ATTILIO. E ti parea che lo dicesse da senno?
TRINCA. E mi parea che lo dicesse da senno.
ATTILIO. Mi rispondi con le medesime parole, e tanto seccamente, che mi lasci mille desidèri di sapere. Nelle cose d'amore o d'importanza bisogna dir tutte le minuzzarie, perché un minimo atto, una minima parola mi potrebbe indrizzare al rimedio.
TRINCA. Ve l'ho riferito con le medesime parole, che mi son state dette, né piú né meno tantillo ve': non bisogna dimandarmene piú, che non sarete per saperne altro tutto oggi.
ATTILIO. S'affligessero cosí te, come me, non schivaresti cosí di ragionarmene.
TRINCA. E perché so che v'affliggono, però schivo di ragionarvene.
ATTILIO. Se ben m'affliggono, pur nell'afflizione vi ritrovo qualche piacer mischiato. Ma ne' travagli, dove mi trovo, ci sono per li tuoi consigli; e meriteresti che ti spianasse le spalle, ché ancor tu ne patissi la parte del mio affanno.
TRINCA. O gran miseria è l'esser servo d'innamorati, i quali non sanno star nel mezzo, ma sempre sugli eccessi. Quando si trovano nelle calamitá, ti vengono con certe furie adosso, che vogli aiutargli con l'opre o col consiglio, che non ti dan tempo a pensare. E l'uomo si pone a pericolo della forca, se si scuopre: e se per qualche bella invenzione il fatto succede bene, non si ricordano del consigliero e attendono a sollazzarsi; ma, quando si scuoprono gl'inganni e si veggono ne' pericoli, ti vogliono spianar le spalle, come ministri de' loro danni.
ATTILIO. Te l'ho detto come la sento.
TRINCA. Ben sapete che il volersi sodisfare de illeciti amori e di poco onesti desidèri suol partorir mostri d'infamia e di disgrazie, perché non si conseguiscono se non con inganni e sceleratezze, le quali al fin vengono a scoprirsi, e l'uomo cade poi in travagli peggiori; ma a ciò m'indussero le vostre preghiere.