POLISENA. Fermate, cavalieri! fermate, fratelli! e non fate che lo sdegno passi insin al sangue.

DON IGNAZIO. Di grazia, madre, toglietevi di mezzo, accioché, mentre cerchiamo offenderci l'un l'altro, non offendessimo voi e facessimo error peggior del primo.

POLISENA. Se le figliole mie sono cagione delle vostre risse, offendendo la madre loro offendete il ventre che l'ha prodotte: questo ventre sia bersaglio de' vostri colpi!

DON IGNAZIO. Di grazia appartatevi, madre, ché per téma d'offender voi non posso offender il mio nemico.

POLISENA. O figlie nate sotto fiero tenor d'iniqua stella, poiché in cambio di doti apportate a' vostri sposi scandalo e sangue! E a che sposi, a che fratelli poi! a' piú chiari e valorosi che vivono a' nostri secoli. Non son le mie figlie di tanto merito che le lor nozze siano comprate col prezzo del sangue di sí onorati cavalieri. Cari miei figliuoli, se amate le mie figliuole, è debito di ragione che amiate ancora la lor madre, la qual vi priega che lasciate il furor e l'armi e ascoltiate quello che son per dirvi.

DON IGNAZIO. Io non lasciarò la mia spada s'egli prima non lascia la sua.

DON FLAMINIO. E s'egli prima non lascia la sua io non lasciarò la mia.

POLISENA. Io sto in mezzo ad ambidoi, e l'uno non può ferir l'altro se non ferisce prima me, e la spada passando per lo mio corpo facci strada all'altrui sangue. Ma a chi prima di voi mi volgerò, carissimi miei generi, carissimi miei figliuoli? Mi volgerò a voi primo, don Ignazio: voi prima mi chiedesti amorevolmente la mia figliola per isposa. Se non è in tutto in voi spenta la memoria dell'amor suo, s'ella vi fu mai cara, mostratelo in questo: che siate il primo a lasciar l'armi. Com'io posso stringervi la destra, se sta nella spada? come posso abbracciarvi, se spirate per tutto odio e veleno?

DON IGNAZIO. Non mi comandar questo, cara madre; ché costui, solito a far tradimenti, veggendomi disarmato, che non mi tradisca di nuovo.

DON FLAMINIO. Tien mano alla lingua se vòi ch'io tenghi le mani all'armi.