SULPIZIA. Queste paroline melate usi tu per ingannar le povere semplicelle, per giongere a quel termine che desiate, e poi lasciarle. Ingannevoli volpi, che non desiate di noi se non la pelle. Sei forse ritornato per farmi alcuna nuova offesa?
EROTICO. E che offesa vi feci mai, o mia generosa signora? E se pur vi sentite offesa da me, fate che lo sappia, che la confessarò e mi sottoporrò ad ogni penitenza; e da quella sarete forzata confessare che non vi ho offeso.
SULPIZIA. Dimmi, traditore, ch'offesa ti feci io mai, se non l'averti amato piú del dovere? quanto tempo son stata nemica di me stessa per amar te? ché ti diedi l'imperio d'ogni mia volontá e comprai il tuo amore a costo dell'onor mio. All'ultimo, per guiderdone, spenta la vergogna, la giustizia e l'onestá, tradesti l'amore, la sposa e la fede; e mi lasci beffeggiata, schernita e rifiutata.
EROTICO. Io schernir voi? e quando fu altro desiderio in me, che di servirvi e onorarvi e spender la vita per l'onor vostro? se non come voi meritevole, almeno come le deboli forze mie. Ed è possibile—o amarissimo nodrimento della mia vita!—che da miei suspiri, e dalle lacrime ardenti che spargono gli occhi miei, non sia scaldato quell'agghiacciato gelo del vostro cuore, e non vi faccino piena fede della mia innocenza? E le tante esperienze fatte dell'amor mio non v'hanno giá fatta chiara quanto io v'ami? Qual iniquo destino ha turbata la serenitá de' nostri cuori, quella suavitá, quella dolcezza di due anime congionte insieme, come son state sí gran tempo le nostre? dove è quella fede che fu sí sincera fra noi?
SULPIZIA. Toltoti sia quel cuore fallace e disleale da quel petto, nido dove non si covano mai se non inganni e tradimenti; e quella lingua traditrice e bugiarda, la qual usi se non per ingannar coloro che si fidano in quelle tue parole. E come io sperava fede da un cuore, ove non ce ne fu mai?
EROTICO. Io non posso altro rispondervi che, come signora e reina che mi sète, v'è lecito fare e dirmi ogni ingiuria che volete. Ma non son questi i frutti, che sperava dalla vostra gentilezza e dalla nobiltá dell'animo suo, che per ragion di mondo e per giustizia sète obligata di rendermi.
SULPIZIA. Or che lo sdegno m'ha tolto quel velo dagli occhi, che cieca mi rendeva, e conosciuti i tuoi tradimenti, ti vo' fare ammazzare, e poi ammazzarmi io ancora; e mi consolarò nella mia morte con la tua morte. Ti publicarò per quello assassin che sei, che ancor dopo la morte resti l'infamia tua; farò che non goderai di questo tuo nuovo amore, ché, scoverte le tue furfantarie, ti abbi il mondo per quel che sei. Spu, spu!
EROTICO. Ahi, che la tigre non è cosí fiera, e non è fera tanto efferata come la donna bella; e una bella si dee fuggir come una fera. Voi volete farmi ammazzare? fermatevi, signora, e vi priego, se pur v'è rimasta qualche reliquia viva del primo amore, che vi degnate di esser spettatrice di questo ultimo segno, che posso darvi dell'infinito amor che v'ho portato e che vi porto, perché dinanzi a gli occhi vostri, come a mio idolo terreno, vo' trafiggermi con questa spada, e consegrarmi vittima vostra. Misero me, che sdegno è questo? che donna sdegnata è peggio che tigre. Dubito che alcuno non l'abbi dato qualche falsa informazione di me, e me le abbi figurato per disleale e discortese. O forse che le donne sono volubili: e come la luna fa una volta il mese, elle si voltano cinquanta volte il giorno; o forse quando la luna è scema di lume, a lor le si scema il cervello. Sono come fanciulli, che vogliono e non vogliono, e non san star in un proposito, o sono mobili come il vento—e chi s'impregna di vento, partorisce aria;—o perché sono vogliose e desiderano sempre cose nuove; o forse è lor costume peculiare di dar sempre dispiaceri e tormenti a coloro da' quali si conoscono essere amate e riverite. Né si contentano della signoria de nostri corpi, se non sono tiranne dell'anima ancora; e vogliono che commettiamo idolatria in amar loro, come si fussero dèe. E quando il diavolo per lor mezo fece peccar l'uomo, ci lasciò quella maladetta diabolica ambizione d'esser adorate come lui; né lasciano di tormentarci mai, se non vedono che sono adorate. O maladetti piaceri, che si gustano in amore; ché, se pur alcun se ne gusta, vien sempre mescolato con la paura di aver a finir fra poco tempo; anzi, quanto piú ti vedi amar fuor di misura, piú dá certo presaggio d'aver piú tosto a finire. E la fortuna, per esser femina, è sempre instabile e inconstante. Sperava questa sera sposarla: ecco la nostra favola ha mutato faccia. Ella è cosí meco sdegnata, che non sia per rappacificarsi piú giamai. Almen incontrasse la balia, ché m'informasse da lei, che ingiuria è quella che dice aver da me ricevuta. Ma eccola che vien.—Balia, tu sia la ben trovata.