DON FLAMINIO. Eufranone, ascoltate di grazia.
EUFRANONE. Non voglio ascoltar piú, ché quanto piú apro e apparecchio l'orecchie al vostro dire, piú apro e apparecchio gli occhi al pianto. Ma perché i cavalieri d'onore sogliono difendere e non opprimere gli onori delle donne, vi priego, se le ragioni divine e umane vi muovono punto, fate che quella bocca che l'ave accusata, quella l'escusi. Usate questa pietosa gratitudine: andate in Palazzo dinanzi al viceré vostro zio, raccontate la veritá, accioché, divolgatosi il fatto per sí autorevoli bocche, le restituiate l'onore e si toglia tanto cicalamento dal volgo.
DON FLAMINIO. Poiché non posso giovarle col spender la robba, la vita e l'onore, le giovarò con la lingua: onorerò lei, infamerò me stesso; e son tenuto farlo per obligo di cavaliero. Andiamo insieme innanzi al mio zio, accioché di quello che farò ne siate buon testimone.
SCENA VIII.
LECCARDO, BIRRI.
LECCARDO. (Aspettar che si mangi in casa è opra disperata. Tutti stanno colerichi: intrighi di amori, di morti, di cavalieri, e cacasangui che venghino a quanti sono! Al fuoco non son pignate né spedi su le brage: i cuochi e guattari son scampati. La casa di don Flaminio deve star peggio: il budello maggior mi gorgoglia cro cro, la bocca mi sta asciutta, la lingua mi si è attaccata al palato, il collo è fatto stretto e lungo; e che peggio mi potrebbe far un capestro? e si temo d'esser appiccato, cosí mi par d'esser appiccato due volte).
BIRRI. (Ci incontra a tempo: costui è desso).
LECCARDO. (Veggio birri e devono cercar me. Chi si arrischia a molti perigli, sempre ne trova alcuno che lo fa pericolare: ho scampato la furia di un legno, non so come scamperò quella de' tre legni).
BIRRI. Prendetelo e cercatelo bene…. Ha molti scudi; questi son nostri.
LECCARDO. (O dinari rubati, ve ne tornate al vostro paese: oh quanto poco avete dimorato meco!).