GUGLIELMO. (Misero me, che debbo fare, ché, venuto nella mia patria con tante fatiche, non posso entrare in casa mia? Ma veggio uno che cerca entrarvi: sará qualche amico; mi raccomandarò a lui).
VIGNAROLO. Tic, toc, toc.
GUGLIELMO. Gentiluomo, sète voi di casa?
VIGNAROLO. (Mi chiama «gentiluomo», mi onora: poiché paro ben vestito si pensa che sia gentiluomo. Bella cosa è l'essere ricco: ogniuno ti onora, ti saluta, ti tocca la mano, si ferma a ragionare con te, ti compagna sino a casa e ti dimanda come stai. Mi chiama «gentiluomo», che né a me né a niuno della mia schiatta conviene tal nome).
GUGLIELMO. Gentiluomo, chi sei che batti a cotesta porta?
VIGNAROLO. Rispondi a me tu prima: chi sei che me ne dimandi?
GUGLIELMO. Padron mio caro, non entrate in còlera: di grazia dite voi, chi sète?
VIGNAROLO. Non ho da render conto ad un uomo vile come tu sei; ma tu che vuoi saper chi sia, tu chi sei?
GUGLIELMO. Il padron di questa casa!
VIGNAROLO. Tu menti che ne sii padrone, ché il padrone ne son io.