Gabriele s'alzò dal sedile lentamente; un freddo sudore gli copriva la fronte, s'accostò a Rina che stava come agghiacciata e immobile, le prese la destra, e guardandola fisamente: "Addio, Rina, le disse, addio! che le vostre labbra invochino dal cielo il favore di poterci ancora rivedere". Diede la fanciulla a tai detti in uno scoppio di piatito sì abbondante, sì rotto, che ben palesò come quelle parole le avessero tocche le fibre più tese e sensibili dei cuore: coprì gli occhi colla mano, che fu tosto inondata di lagrime, e con voce soffocata dai singhiozzi rispose: "Potressimo noi non più rivederci? che dite mai? oh Dio! è ciò possibile? Temete voi di non retrocedere questa sera con mio padre dalla battaglia?"

"No, io non lo temo (rispose Gabriele straziato dal di lei crescente affanno); tutto anzi mi fa sperare, e specialmente la forza delle vostre preghiere...". Ma non potendo mentire al tremendo presentimento che l'ingombrava, strinse a lei fortemente la destra, e coll'accento d'un'angoscia disperata soggiunse: "Ma se mai fosse..? se una spada, un colpo nemico... se io non dovessi insomma far più ritorno a voi?.. vi ricorderete di me? pronuncerete soventi il nome di Gabriele, di quel Gabriele che non sapeva vivere che per voi sola?" Si rizzarono pel terrore a Rina le chiome, e "Oh cielo, gridò, non abbandonarmi! Gabriele, uccidimi piuttosto che dir così". E cadendo con, ambe le ginocchia a terra, esclamò: "Santa Vergine, se questa è l'ultima volta che io lo debbo vedere, fate che prima ch'ei parta io rimanga qui morta". S'alzò, e nel delirio dell'ambascia e dell'amore si slanciò ad abbracciarlo, abbandonandosi colla persona sul petto di lui quasi svenuta: Gabriele mirando lei posare la smarrita faccia sul suo corsaletto d'acciaio, piegò ver quella con trasporto il capo e... il rimbombo d'un colpo di cannone li fece trasalire. Rina rilevatasi corse incontro alla madre che in quel mentre rientrava, frettolosamente nella stanza con Falco che disse: "Presto partiamo: hanno dato l'ultimo segno, è d'uopo affrettarci se non vogliamo essere in ritardo a salire le navi e farci rimproverare dal signor Castellano". Gabriele ripose in capo l'elmetto, si ravvolse nel mantello, pronunciò un addio, nè altro vide nè udì colà eccetto un grido che lo ferì nel momento che oltrepassava la porta.

Soffiava ancora furioso il vento e le acque del lago sospinte ed elevate da esso avevano coperta interamente la strada del lido, per cui Falco e Gabriele dovettero battere altro sentiero più elevato per giungere al Castello. Pervenuti colà, videro, al chiarore delle fiaccole che ardevano presso il porto, che le navi la Donghese e il Brigantino, oltre varie Borbote, avevano già a bordo i rematori e tutti gli uomini d'armi, non mancandovi che i Capitani, i quali stavano col Pellicione a terra intorno al Castellano, che tutto coperto di ferro, ma senza penne sul cimiero, andava comunicando i suoi ordini al fratello Agosto ed al Cancelliere Tanaglia: quest'ultimo l'ascoltava con visibili segni d'impazienza, perchè la zimarra che si serrava con gran cautela d'intorno non valeva a difenderlo dagli acuti soffii del vento. Gabriele e Falco comandarono tosto alle loro squadre salissero sul legno da ciascun di loro capitanato, ch'erano l'Indomabile e la Salvatrice, e quando ciò fu fatto, s'accostarono essi pure come gli altri comandanti a Gian Giacomo attendendo ch'ei si recasse sul Brigantino onde salire anch'essi sulle proprie navi.

Il Castellano andava ripetendo le più precise istruzioni al fratello Agosto che lasciava come di consueto al comando del Castello di Musso, e gliene raccomandava caldamente l'esatto eseguimento: i suoi gesti ed i suoi lineamenti non avevano però quell'impronta decisa, imperante, ardimentosa che era ad esso lui abituale e che pareva s'addoppiasse all'avvicinarsi del cimento: appariva in lui all'incontro un'inquietudine, un'incertezza che sembrava diffondersi anche sugli altri guerrieri che il circondavano. Dopo avere parlato a lungo e ripetute più volte le stesse cose? conchiuse dicendo al fratello Agosto: "Se mentre noi siamo nelle acque di Lecco accadesse mai che il nemico s'approssimasse a questa sponda da qualch'altra parte, fa incendiare l'arsenale, fa entrare i lavoratori nella Fortezza, mettili in armi per servirtene alla difesa; ricordati di tenere, colle artiglierie più basse, sgombre di navi Ducali le acque del porto per agevolare al ritorno il nostro reingresso. Voi poi, Cancelliere, chiamerete a conferenza il Maestro della mia Zecca, gli ordinerete di desistere dal far coniare, rivederete i suoi conti, e farete trasportare tutto l'oro e l'argento nel Forte. Prima però vi recherete alla casa di Musso da mia sorella Margarita onde narrare ad essa la causa della mia partenza, persuadendola a stare di buon animo, e sia vostra cura il far disporre in Castello nella Rocca di Sant'Eufemia un quartiere convenevole a lei e all'altre mie parenti e persone che seco si trovano, ove dovrete condurle in caso di pericolo; e ciò farete pure coll'altre donne che appartengono a' miei Capitani, le quali, abitando in Dongo o in Musso, desiderassero rifuggirvisi".

Ciò detto, s'avviò col Pellicione dal braccio del molo al ponte del Brigantino; gli altri Capitani discesero i gradini del porto e dai battelli montarono alle navi. Gabriele pria di mettersi in acqua abbracciò il fratello Agosto che quivi rimaneva, e strinse senza parlare la mano al Cancelliere, che sbalordito dal vento, e colla mente confusa dalle tante ricevute incumbenze, non s'avvide di lui che quando era già con Falco sul lago, fece ad esso un saluto a due mani, cui il giovine rispose, poscia sì tolse di là, e rientrato nel Castello risalì alle sue stanze del Forte borbottando fra i denti: "L'ho sempre detto io che vogliono finirla male per forza! Dov'è il giudizio a partire con un vento di questa sorta che mette il lago sottosopra come un pentolone che bolle? Di loro veramente non me ne importerebbe gran fatta; sarebbero tanti pazzi furiosi di meno a questo mondo: mi duole per quel povero ragazzo che trascinano alla mala fine: egli è un bravo figliuolo pieno d'ingegno e di buon cuore; peccato che perda il suo tempo dietro la figlia di quel barcaiuolo dalla rete in capo venuto a star là giù! Potrebbe sapere a quest'ora tutto il trattato dell'inquartatura e delle fascie negli stemmi semplici e figurati. Ma pazienza! s'ei trascura d'approfittare de' miei insegnamenti, peggio per lui: non fa però male a nessuno: il male chi lo fa veramente è suo fratello. Ha paura che quei di Como e delle montagne vengano qui, e lui va ad inzigarli a bella posta per farveli venire: tutti pensano che bisognerebbe starsene quatti quatti, attendere ai fatti proprii e lasciar tranquillo il mondo, e il suo bel gusto invece è di stuzzicare il vespaio..! E poi che maniera è questa di far alzare un galantuomo all'ora dei gufi, e tenerlo lì a quel vento che schianta gli alberi, per darci l'incarico di rivedere i conti del Maestro della Zecca, che fa più colonne di numeri che non siano corde in una nave e confonderebbe co' suoi scartafacci il capo ad Archimede? L'andar giù nel monastero delle sue sorelle tanto non mi dispiace: quelle brave signore hanno certe paste dolci, e certe sucomelate eccellenti per lo stomaco... Uf!.. uf! che vento! sta a vedere che mi precipita giù da queste lunghe scale così diritte! Oh! se potessi lasciarti una volta, maledetta montagna, con tutti i tuoi sassi e muraglie e bastioni e torri che ti stanno addosso, e non vedere altre pietre che quelle ammucchiate in Milano per la fabbrica del Duomo, potrei dire almeno di morire contento! ma temo che non ci sarà mai verso, o Tanaglia, che ti possi sconficcare di qui. Eccole là le navi, son già lontane, e vanno che il diavolo se le porta: il lago è tutto bianco di schiuma; manco male che io mi trovo sul sodo: il giorno va spuntando; è meglio che mi ritiri subito nella mia stanza per dormire un paio d'ore, se oggi ho d'avere la forza da fare tante cose".

Veleggiavano i legni del Medici rapidamente, abbenchè sobbalzati dalle onde che scagliavano i loro spruzzi a bagnare per sino la sommità delle vele: correva innanzi a tutti il Brigantino veloce e snello come un generoso destriero che anela ad essere il primo a giungere alla meta. Quel celere moto ridestò tutta la primiera energia nell'animo del Castellano; egli conobbe che l'elemento su cui si trovava, davagli sommo predominio sui Ducali, e ne agognò ardentemente la prova. Oltrepassato Rezzonico, ordinò alle sue navi radessero la sponda destra, per mantenersi a sopravvento di quelle dell'inimico, caso che queste non fossero ancora partite da Bellaggio:, giunto però a chiara vista di quella terra, fatto accorto non esservi più alcun legno Ducale colà, contento di ciò, fece drizzare a mancina le prore, e tagliando ritto, per quanto lo concedeva la forza del vento, entrò a gonfie vele nel lago di Lecco.

Il Vestarino allorchè stabilì il progetto della presa di Lecco, aveva fatto riflessione che nel condurre quell'intrapresa impossibile quasi si era l'evitare una pugna navale, se non con tutta la flotta del Medici, con quella parte almeno che stanziava nel porto di Lecco medesima. Qualunque però fosse la sua ripugnanza ad affrontarsi coi Mussiani sull'acqua, vedendo la necessità di coadiuvare dalla parte del lago il capitano Acursio che doveva agire da terra, determinossi ad esporvisi. Allorchè però ebbe sentore che il Castellano divisava di accorrere cogli altri legni onde prenderlo in mezzo, non volendo pur desistere dall'intrapresa, pensò al modo di togliere ai Mussiani il vantaggio che avevano sull'acqua, combattendoli anche da terra. La notte che precedette il dì della battaglia egli partì con tutta la flotta da Bellaggio alcune ore prima che Gian Giacomo partisse da Musso, benchè avesse fatto spargere la voce che non sarebbesi fatto vela che al mattino: si recò con tutto il navilio a Mandalo, grosso borgo che sorge alla metà circa del ramo di Lecco; quivi fece recare dalle navi a terra il maggior numero delle bombarde, e le fece postare in tre differenti luoghi, formandone altrettante batterie a varie distanze: lasciò quindi dappresso a ciascuna di queste una quantità sufficiente di artiglieri con abbondanti munizioni, e distribuite due schiere d'archibugieri per entro le case di Mandello, si trattenne con tutte le navi sfilate sulla sponda presso quel paese.

Allo spuntar dell'alba seppe da un messo, che venuto per i sentieri dei monti aveva attraversato il lago in faccia a Mandello, che l'armata dell'Acursio, la quale partita il giorno antecedente da Monguzzo aveva accampato la notte a Civate, scendeva a marcia forzata contro Lecco: a tal avviso staccò immediatamente una squadra di cinque legni e la fece inoltrare verso Lecco. Il capitano Pirro Rumo, cui era stato dal Medici affidato il comando supremo delle quattro navi e delle altre barche che stavano nel porto di quel borgo, già istruito da Gian Giacomo di quanto avesse ad operare, trovandosi pronto cogli uomini d'armi sui legni, vedute appena spuntare da lungi le vele Ducali, fece avvertito Alvarez Carazon, che capitanava il presidio, attendesse gelosamente alla difesa, e dati i segnali si mosse incontro alle navi di Como. Il vento quivi era mite, perchè soffiando da tramontana era riparato in gran parte dai monti della Valsasina, per cui i Mussiani, benchè s'avanzassero a forza di remi, molto non istettero a trovarsi a gittata di bombarda dai Ducali, e incominciarono infatti tostamente a fulminarli.

Giungeva Gian Giacomo in quel punto alla vista di Mandello, e mirando da lungi i suoi legni azzuffarsi coll'inimico, e la parte più grossa della flotta del Vestarino ferma innanzi a Mandello, presuppose tostamente qual fosse lo scopo del suo avversario nel tenersi in quella posizione, e calcolò ad un tempo non esservi altro partito da prendere che oltrepassare Mandello, gettarsi sulle poche navi Ducali che stavano combattendo contro le sue, affondarle o trascinarle a forza a Lecco, e quivi scendere a terra per dar mano al Carazon a respingere l'Acursio. Trovavasi, quando concepì tale disegno, ad un tiro e mezzo di cannone superiormente a Mandello: il comunicò sull'istante al Pellicione, il quale fatti dare i segnali alle altre navi che seguissero con somma prontezza il Brigantino, comandò alla ciurma di questo progredisse a tutta spinta di vele e di remi alla volta di Lecco. Inoltraronsi velocemente i legni Medicei per alcuni minuti, ma una colonna di fumo che s'alzò alla sponda di Mandello e una palla che cadde nell'acqua a poche tese dalla prora del Brigantino diede avvertimento ai Mussiani che il passaggio sarebbe stato contrastato. Ciò non per tanto le navi s'avanzavano; allora una seconda scarica, da cui vennero lacerate varie vele, scheggiato il bordo ed uccisi due uomini della nave stessa di Gian Giacomo, persuasero questo intrepido condottiero essere perigliosissimo, e non senza certezza di grave danno, l'arrischiarsi colle navi ad un passaggio sotto il tiro retto e vicino di tante bombarde Ducali, che essendo postate a terra, agevolmente coglievano in pieno, come erane un saggio l'ultima scarica sebbene obbliqua e lontana. Vedendo rotto il suo piano, ordinò si calassero le vele e si retrocedesse lentamente a forza di remi, senza rivolgere le prore per mirare qual esito s'avesse il combattimento dell'altra sua squadra che si trovava al di là di Mandello. Vide esso e tutti i suoi con sommo soddisfacimento, dopo breve spazio di tempo da che durava la pugna, una delle navi Ducali azzuffate colà avvolgersi nelle fiamme e incenerirsi, e poco dopo le altre retrocedere verso la sponda di Mandello, e Pirro Rumo inseguirle.

Essendo per quella fuga dei Ducali cessato il tuonare delle artiglierie sul lago, s'udì un rimbombo lontano bensì e leggiero, ma più pieno e seguito, che annunziava essere incominciata una regolare battaglia anche a Lecco.