La favola si rappresenta in Napoli.

ATTO I.

SCENA I.

GIACOCO, GIACOMINO, CAPPIO.

GIACOCO. Tate, petate e castagne infornate. Zitto, che ti venga la pipetola; m'hai dato tante vernecalonne e vernecocche che m'hai fatto venire le petecchie. Lassamo sti conti dell'uorco, Iacoviello mio, figlio buono come lo buono iuorno, e ascota ca te boglio dicere: io me ne vao a Posilipo, ca Smorfia lo parzonaro m'ha ditto ca vole vendegnare; e se non ci vao e sto con tanti d'uocchi apierti, dell'uva non me ne fa toccare n'aceno.

GIACOMINO. Andate in buon'ora, Giacoco, mio caro padre, attendete alla vostra salute da cui dipende tutta la nostra; ma quando sarete di ritorno?

GIACOCO. Crai, poscrai, poscrigni o piscrotte allo chiú chiú, ca la vendegna ce la faccio brocioleare. Guardáte la casa, pigliatevi spasso e sguazzate.

CAPPIO. Se volete che sguazziamo, lasciateci denari assai.

GIACOCO. Mò volea mettere no spruocco allo pertuso se non ci rispondevi tu e bolivi danari: ca te venga la visintieria e ti si secchi la lengua quanno li nuommeni!

CAPPIO. Una dozina di ducati che ne lasciaste sarebbe ben poca.