BALIA. Che hai dunque determinato di fare?

CINTIA. So ch'egli arde di rabbia contro me e m'odia insino a morte: incontrandomi con lui, porrá subito le mani all'armi, le porrò anch'io. Io cercherò di pungerlo e inasprirlo con le piú ingiuriose parole che saprò imaginarmi. Al primo colpo gli mostrarò disavedutamente il fianco accioché mi passi il core: vo' che quella mano che da principio mi involò il core, quella istessa lo ferisca e uccida. Quando poi mi conoscerá morta, conoscerá parimente il mio amore e la mia fede; e so che la sua spada passará allor in un punto duo cuori. Cosí morendo per le sue mani, mi saranno le piaghe care e fortunate; morrò felice e con quella morte mi involerò dalla morte. Però ti prego non invidiarmi cosí dolce e felice morire!

BALIA. Non sará meglio, o figlia, che gli scuopra ch'io sola son stata cagione del tutto e ch'io l'ho ingiuriato e tradito; accioché, sfogando la rabbia contro la mia vita stanca giá di viver e poco lontana dalla morte, serbi la tua piú degna vita a piú felice fortuna? Qual sarebbe la mia vita, tu mancandomi? rimarrei orfana, vedova, sola e sfortunata, ché tu in vece di tutti sei mia madre, mio marito, mia compagna e mia figlia. E poi ben convien ch'io ne patisca la pena, perché io son stata cagion di consigliarti e aiutarti in questo amore.

CINTIA. Madre mia, se tu facessi questo, mi condurresti ad uccidermi con le mie mani per disperata e mi faresti perder la vita e l'anima insieme: però ti prego che non cerchi ingannarmi con farmi restar in vita, ché privandomi di ciò mi privaresti di una giocondissima morte e col volermi esser pietosa m'usaresti opra di crudeltade.

BALIA. Figlia, non sarebbe piú bene che lo scoprissi a tuo padre? ché mi confiderei di far tanto con lui ch'egli scoprisse il fatto a Sinesio suo padre, e fra loro trovassero qualche assetto a questi intrighi. Chi è sforzato morire fa prima ogni sforzo di non morire: ché all'ultimo non saremo al peggio di quel che noi siamo.

CINTIA. Sará peggio, perché mio padre, sentendosi oltraggiato da mia madre per l'inganno usatogli, e poi oltraggiato da me nel fatto dell'onore, si sentirá due volte ingiuriato; né stimerá ch'io spinta da amor di marito abbia concesso il mio corpo ad Erasto, ma ben da lascivo o disonesto appetito; onde, fatta rea e suspetta appo mio padre di un vano appetito, non si terrá per pago se mi strangolerá con le sue mani. Onde saresti cagione d'una mia doppia morte; donque per quanto amor mi porti, lascia ch'io sodisfaccia al mio desio e con una volontaria prevenga la necessaria mia morte. E dopo morta, scuopri per ordine ad Erasto il tutto, e digli che occecata da troppo ardentissimo amore ho fatto quanto ho fatto. A mio padre dirai che non s'affligga, ché non ha perduto un maschio, ch'egli tanto desiderava, ma una femina sfortunata e infelicissima.

BALIA. O indarno nata bella, o indarno tante virtú imparate, e cosí morir tu devi? ahi stelle crudeli, e che è quel che ascolto? Figlia, ti prego per quello latte che asciugasti dalle mie poppe, per quei dolci travagli che ho sofferti in allevarti e nudrirti—giacché tu non conosci tua madre, ch'io son stata la tua balia e la tua madre,—che tu non corri con tanta furia. Vo' partirmi, ché non ti incontri con lui dinanzi gli occhi miei. Ahi, che solo pensandoci mi si schianta il core! Figlia, ti benedico il sangue che ti ho dato; il resto pongo nelle man d'Iddio.

CINTIA. Va' e accompagna i prieghi tuoi con i miei a Dio, ché raccolga la misera anima mia. E tu che raccogliesti le membra al mio natale, tu ricevi ultimamente il mio corpo moriente; e se essendo bambina le tue braccia mi fûr culla, mi sieno feretro nella mia morte!

SCENA VII.

LIDIA, CINTIA.