata vittoria, e sperarono ad un tempo che la sconfitta da essi data nel giorno antecedente al Vestarino sulla sponda di Bellaggio fosse riuscita a lui così funesta da rendergli impossibile un nuovo attacco contro quel punto.

Ciò che avevano immaginato trovarono con sommo giubilo essere il vero appena giunsero al Castello di Musso: colà Gabriele narrò al fratello Agosto rimasto al comando della Fortezza, tutto l'evento, e senza nulla celargli della passione che lo animava per la bella figlia di Falco, raccomandò caldamente essa e la madre alle sue cure. Le due donne presero stanza nella casa di Filippo Tressano, già da Gian Giacomo donata al Comandante montanaro, che Gabriele aveva da gran tempo fatta fornire d'ogni necessario arredo. Vedute allogate in comodo e sicuro albergo Orsola e Rina, il giovine Medici e Falco, completamente ristorati, risalirono sulla barca che li aveva colà condotti, e pervennero a notte avanzata in Bellaggio, ove raccontarono il tutto al capitano Achille Sarbelloni che era stato ansiosamente attendendoli.

CAPITOLO DECIMOTERZO.

Flebil vista a mirarsi
Sulla terra stillar vile e negletto
Il tronco, onde Ellesponto anco paventa:
Atro il bel volto e sparsi
I crin fra il sangue, e del feroce aspetto
La bella luce impallidita e spenta!
CHIABRERA, Ode in morte di Astore Baglione.

Gian Giacomo Medici aveva riportata una nuova vittoria che poteva riuscire terminativa delle contese se avesse avuto soldati in sufficiente numero da potere conseguire tutti i vantaggi a cui apriva il campo. Venuto colle navi a Lecco, seppe che il nemico erasi già impossessato della prossima terra di Malgrate; prese quindi i necessarii concerti col capitano Alvarez Carazon che comandava il suo presidio di Lecco, ed il secondo mattino da che quivi era giunto s'accostò coi legni a Malgrate, ed assalì quel borgo furiosamente vincendo ogni resistenza a lui opposta dai Ducali. Ricciardo Acursio capitano di questi sostenne con ogni sua possa il combattimento per mantenersi in quella posizione, nutrendo sempre la speranza che fosse da un istante all'altro per sopraggiungere il Vestarino o dal lago o da terra a recargli soccorso colle sue squadre. Ma questo condottiero Ducale avendo tentato invano, come abbiamo narrato, di impadronirsi di Bellaggio occupato dai Mussiani, dai quali anzi venne respinto, non osò nè credette prudente oltrepassare quel punto ed entrare nel lago di Lecco; per cui l'Acursio rimasto solo colà, assalito anche di fianco dal Catalano colla guarnigione di Lecco, fu forzato, dopo grave perdita, a darsi colle sue genti a vergognosa fuga. Se Medici avesse in quel frangente potuto inseguire a lungo i nemici, certa cosa è che avrebbe distrutto interamente l'armata dell'Acursio, ripreso Monguzzo, minacciata Como, e mandati a vuoto tutti i piani ed i progetti del Vestarino; ma nulla di tutto ciò fu dato a lui operare, non avendo esso voluto inoltrarsi dentro terra colle poche bande d'uomini d'armi che si trovava avere, le quali traevano il loro maggior nerbo dall'appoggio delle navi che sfilate alla sponda avevano colle artiglierie tanto coadiuvato all'esito della pugna. Rimase pago però a quanto aveva ottenuto, munì Malgrate, e sapendo dagli esploratori che l'Acursio rientrato in Monguzzo non poteva per lunga pezza essere in grado d'intraprendere alcun fatto offensivo, tornossene sul Brigantino a Musso, onde invigilare alla miglior difesa del Castello e delle prossime sponde e per aumentare le sue bande reclutando uomini per quelle terre.

Quasi contemporaneamente al suo ritorno a Musso giunse la notizia che i Grigioni, eccitati da messi e lettere del Duca e del De-Leyva, incominciavano a muoversi ed adunarsi dandosi posta a Chiavenna: tale novella, sebbene riuscisse grave al cuore di Gian Giacomo, pure non lo fece smarrire, poichè aveva poco addietro ricevuto un foglio da suo cognato il Conte d'Altemps, in cui lo avvisava avere assoldato il numero convenuto di schiere tedesche, ed essere queste pronte a mettersi in cammino alla volta d'Italia al primo aprirsi della stagione onde unirsi a lui. Per tutto ciò il Castellano pensò attenersi frattanto strettamente al sistema di difesa, e lasciare che il nemico agisse: richiamò quindi il Pellicione da Menaggio, in cui s'era tenuto scaramucciando quasi giornalmente col nemico, che occupava da quel lato tutta la Tramezzina sino alla Cadenabbia; richiamò pure da Bellaggio Achille Sarbelloni, Gabriele e Falco, lasciando così libero ai Ducali d'impadronirsi di quel borgo; il che fecero immantinenti. Rafforzò però il presidio di Rezzonico, e mandò Sarbelloni col Mandello a Varenna, tenendo seco gli altri colle navi a Musso.

Trascorse pressochè interamente il febbraio senza che giungesse avviso al Castello d'alcun movimento nemico, talchè sembrava che tanto il Vestarino quanto i Capi della Lega Grisa fossero accordati nell'attendere che al Medici pervenissero gli aspettati soccorsi pria di nuovamente cimentarsi con lui. Il Castellano nel frattempo adoperava ogni mezzo per raccorre soldati dalle tre vicine pievi e dai dintorni, ma l'opera sua e quella de' suoi capitani poco profittava, poichè era già troppo grande il numero di quelli periti in suo servigio, ed i pochi robusti terrazzani che ancora rimanevano si rifiutavano di prender parte ad una guerra che non aveva mai fine, e nella quale s'avevano quasi certezza di dovere rimanere sagrificati. Non potevansi adoperare le lusinghe dell'oro per accrescere la leva, poichè quivi il danaro non soprabbondava in modo da farne scialacquo, tanto più ch'era d'uopo trovarsene ben provveduti pel momento che sarebbero giunte le truppe Alemanne: servirsi della forza e delle minaccie era un mezzo forse vano e certamente pericoloso e provocante le defezioni; onde fu forza a Gian Giacomo lo starsene alle difese e collocare ogni sua speranza nei sussidii del Cognato. Egli rimproverava soventi a se stesso, e nei secreti colloquii anche al Pellicione, il non avere accettato il trattato di pace fattogli proporre dal Duca; ma agli altri suoi Capitani parlava con tanta fiducia di se e di loro, e con tanto dispregio delle armi ducali, che l'eloquente e in apparenza veritiero suo dire manteneva in essi un'audacia ed una sicurezza ch'egli era ben lungi dal dividere.

Trovavasi però in quel Castello una persona sul cui animo le belle parole di nuovo potente esercito, di vittoria strepitosa, di conquiste, d'ingrandimenti, proferite ad ogni tratto dal Medici, non producevano alcun salutare effetto, ispirando invece tutt'altro che tranquillità, e questo si era il povero Cancelliere, Maestro Lucio Tanaglia. Ristabilitosi alquanto in salute, non soffriva desso più di convulsioni, e non aveva avuta altra causa di secreto rancore, prima che ricominciasse la guerra, fuorchè il silenzio da tutti serbato intorno all'orazione da lui pronunciata nella chiesa di San-Biagio di Musso per la morte dei capitani Borserio e Casanova. Ogni qual volta frugando nelle sue carte gli venivano sott'occhio i fogli su cui era steso quel discorso che rileggeva a squarci, "Oh! che razza di gente, andava dicendo tra se, oh che ignoranti! un'orazione di questa sorta, degna non di que' due barcaiuoli, ma degli almiranti della flotta genovese e veneziana, beversela su da pappagalli come se fosse stata la storiella d'un pecoraio! Ah se io ne avessi recitata una simile trent'anni addietro in Milano ai tempi del duca Moro! sarei stato chiamato subito a Corte, ed i padri predicatori di tutti i conventi avrebbero fatto a gara per averne una copia; ma sono spariti quei bei tempi: qui poi non se ne parli! in questo luogo l'occuparsi ad esporre cose ornate e belle è veramente un projicere margaritas ante... (e si guardò d'intorno) sì ante porcos!"

Quando seppe che nel fitto verno si rinnovavano le ostilità, ch'egli aveva credute terminate per sempre, sentì rinascere in cuore tutte le passate inquietudini; veggendo poi retrocedere il Castellano da Lecco, e il Pellicione, Gabriele, Falco, Sarbelloni dagli altri punti, istruito che i Ducali trovavansi a Bellaggio e presso Rezzonico, mirando prendersi le più serie misure di difesa in quella medesima Fortezza pel caso d'assedio, le sue ambascie e la sua paura giunsero al colmo "Il signor Castellano, vostro fratello (diceva a Gabriele quando saliva a ritrovarlo nella sua stanzuccia del Forte) va ripetendo che i Ducali sono vigliacchi e buoni da nulla, che perderanno Como, che spariranno dal lago, ed altre novelle di tal natura; ma essi frattanto hanno preso Monguzzo, e non sono che a quattro passi da queste porte: ciò è tanto vero, che si veggono ogni giorno trascinare bombarde sui bastioni del Castello, perchè si teme che ci vengano a fare una visita. Ora come ell'è questa faccenda? In sostanza chi è che vince e chi è che perde? Voi siete un giovine prudente e con voi posso parlare: credetemi, vostro fratello non sarà contento sino a che non ci avrà fatte schiacciare le ossa sotto queste mura. Dovrebbe, per bacco! averla capita una volta, che il Duca è un can grosso, e che quegli altri là su delle montagne non canzonano essi pure: perchè non fare una buona pace, che è la cosa più comoda del mondo? perchè volersi proprio ostinare a trarci tutti nel precipizio?"