GIACOCO. Pensava entrare alla casa mia e l'aggio trovata taverna; e no todisco mbriaco me volea fare accussine, e se non era sapatino, me carfettava a crepapanza, a serra de lino.

CAPPIO. E voi stimate che questa sia casa vostra? Voi sète fuor di cervello: questa è l'osteria del Cerriglio, e la vostra casa è un pezzo lontano di qua.

GIACOCO. Me penzo ca me s'è sbotato lo celevriello dintro la catarozzola, ca io no saccio se so isso o no, né chi pozzo essere. Ma tu che vai sanzarianno a chest'ora per Napole?

CAPPIO. Vostro figlio m'ha mandato al libraro per aver certi libri per studiare tutta la notte.

GIACOCO. Che libri?

CAPPIO. Barattolo ribaldo, Sal in aceto e Paolo te castre.

GIACOCO. Puozzi essere castrato tu e tutti li pari tuoi.

CAPPIO. Andiamo a casa, ché so tre ore di notte; e a quest'ora fa un freddo molto grande e s'è levata una tramontana penetrativa che fa molto danno alle teste de vecchi.

GIACOCO. Se non tornavo, era bello e cacato. Ma dimmi, avite spiso chille cincoranelle?

CAPPIO. Attendete alla salute vostra e poi cercate le cinque grana.
Copritevi la testa con la cappa, ché il vento non vi faccia danno.