EUGENIO. Cricca, raccommandami ad Artemisia mia.
CRICCA. Raccommandatevegli voi stesso. Non vi sète accorto che mentre avete ragionato col fratello, che v'ha vagheggiato dalla fenestra?
EUGENIO. Veggio scoprire il mio sole: e come il sole sorgendo la mattina, vien il mondo a rischiararsi e farsi bello, che era dinanzi tenebroso e pien di orrore; cosí apparendo voi, mio chiarissimo sole, le tenebre e amaritudini del mio cuore tutte si fanno illustri, e mi riempie il cuore di dolcezza.
ARTEMISIA. Siate il ben trovato, spirito dell'anima mia!
EUGENIO. Siate la benvenuta, dolcissimo sostegno della mia vita! Mi par che siate di mala voglia.
ARTEMISIA. E disperata ancora, poiché in tanto tempo non veggo favilla alcuna di luce con cui avvivi la speranza dell'esser vostra.
EUGENIO. Signora, il disperarsi è un tradire se stesso; però non piangete se mi amate, ché con le vostre lacrime consumate la vita mia, le quali, se non le rasciugate tosto, mi faran tosto venir meno.
ARTEMISIA. Deh! lasciatemi piangere e morir ancora, perché non è persona tanto disperata che non abbia qualche speranza di sperare, eccetto io che non ho che sperare se non nella morte come solo rimedio de' miei mali.
EUGENIO. Ah, signora, avendovi conosciuta sempre d'alto cuore, di gran fortezza e di eccelsa mente, come vi lasciate cosí vincere dal dolore?
ARTEMISIA. Anzi, se mi amate, dovete piangere meco, ché quando duo amanti piangono le communi disaventure è uno sfogamento delle lor passioni.