PEDOFILO. Vi lascio, ché ho da fare.

CAPITANO. Lascio io te, ché ho da far piú di te.

SCENA IV.

CINTIA, ERASTO.

CINTIA. (O quanto è misera e infelice la mia vita, posciach'io, io, oimè!, io con le mie orecchie ho inteso da Erasto la crudel sentenza della mia morte; ché, sperando ch'egli avesse compassione dell'amor mio come imagine del suo, dimostrò il volto avampato del foco dell'ira che l'ardeva nel petto, e negli occhi suoi come in un specchio si vedevano scolpiti il veleno e il furore, e le parole che venivan fuori eran piene della perfidia del suo mal animo. Onde io, percossa da quelle parole come da un folgore, fui morta prima che morisse, siché ancora ho l'orecchie piene dell'ingiurie dettemi. Or che farò quando s'accorgerá che quello, che ho celato sotto l'altrui persona, sia accaduto nella sua propria? Ahi, che la sentenza della mia morte nella sua bocca mi parea dolce e suave! Oh contro me implacabil contumacia di fortuna! se taccio fo male, se parlo fo peggio, se non parlo io parlerá il ventre per me. Che speranza posso aver io di salute, se l'infirmitá ch'io pato sono fra sé contrarie e discordanti, e quel che giova all'uno nuoce all'altro? Ecco i giochi della mia infelicitá! oh che sogetto di poco onorata favola darò di me per tutte le lingue: uomo di giorno e femina di notte!).

ERASTO. Cintio mio, vi son gito cercando una gran pezza.

CINTIA. Eccomi per servirvi.

ERASTO. Ti ha lasciato il dolore?

CINTIA. I dolori mi son fatti tanto familiari che mai quasi non m'abbandonano.

ERASTO. Cintio mio, perché conosco l'amor vostro verso di me, piglio animo di avalermi del vostro favore: i' vorrei pregarvi di molti favori che mi premono ben assai.