MARTEBELLONIO. Che battaglie, miserello?

LECCARDO. La Fame era una persona viva, macra, sottile, ch'appena avea l'ossa e la pelle; e soleva andar in compagnia con la Carestia, con la Peste e con la Guerra, ché n'uccideva piú ella che non le spade. Ci disfidammo insieme: lo steccato fu un lago di brodo grasso dove notavano caponi, polli, porchette, vitelle e buoi intieri intieri; qui ci tuffammo a combattere con i denti. Prima ch'ella si mangiasse un vitello, io ne tracannai duo buoi e tutte le restanti robbe; e perché ancora m'avanzava appetito e non avea che mangiare, mi mangiai lei: cosí non fu piú la Fame al mondo, ed io sono suo luogotenente e ho due fami in corpo, la sua e la mia. Ma prima andiamo a mangiare; se non, che mi mangiarò te intiero intiero: Dio ti scampi dalla mia bocca!

MARTEBELLONIO. Tu sei un gran bugiardo!

LECCARDO. Voi sète maggior di me: son un vostro minimo!

MARTEBELLONIO. Dimmi un poco, quanto tempo è che Calidora non t'ha parlato di me?

LECCARDO. Ogni ora che mi vede; e quando passegiate cosí altiero dinanzi le sue fenestre, spasima per il fatto vostro.

MARTEBELLONIO. Io so molto ben che la poverella si deve strugger per me, ché n'ho fatto strugger dell'altre. Ma io vorrei venir presto alle strette.

LECCARDO. Ella desia che fusse stato; e se voi mi pascete ben questa sera, io vi recarò buone novelle e vi do la mia fede.

MARTEBELLONIO. Guardati, non mi toccar la mano, ché se venisse, stringendo te ne farei polvere, ché stringe piú d'una tanaglia.

LECCARDO. Cancaro! bisogna star in cervello con voi!