LARDONE. Poco mi si dá che l'un stia sopra o sotto dell'altro. Ma che son scudi ch'han ali alle spalle ed a' piedi e corrono e volan via?

ANTIFILO. O Lardone, se qua dentro risplenderá qualche favilla di speranza, vedrai la mia liberalitá in altra forma.

LARDONE. Leggete e vedrete.

ANTIFILO. Oimè, mi trema la mano, e pare che sia paralitico. So che qui dentro non ci può esser cosa che buona sia. Leggerò pure.—«Voi mi chiamate selvaggia, ingrata, disamorevole, empia tigre, crudelissima vipera e velenoso basilisco. Ma se son tigre, perché mi segui? se son vipera, perché mi servi? se basilisco, perché mi miri? Lasciami dunque vivere nella mia crudeltá, nella mia fierezza, ed ingratitudine, né piú noiarmi con le tue importunitadi. Quando mai t'allettai ad amarmi? quando in parole o atti di avermi a seguire? se col desiderio ti pasce la speranza, quando ti ho dato io speranza che tu m'amassi? quando ti promisi fedeltá in amore? Tu stesso, per un tuo disordinato appetito, per un vano desiderio ed ostinata perfidia, mi hai sempre infastidita. Sarei veramente crudele, se mi ti fossi mostrata al principio pietosa e poi divenuta ingrata, se avessi promesso amarti e poi ritirata mi fussi…».—O cuor di marmo, o anima di bronzo, o petto di diamante! deh, perché non vo a precipitarmi?

LARDONE. Veramente una turca, una cagna.

ANTIFILO. Non vuo' piú legger per non morirmi affatto de disperazione. Ma io vuo' leggerla solo per morire: a chi vive senza speranza, la morte sola gli è medicina.—«… Dicovi che voi stesso sète cagione del vostro male, voi stesso la fucina de' vostri strali, voi stesso tessete fallacie, inganni e vani pensieri d'ingannar voi stesso. Tu dici che t'ho innamorato con la vista; tu ben sai che ti ho sempre scacciato con ogni mostra di sdegno. Se tu con la speranza hai sempre ravvivato le tue fiamme, ed io te l'ho sempre incenerite con odi, repulse ed ogni sorte de dispreggio: e perché dunque non disenganni te stesso?…».—Ed io posso legger questo e non morire? O parole uscite da' piú profondi luoghi del centro! O Lardone, e nel regno d'Amore trovasi piú gran mostro?

LARDONE. Veramente mostro di crudeltate! Finite pure.

ANTIFILO. «… Dite che son bellissima, che la mia beltá vi trasse a mirarmi e che d'allora in qua Amor si fe' signore e tiranno del vostro cuore; e che amando me, io obbligata sono a riamarvi. Se la mia bellezza v'ha spinto ad amarmi, non per questo io debbo amarvi; perché se voi non parete bello agli occhi miei, e se l'amore è atto della libera volontá né si lascia sforzare, come posso io sforzar me stessa ad amarvi? Amisi o per elezione o per destino, io né per l'uno né per l'altro posso amarvi; e tanto è amare alcuno contra la sua volontá e contro il tenor del Cielo, quanto camminar per un mar periglioso con venti contrari, senza sarte e senza vele, perché alfin doppo varie tempeste si truovi sommerso in un golfo di pene e de' suoi sproporzionati e disordinati desidèri…».—O che parole magiche e funeste, o tirannia d'amor non mai piú intesa!

LARDONE. Certo, che dovreste odiarla quanto l'amate.

ANTIFILO. Ahi! che non posso amar altra che quella che da' primi anni cominciai ad amare.—«… Ed acciò non abbiate piú a molestarmi, io vi manifesto il mio cuore: io ho dato ad altri il mio cuore. Egli solo m'ha spogliato della mia libera volontá, egli solo è la fatal esca de' miei pensieri; e non avendo se non un cuore, non posso amar se non un solo; e se volessi amar molti, bisognarebbe che avesse molti cuori. In conclusione, io non posso amarvi, né se potessi vorrei. V'ho risposto al giusto ed onesto».—O Cielo, che giustizia, che onestá è questa? O fiera conclusione, che ad un colpo m'hai tronco l'anima e la vita. Io ti maledico, terra che mi sostieni, aere che respiro, acqua che non mi sommergi, fuoco che tutto non mi brugi e mi facci cenere! Prego l'inferno che mi suggerisca nuove voci, nuove parole, nuovi concetti, con i quali io possa mostrare al mondo la crudeltá di costei. O generata dal Tartaro, o concetta da Megera e partorita da Aletto, o allevata fra l'orribili rive di Cocito, o nodrita fra le fere de' piú dirupati monti del Caucaso, solo ch'io avesse a vivere fra sí amarissime pene!… E che fo che non vo ad appiccarmi con le mie mani, acciò con la mia morte si sepellisca la memoria d'una sí crudelissima donna? E che non ho tentato per esser amato da costei? Non mi resta altro che la disperazione! Tutto ciò perché ama Giacomino; ma se dovessi morir io, vuo' che costui muoia per le mie mani, acciò per la costui morte ella muoia de disperazione.