LECCARDO. Che volete che dica? tanti presenti, tante carezze, tante promesse farebbono pormi ad altro pericolo di questo; ma lassami retirar in consiglio secreto.—Leccardo, consiglia un poco te stesso: sei in un gran passo. Dall'una parte sta la fame e dall'altra la forca; e l'una e l'altra mi spaventano e mi minacciano. La fame uccide subbito, la forca ci vuol tempo a venire: la forca è una mala cosa, mi strangolará che non mangiarò piú mai; alla fame darò un perpetuo bando e mi prometto dovizia di tutte le cose. Ahi, infingardo e senza core! i soldati per tre ducati il mese vanno a rischio di spade, di picche, di archibuggi e di artegliarie; ed io per sí gran prezzo non posso contrastar con la forca? Meglio è morir una volta che sempre mal vivere. Ho passati tanti pericoli, cosí passerò quest'altro. Cancaro! si mangiano molte nespole mature, poi un'acerba t'ingozza: «è di errore antico penitenza nuova».

DON FLAMINIO. Risoluzione? ché l'indugio è pericoloso e il pericolo sovrasta.

LECCARDO. Son risoluto servirvi piú volentieri che non sapresti commandarmi, e avvengane quello che si voglia: sète mio benefattore.

DON FLAMINIO. Avèrti che avendomi a fidar di te tu sia di fede intiera.

LECCARDO. Interissima: non mai l'ho rotta perché non mai l'adoprai.

DON FLAMINIO. In che cosa mi serverai e in che modo?

LECCARDO. Del modo non posso deliberare se non parlo prima con Chiaretta, ch'ella tien le chiavi delle sue casse. È gran tempo ch'ella cerca far l'amor con me.

DON FLAMINIO. Bisogna far l'amor con lei e dargli sodisfazione.

LECCARDO. Piú tosto m'appiccherei. Mai feci l'amor se non con porchette e vitelle; ed è il peggio, ch'è una simia e pretende esser bellissima.

DON FLAMINIO. Bisogna tôr la medicina per una volta.