LIDIA. O dolor che avanzi tutti gli altri, o anima, o spirito mio, perché non fuggi da questo corpo tribulato? Non vi muove dunque la data fede?
CINTIA. Che fede, che fede vi diedi io mai?
LIDIA. Mi desti quella fede solo per ingannarmi sotto quella fede! Or che piú tradimento può ascoltarsi che tradir una povera feminella sotto la fede, o che piú agevol cosa d'usar fraude ad una donna, ad una che potevi sempre ingannar che volevi? che sapevi ben quanto t'amava e che voleva tutto quello che tu volevi, e che Amor m'avea bendati gli occhi che non sapea quel che facesse? Ah quanto rara si trova la fede negli uomini!
CINTIA. So che se non mi parto di qua, che non saresti per finir tutto oggi.
LIDIA. Un traditor perfido e disleale non potea rispondermi altro che questo: ora m'accorgo chi tu sei! Tu gentiluomo? tu perfido, barbaro e inumano! Ma o che io morrò o farò che ti sia tratta quella lingua di bocca, accioché non inganni alcun'altra povera donnicciuola: ti farò cavar quel cuore malvaggio e traditore!
CINTIA. Giá s'è partita. Non mancava altro agli affanni miei! La fortuna non comincia per una sola: a tempo che non so se debba viver un'ora, arò pensiero dell'altrui vita. Misera, che farò, qual sará il pensier mio? Non credo che viva anima cosí tribulata nell'inferno come la mia: resto al mondo per un infelice essempio d'ogni miseria. Oh quanto felici coloro che morti sono! che sará della mia vita?
SCENA VIII.
ERASTO, CINTIA, DULONE.
ERASTO. (Ed è pur stato possibile ch'un uomo abbia potuto coprir sotto una simulata amicizia cosí orribile tradimento?).
CINTIA. (Oimè, giá conosco alle narici aperte e inspiranti infocato fumo, dall'aria della fronte turbatissima e dal minaccievol volto la tempesta in punto contro di me!).