GUGLIELMO. Sia ben trovato il mio caro Pandolfo!
PANDOLFO. E voi benvenuto, mio desideratissimo Guglielmo! Come il medesimo desiderio ha spronato l'uno e l'altro, voi a partire ed io a desiderare il vostro ritorno; cosí la fortuna ave oprato che di nuovo ci rivediamo con sommo contento dell'uno e dell'altro, se ben che voi m'avete fatto aspettare, eh?
GUGLIELMO. Eh, fratello, ho patito tanti disaggi che volendoli raccontare mi moverei a compassione; ma perché son qua salvo, son pronto e volontaroso adoprarmi ne' vostri servizi piú che mai.
PANDOLFO. Ed io prontissimo ubbidir a tutto quello che mi viene commandato da voi. Ma dove è Eugenio mio figliolo?
GUGLIELMO. Sará qui fra poco, ché l'ho inviato a chiamare. Eccolo che viene.
EUGENIO. Voi siate il benvenuto, signor Guglielmo!
GUGLIELMO. Voi ben trovato, Eugenio, mio caro figliolo! Ma perché siamo qui tutti in pronto, è ben che vengano ancora le nostre figliuole, accioché siano elleno ancor contente di quanto abbiamo a fare.
PANDOLFO. Oh come dite benissimo! Eugenio, va' su e chiama Sulpizia.
GUGLIELMO. E tu, Lelio, figliol mio, chiama Artemisia.
PANDOLFO. (O buon vignarolo, con che bel prologo ha cominciato! Sará maggior l'obligo che avrò all'astrologo, che l'ha trasformato de volto, l'ha megliorato d'intelletto).