DON IGNAZIO. (Vo innanzi a toglierle la via).
ANGIOLA. (Son inciampata con don Ignazio c'ho cercato fuggir con ogni industria, ché so che cerca parlarmi di Carizia mia nipote; né vorrei che prorumpesse in qualche cosa men ch'onesta).
DON IGNAZIO. Signora Angiola, ho desiato gran tempo ragionar con voi d'un negozio importantissimo.
ANGIOLA. Eccomi al vostro commodo: ben la priego a non trattarmi di cosa che men che onesta non sia.
DON IGNAZIO. Certo non farei tanto torto alla sua bontá, alla mia qualitá; né l'importanza del negozio né il tempo richiede questo.
ANGIOLA. Poiché le vostre costumate parole, degne veramente di quel cavaliero che voi sète, m'hanno sgombro dal cuor ogni sospetto, eccomi pronta ad ogni vostro comando.
DON IGNAZIO. Sappiate, madre mia, che da quel giorno—che non so si debba chiamarlo felice o infelice per me—che vidi la bellezza e l'oneste maniere di Carizia vostra nipote, m'hanno impiagata l'anima di sorte che, se voglio guarire, è bisogno ricorrere a quel fonte donde sol può derivar la mia salute.
ANGIOLA. Signor don Ignazio, so dove va a ferir lo strale del vostro raggionamento.
DON IGNAZIO. Non ad altro che ad onesto e onorato fine.
ANGIOLA. Perdonatemi se cosí immodestamente vi rompo le parole in bocca. Sappiate che se ben Carizia mia nipote è giovane, nasconde sotto quella sua etá acerba virtú matura, sotto quel capel biondo saper canuto, sotto quel petto giovenile consiglio antico; e se ben è povera d'oro, l'onore non li fa conoscer bisogno alcuno, perché si stima ricca d'onore e di se stessa: e nella sua onestá s'inchiude il suo tesoro e la sua dote. Onde non sperate che il falso splendor d'oro o di gioie le appanne gli occhi; né col mostrarvi vinto della sua bellezza, di vincer lei; o col mostrarvi ubidiente, trionfar della sua volontá; o col mostrarvi servo, signoreggiarla: perché il vostro sperar fia vano, e la moverete piú tosto ad odio che ad amarvi.